2 Giugno: Festa della Repubblica… un tuffo nella storia

Ancora una commemorazione che non appassiona né unisce gli italiani

A più di settant’anni di distanza resta il dubbio su chi abbia veramente vinto il referendum che cambiò l’assetto istituzionale dell’Italia

Pietro Licciardi
Ancora una commemorazione che non appassiona e non unisce gli italiani

Il Presidente Mattarella durante il "Concerto dedicato alle vittime del coronavirus" del 1° giugno 2020 (fonte: www.quirinale.it)

Fra il 2 e il 3 Giugno 1946 gli italiani furono chiamati a decidere quale forma istituzionale avrebbe dovuto avere la nuova Italia, appena uscita da un sanguinoso e devastante conflitto degenerato dopo l’8 Settembre 1943 in una guerra civile che vide contrapposti due eserciti: l’uno agli ordini di Benito Mussolini, schierato al fianco dei tedeschi e l’altro “cobelligerante”, agli ordini di casa Savoia, schierato con gli alleati che stavano faticosamente risalendo la Penisola. Una guerra nella guerra che forse si sarebbe potuta evitare se il Re Vittorio Emanuele e il suo entourage non avessero precipitosamente abbandonato la capitale per fuggire a Brindisi, tra le braccia degli ex nemici, inglesi e americani, lasciando senza ordini i reparti del Regio esercito dislocati a presidio e a difesa del territorio metropolitano.

Quella del Re e del suo intero governo, guidato dal maresciallo Pietro Badoglio, fu una fuga che molti giudicarono ignominiosa e che oggettivamente fu gravida di tragiche conseguenze, il cui ricordo avrebbe dovuto pesare come un macigno nella memoria degli italiani segnando irrimediabilmente le sorti della monarchia.

Eppure non fu così.

Ancora oggi non è del tutto cancellato il sospetto su presunti brogli orchestrati per far pendere il piatto della bilancia elettorale verso la repubblica, dal momento che moltissimi italiani, specialmente nel Mezzogiorno, erano rimasti fedeli alla casa reale e diffidenti verso la forma di governo repubblicana, del tutto estranea alla storia patria.

A questo proposito Massimo Caprara, segretario personale fin dal 1944 di Palmiro Togliatti, guida storica del Partito comunista italiano, cittadino sovietico e ministro di grazia e giustizia nei governi succeduti alla caduta del fascismo fino al 1946, nel maggio 1992 in un articolo pubblicato dal mensile il Timone attingendo ai suoi ricordi personali ha ben descritto il clima che in quel periodo si respirava: “A Palermo, proprio a me era accaduto di assistere ad uno spettacolo teatrale di grande effetto e portata elettorale. Umberto di Savoia aveva appena finito di fare cenni di compassato saluto e di ringraziamento da un balcone del Palazzo dei Normanni alla folla che lo osannava. Dall'aulico portone di fronte uscì un corteo solenne, orante. In coda, il Cardinale Arcivescovo della città con un gran manto di foggia regale, le cui code erano rette da gentiluomini e scabini di Curia. Il Cardinale traversò a piedi con portamento fiero e benedicente tutto il lastricato e si accinse a salire la gradinata, quando Umberto gli si fece incontro. La Repubblica apparve lontanissima”.

Anche a Napoli i sostenitori della monarchia e gli elettori non si erano affatto dati per sconfitti, aggiunge Caprara: “La Federazione comunista napoletana, situata nella centrale via Medina, era stata ripetutamente presa d'assalto da consistenti, violenti, esasperati sostenitori del Re. In uno degli assalti, essi erano riusciti ad arrampicarsi pericolosamente sull'edificio ed a togliere la bandiera rossa dalle finestre della sede comunista. Dalle strade si sparava. Dal balcone e dall'interno era stato risposto al fuoco. Alcuni manifestanti erano stati colpiti anche gravissimamente. L'episodio si stava trasformando in un crudele, sanguinoso eccidio con caduti tra le due parti”.

L'atmosfera sembrò volgere in una cruenta strage di massa - prosegue l’ex segretario di Togliatti -, quando il Sottosegretario alla Presidenza, il comunista Giorgio Amendola, guidò con veemenza alcuni plotoni di ex partigiani rossi arruolati ufficialmente nelle fila della Polizia ad impedire la brutale prosecuzione degli scontri”.

L’incertezza sugli esiti della consultazione elettorale sembrò aleggiare anche dopo la chiusura delle urne. Nel Salone della Lupa di Montecitorio, nella solenne udienza del 10 giugno 1946, il presidente della Suprema Corte di Cassazione Giuseppe Pagano comunicò soltanto il numero dei voti espressi, ma si astenne dal pronunziare la vittoria. La Repubblica infatti venne proclamata in altra incolore seduta, con rito ordinario della Cassazione, quando ormai era stato già nominato il Capo provvisorio dello Stato.

Purtroppo non è possibile riaprire il dibattito sulle vicende che portarono alla nascita della Repubblica ma di certo questa è una delle numerose pagine della nostra storia che ancora attendono una esauriente spiegazione, soprattutto alla luce enigmatica ma pregnante frase pronunciata all’epoca dallo stesso Togliatti: “I parti difficili vanno assistiti e pilotati”.

Una cosa appare certa: di amnesia in amnesia, ci troviamo ancora una volta a fare memoria di un evento storico che a più di settant’anni di distanza sembra né appassionare né unire gli italiani.

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