SCHEGGE DVRACRVXIANE

Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Se davvero volessero ripopolare Riace, non predicherebbero di aborto in un paese di culle vuote

Il problema dei migranti clandestini non è dove metterli, ma se ammetterli. L’Australia è una terra sconfinata; eppure il loro celeberrimo modello “No Way” non pone questioni di spazio, ma regola l’accesso ai confini di un paese sovrano sulla base di precisi requisiti giuridici dei richiedenti. Non è un concetto difficile da capire. Per cui, tutti coloro che inscenano giostrine umanitarie per aggirare un principio di legge così banale, lungi dall’essere i benefattori che millantano, sono persone in cattiva fede che mirano solo a realizzare losche progettualità “demografiche”di ben più ampia e prosaica portata del semplice “buon cuore”.


Se davvero si intendesse ripopolare i borghi abbandonati, infatti, se ne sarebbero offerte le case agli italiani indigenti, sfollati e terremotati che dormono in auto, roulotte e sotto i ponti; forse non tutti avrebbero accettato, ma perché non provare?! La solidarietà ha delle priorità logiche prima che giuridiche e/o religiose: “proximus” significa “vicino”; per cui l’evangelico prossimo del sindaco di Riace sarebbero dovuti essere gli Italiani senza casa, non i clandestini che la casa l’hanno lasciata in Africa per venire a comprarsi scarpe di marca in Europa (perché, scusate, che cos’altro sarebbero i “migranti economici” se non questo?!). Se davvero lo scopo fosse la salvaguardia di un valore oggettivo e non ideologico, l’argomento sarebbe valutato da sociologi e demografi di trasversale buon senso, anziché divenire l’immancabile preda mediatica di avvoltoi appollaiati dalla solita parte politica.







La clandestinità non si sana regalando case per arruffianarsi la fedeltà elettorale e la soggezione psicologica dei donatari; non sono bambini o minorati mentali, i migranti; sono persone come tutti noi che devono prendersi le loro responsabilità di cittadini africani, o almeno dovrebbero. Quanto all’ipocrita argomento di voler ripopolare l’Italia per compensarne la decrescita, se davvero fosse questa l’intenzione dei santoni dell’accoglienza, si incentiverebbero le famiglie italiane a figliare, anziché continuare a predicare un abortismo vuoto e anacronistico che, col senno di poi e numeri demografici alla mano, sembrerebbe essere stato, a suo tempo, progettato a bella posta per decimare gli autoctoni e poter poi giocare in prospettiva la subdola carta della “necessità” demografica di migranti.

Piuttosto andrebbe apprezzata l’opportunità di una bassa densità di popolazione, come osserva la signora Grassi, novantenne, unica abitante di un borgo della Valle Cannobina, che è stata due sole volte al cinema in vita sua e che vive felicissima nel silenzio della natura.

Il benessere di un territorio non è dato dalla densità della sua popolazione, ma dal tenore della vita che vi si conduce e dal livello di civilizzazione di chi lo abita, coefficienti non sempre direttamente proporzionali alla densità di popolazione medesima. La cittadinanza, al contrario, è un parametro di priorità giuridica, oltre che spirituale, che ha segnato la storia universale, ha contraddistinto principi di rilievo costituzionale come quelli di “popolo” e di “sovranità territoriale” che regolamentano la vita civile partendo dalla nazione sino al più piccolo condominio.

Va notato che le categorie “raccatta-migranti”, pur apparentemente molto eterogenee fra loro, hanno come comun denominatore proprio la ricerca del vantaggio: gli imprenditori, che cercano manovalanza a basso costo; i preti, che patiscono la penuria di fedeli e tentano di reclutarli altrove, incuranti dell’incompatibilità fra fedi diverse; infine, i partiti globalisti che, sentitisi oramai scoperti nel loro aver preso per il culo gli Italiani (compresi quelli che si posizionavano a sinistra) ne han perso quel voto che ora tentano di recuperare dai “nuovi cittadini”.


Pensare che antropizzare un determinato luogo significhi deportarvi degli esseri umani alla rinfusa, anziché coltivarvi una demografia autoctona legata a quel territorio da un’ancestralità tradizionale, è esattamente come aver portato gli schiavi africani in America: si creeranno dei ghetti, delle banlieu, perché nessuna cultura si assorbe dalle pietre di un determinato territorio, piuttosto dalla gente che lo abita: forse che si continuerebbero a mangiare prelibatezze suine regionali come Nduja e soppressate, in una Calabria divenuta in maggioranza musulmana?! “Sono solo poche centinaia di migranti”, ripetono come dischi rotti gli immigrazionisti: ma se, invasati come sono, inneggiano a Riace in quanto modello di accoglienza, evidentemente lo considerano solo l’inizio di quello che per gli Italiani diventerà presto una sorta di apartheid: poiché, quanto a dimensioni, i continenti d’immigrazione stanno all’Italia esattamente come l’Italia sta al piccolo comune di Riace. E ciò che paventiamo è già cronaca: a Milano hanno tolto il maiale dai menù scolastici per andare incontro alle famiglie islamiche (da Il Giornale del 12/10/18), mentre a Roma il “modello Riace” segna l’ennesimo stupro in un centro d’accoglienza (Il Giornale 12/10/18). 

Quindi, caro sindaco di Riace, anziché fare la vittima col pugno alzato, si prenda le sue responsabilità e dica chiaramente agli Italiani che cosa vuol fare di loro; e poi provi a farsi rieleggere..da loro!

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