Totalitarismi morbidi

Il mondo globalizzato secondo Veneziani

Il noto giornalista aveva pronosticato già due decenni fa la globalizzazione dell'intero pianeta. Denunciando i paradossi della nostra epoca

Redazione
Il mondo globalizzato secondo Veneziani

Foto ANSA

Quanto è utile la globalizzazione? Ha veramente portato un beneficio alle popolazioni, soprattutto a quelle più povere? O i deboli restano deboli ed i ricchi diventan sempre più ricchi?

La globalizzazione è un bene o un male? Il giornalista Marcello Veneziani se lo chiedeva già vent’anni fa, quando le posizioni non erano ancora così radicalizzate, nel libro Processo all’Occidente; Veneziani paventava l'arrivo di “un nuovo totalitarismo morbido, globale”; “nel senso”, dichiarava, “che non c’è altro orizzonte al di fuori del nostro; non possiamo cercare nulla oltre il progetto globale e questo è proprio di un carattere totalitario. Un totalitarismo con il pieno consenso della vittima: c’è un’effettiva accettazione, non solo passiva, del modello globale, sostenuto da uno standard di vita molto alto, una vita che si allunga e una condizione economica imparagonabile rispetto al passato; quindi, bisogna riconoscere che se di sistema totalitario si tratta non è però coercitivo, è convincente; ma è giusto dire che il consumismo non ce lo impone nessuno, lo pratichiamo volontariamente”.

E un altro fenomeno di questo tempo è il rovesciamento dell’individualismo omologato. “È un individualismo”, ha commentato, “che fa il paio con la massificazione, è anzi proprio l’altra faccia: l’individualismo è una perdita dei connotati personali poiché la persona è l’individuo con un volto, una storia personale, un’anima e una cultura, mentre l’individuo è esattamente una persona denudata di tutto ciò che la caratterizza ed è quindi puro numero algebrico, che va di pari passo con la grande massificazione universale. Questa massificazione, a differenza di quanto si poteva immaginare in epoche andate, si accompagna a un forte soggettivismo, a una forte ricaduta del singolo per cui ciascuno vive in una dimensione puramente individuale. Paradossalmente tutte queste vite individuali si collegano a un destino di massa omologato, privo d’identità e di specificità. Credo che sia il paradosso della nostra epoca…”.

Veneziani si è occupato anche dell'immigrazione incontrollata. Lo ha fatto nel libro La cultura della Destra. "Per la destra non si tratta di chiudere le frontiere, ricacciare gli immigrati nei loro paesi d’origine, stabilire criteri di apartheid sulla base di religione, razza, cultura", ha scritto; "diffusa è invece la richiesta di maggiore incisività e inflessibilità nel combattere e scoraggiare l’immigrazione clandestina. E l’istanza di dar precedenza nell’assegnazione di posti di lavoro, esercizi commerciali, abitazioni, ai connazionali, a partire dai concittadini e dai corregionali. È il criterio della preferenza nazionale (e territoriale). Diffusa è anche l’idea di privilegiare nell’accoglienza degli immigrati coloro che sono più omogenei per cultura, religione e tradizioni al nostro paese. Tutto questo non può essere letto con le lenti ideologiche del razzismo o della xenofobia, ma con il senso comune dell’auto-conservazione. È normale che una società tuteli prima se stessa e i suoi membri e proceda all’integrazione degli stranieri partendo da coloro che giudica più assimilabili o comunque più vicini ai propri standard di vita, alla propria mentalità. Anche le società d’origine degli stessi immigrati fanno la stessa cosa. Nessuna società è possibile se non riconosce questo elementare principio di praticare la solidarietà a partire dai suoi componenti, allargandosi dal più vicino al più lontano. È questo che distingue il senso della solidarietà inteso a destra dal senso di solidarietà inteso a sinistra". 

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