Perché il "Compagno 2.0" odia l'ex amata "Madre Russia"

Le motivazioni sono chiare, alcune più scontate, altre più contorte, ma comunque riconducibili all’atavico odio dei “compagni” per tutto ciò che è identità e senso d'appartenenza

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Perché il "Compagno 2.0" odia l'ex amata "Madre Russia"

Anzitutto la Russia di Putin ha sostanzialmente abiurato quel comunismo internazionalista fondato sulla lotta di classe covato dalla Rivoluzione di Ottobre; non dimentichiamoci che il "Compagno 2.0", detestando qualsiasi forma di sovranità nazionale, tanto si sbatte per reprimere l’odio etnico, quanto si impegna per fomentare la lotta di classe, certo che quest’ultima sia la più efficace ricetta etnomasochista votata ad annientare le identità dei popoli.

Putin è chiaramente un nazionalista, e il ripristino dell’Aquila bicipite, onnipresente alle sue spalle, è l’emblema più spiccio di un nuovo corso post-sovietico incline a restaurare quella “grandeur” imperiale durata ben più di qualche decennio di pagliacciate marxiste, e capace di far torcere le budella non solo ai decrepiti reduci dei Soviet, ma anche ai giovani graffitari di Falci&Martelli nostrani.

Già, Falce&Martello: quanta vuota retorica sulle spalle del povero proletariato! Un proletariato che, lungi dall’essere il concetto astratto con cui i compagni hanno fatto affari da sempre, si concretizza piuttosto nella componente più vitale e riproduttiva del suo “demos” di riferimento; demos che mai potrà prescindere da fattori identitari annodati ad uno specifico territorio ov’è la natura a decidere di che cosa sfamare i propri figli. Presso gli eschimesi che vivono di pesca, la Falce non avrebbe senso; e presso gli aborigeni della foresta amazzonica, che certo non posseggono industrie, il martello non avrebbe alcuna corrispondenza semantica. Questo perché globalizzazione e internazionalismo sono ideologie costruite in laboratorio contro natura e contro qualsiasi logica antropologica; fandonie funzionali solo a sostenere quell’assurdo progetto mondialista col quale il "Compagno 2.0" agogna ad un meticciato universale amorfo e senza identità.

Pertanto la Russia è attualmente, in un mondo globalizzato, la massima espressione di quel bacino antropico caucasico, di quella cultura occidentale figlia di Roma (basti pensare all’ammirazione che i grandi scrittori russi nutrivano per la latinità e per il mondo classico, o all'aspetto filologico che lega la parola “Czar” al “Caesar” romano) e di quella tradizione cristiano-bizantina riuniti nel più vasto territorio geografico costituito in sovranità statuale.

Insomma, ce n’è abbastanza per stare sui coglioni a quei volenterosi becchini che vorrebbero Socrate, Leopardi e Dostojevskij sepolti dallo sterco di elefanti e giraffe. Ma non è tutto: la Russia di Putin è anche un sistema che abbina al potenziale dell’assolutismo ex-sovietico una muscolarità militare e poliziesca capace di abbaiare non più soltanto al capitalismo americano, ma anche al pericolo islamista, ricoprendo così il medesimo ruolo che aveva Costantinopoli per l’Europa; un’altra credenziale pessima agli occhi di chi vede nell’Islam l’unica religione papabile a suffragare spiritualmente il dominio del mondialismo, come scrive il saggista francese Houellebecq nel suo libro Sottomissione.


Ciò detto, resta comunque l’antropologa Ida Magli la miglior interprete della salvifica investitura che la “Madre Russia” rappresenta per i destini del mondo occidentale, quando scrive nel suo libro Dopo L’Occidente (Rizzoli, 2012): "In un’Europa africanizzata, la Russia potrà porsi come il memoriale di quella che è stata la Civiltà Europea con il suo forte serbatoio di cristiani, con la dolce ritmicità dell’antica liturgia e con il silenzio profondamente parlante di quei pochi centri monastici rimasti miracolosamente illesi dalla distruttività della Rivoluzione. La Russia probabilmente diventerà, per gli spiriti religiosi orfani dell’Italia, della Francia e dell’Austria, luogo di pellegrinaggio spirituale e di ricordo di un passato comune".


Certo, la Magli, passata a miglior vita da poco, ha dipinto questo scenario pessimistico senza essersi potuta "godere" la Brexit e l'elezione di Trump, testimonianze tangibili di quel vitale sentimento di riscossa che lei auspicava con tutta se stessa. Una riscossa che senz'altro avrà la Russia come grande co-protagonista.

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