Movimento per la vita: richiedere l’inserimento delle competenze materne nei CV

Sei madre? Te lo chiederanno per promuoverti non per licenziarti!

Si chiama “Cuore a cuore” ed è la nuova proposta “al femminile” emersa dal Convegno nazionale del Movimento per la Vita e dei Centri di aiuto alla vita (Montesilvano 15-17 novembre). Essere mamma dovrà essere considerato un fattore positivo nei curriculum e non penalizzare nella selezione per il lavoro. Per chi dovesse poi sostenere un colloquio incinta, non c’è l’obbligo di far sapere la propria condizione: lo ha ribadito la Cassazione in una recente sentenza (13692/2015)

Giuseppe Brienza
Sei madre? Te lo chiederanno per promuoverti non per licenziarti!

Nel 2016 durante un dibattito TV con la giornalista Costanza Miriano, una coppia di omosessuali che aveva avuto dei figli con l'utero in affitto ha definito la maternità "un concetto antropologico"

Nel corso dell’ultimo Convegno nazionale del Movimento per la Vita (MpV) e dei Centri di aiuto alla vita (CAV), tenutosi dal 15 al 17 novembre a Montesilvano (Pescara), è stata presentata un’originale proposta volta a valorizzare, a livello sociale e politico, la maternità. Battezzata “Cuore a cuore”, così da riprendere nel nome il rapporto specialissimo dei due cuori della donna che aspetta un figlio e della creatura che è portata in grembo, l'iniziativa mira fra l’altro a far riconoscere le competenze materne nel profilo curricolare della lavoratrice o aspirante tale. Nei prossimi mesi il Movimento guidato dalla prof.ssa Marina Casini Bandini presenterà le altre azioni nelle quali si articola la proposta “Cuore a cuore” ma, da quanto emerso dal Convegno, l’idea della “professione mamma” sarà concretizzata già nei prossimi giorni e illustrata in particolare a politici ed Istituzioni.

Mi sembra molto bella e coraggiosa la scelta di ‘Cuore a cuore’ perché il cuore mette insieme anche la ragione, è un legame viscerale ma molto intelligente: ‘intus legere’, leggere dentro, comprendere, prendere insieme, cioè tutto quanto di noi è preso insieme in questa storia”, ha commentato in proposito la giornalista e presentatrice televisiva Monica Mondo.

Attualmente, come noto, la situazione lavorativa delle donne che aspettano o hanno intenzione di diventare mamme, soprattutto nel privato e nel mondo aziendale, è particolarmente critica. Già nei colloqui di lavoro, per esempio, alla donna non di rado capita di sentirsi chiedere se ha o se vuole avere figli, sebbene tale comportamento non sia legale per i datori di lavoro e per le agenzie alle quali questi ultimi si rivolgono per le attività di selezione e reclutamento del personale. “Si tratta - ha chiarito l’esperto in orientamento professionale Cristina Polga – di una discriminazione. I riferimenti legislativi non mancano, dall’articolo 37 della Costituzione, che prevede che ‘La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l'adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione’, all’articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori laddove ‘è fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore’” (cit. in Zelia Pastore, Ha figli o pensa di averne? Le domande scomode (e illegali) al colloquio di lavoro, in “Nostrofiglio.it”, 11 novembre 2019).

Sulla stessa linea anche l’articolo 27 del Codice delle pari opportunità (decreto legislativo 198 del 2006), che specifica molto chiaramente come la discriminazione sia vietata anche se attuata attraverso il riferimento allo stato matrimoniale o di famiglia o di gravidanza. “Non bisogna avere paura – raccomanda la d.ssa Polga - di citare, educatamente, questi riferimenti”.

Nonostante gli espliciti divieti legislativi, però, capita purtroppo spesso alle donne italiane di trovarsi di fronte a situazioni difficili. “Ho seguito una ragazza – racconta sempre la Polga - che svolge una professione tecnica, tipicamente considerata maschile: ad ogni colloquio veniva messa alle strette sulla questione dei figli. Questa domanda la metteva così in difficoltà che alla fine, per la tensione, si bruciava il colloquio da sola. La responsabilità era di chi glielo chiedeva ovviamente, ma ormai era talmente esausta da non riuscire a portare a temine il colloquio. Occorre quindi arrivare preparati ed essere ben consapevoli del proprio valore e dei propri diritti”.

Per chi dovesse sostenere un colloquio in dolce attesa, non c’è dunque alcun obbligo legale di far sapere la propria condizione: la Cassazione in una recente pronuncia (sentenza 13692/2015), ha confermato tale posizione, già affermata nel 2002. Secondo la sentenza n. 9864/2002 della Consulta, infatti, una donna incinta non è tenuta a comunicare prima dell’assunzione il proprio stato di gravidanza.

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