Ministro allo Sviluppo delle Supercazzole

Calenda: "Dobbiamo tutelare di più l'interesse nazionale". E per 4 anni che ha fatto?

L'ex montiano ora renziano è ai vertici del dicastero dal 2013. Ha contribuito a trascinare il Paese nel baratro ma ora ci spiega come venirne fuori. In un'intervista ammette che "in 25 anni poco o nulla è stato fatto". Evidentemente si riferisce anche a se stesso

Marco Dozio
Calenda: "Dobbiamo tutelare di più l'interesse nazionale". E per 4 anni che ha fatto?

Foto ANSA

Carlo Calenda bivacca ai vertici dello strategico ministero dello Sviluppo Economico da 4 anni, da quando nel maggio 2013 fu nominato viceministro da Letta in quota Scelta Civica. Poi da buon trasformista, insieme a molti seguaci del genio Monti, quello che doveva salvare l’Italia, è saltato sul carro del Pd e da lì con un altro agile carpiato un anno fa si è arrampicato fino alla cadrega di ministro al posto della Guidi, le cui gesta e il cui scandalo petrolifero sono stati presto dimenticati.

Anche in questo caso, come per Gentiloni, Lotti o Boschi, Calenda deve essersi guadagnato la promozione e ora la riconferma per indiscussi meriti sul campo. Sconosciuti ai più. In questi 4 anni le ricette economiche ideate e attuate dal rampollo aristocratico hanno sortito effetti tali che ora il Paese è sull’orlo del collasso. Però come spesso capita in Italia, chi ci ha trascinato nel baratro ora ci spiega come venirne fuori.

Volteggiando sul tappeto rosso di un’intervista al Corriere, il nostro non si sottrae allo sport nazionale delle supercazzole sparate dal pulpito ministeriale e racconta al popolo che per risollevare il Paese occorre fare ciò che evidentemente Calenda non ha fatto negli ultimi 4 anni: tutelare l’interesse nazionale sfidando i diktat dell’Unione europea. Che è quello che da anni ripetono i cosiddetti populisti, ignorati, sbeffeggiati e avversati dai Calenda di turno. "Dobbiamo metterci in sicurezza con un piano straordinario, ragionare come sistema Paese, tutelare in modo più netto gli interessi nazionali, avviare una vera politica di inclusione sociale per contrastare il populismo. Anche prendendoci tutti gli spazi di bilancio che servono”.

Funziona così. L’establishment finge di adottare le soluzioni propugnate dai populisti, ammettendo implicitamente che le proprie erano sbagliate, però lo fa col nobile scopo di contrastare i populisti medesimi. Illuminante un passaggio in cui l’ex montiano illustra ancor più chiaramente il proprio fallimento governativo: “L'Italia affronta questa fase con una fragilità finanziaria, economica, politica, sociale e istituzionale che viene da 25 anni perduti, in cui poco o nulla è stato fatto per ricomporre le fratture sempre più profonde che la attraversano. Per questo gli effetti della crisi da noi sono stati drammaticamente peggiori rispetto agli altri Paesi europei”. Non c’è bisogno di particolari esegesi per capire che gli ultimi 4 dei 25 anni “in cui poco o nulla è stato fatto” vedevano il medesimo Calenda nella plancia di comando del suddetto ministero.

Sempre a proposito di mirabili supercazzole, ecco un’altra perla: “Entriamo in una stagione dove il nazionalismo economico si rafforzerà in tutto il mondo. Non dobbiamo abbracciarlo, ma neanche essere impreparati ad affrontarlo”. Roba degna dei “ma anche ”veltroniani”. Chissà se è mai stato veltroniano Calenda, economista figlio dell’economista Fabio e della regista Cristina Comencini, ascendenze nobiliari e una strepitosa capacità camaleontica che mai l’ha abbandonato lungo la sua folgorante carriera. A soli 43 anni è stato nell’ordine: un giovane comunista, quindi montezemoliano, quindi montiano, quindi renziano. Un uomo (di Confindustria) per tutte le stagioni.

Stratega di Scelta Civica (e già questo basterebbe come epitaffio politico), tre mesi prima saltare sul carro del Pd disse al Fatto: “mi spiace enormemente deludervi, nessun salto è in vista”. Forse non aveva ancora preso la rincorsa. Ora al Corriere dice che “Il Pd è il pilastro su cui fondare questa nuova fase politica". Più che per le performance da politico, potrebbe passare alla storia per quelle da attore, visto che nel 1983 a dieci anni fu protagonista dello sceneggiato “Cuore” diretto dal nonno Luigi Comencini. O forse potrebbe passare alla storia per frasi di questo tipo, sempre dall’ultima intervista al Corriere: “Dovremmo da subito lavorare al progetto di una nuova Europa con i Paesi fondatori, ma oggi la priorità è vincere i populismi in Italia, così come in Olanda, Francia, Germania, anche per salvare l'Unione". Insomma per battere i populismi l’Europa deve cambiare. Questa l’abbiamo già sentita da qualche parte, in qualche altro sceneggiato.

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