Intervista a Paolo Palumbo: dal palco dell’Ariston a piazza San Pietro

Dopo Sanremo 2020: cosa rimane veramente

Paolo Palumbo, 22 anni, nativo di Nuoro, ha raggiunto due record: è il più giovane malato di SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) in Europa e d è il primo malato di una patologia così grave ad essersi esibito al Festival della canzone italiana come ospite speciale. E mercoledì scorso ha anche incontrato il Papa...

Giuseppe Brienza
Dopo Sanremo 2020: cosa rimane veramente

Paolo Palumbo, il rapper malato di SLA a Sanremo 2020 (fonte: www.paolopalumbo.com)

Il 5 febbraio si è esibito sul palco più famoso d'Italia grazie a un riproduttore vocale attivato da un sensore ottico: è Paolo Palumbo, nato a Nuoro nel 1997, autore di musica e testo del brano presentato fuori gara a Sanremo 2020  dal titolo “Io sono Paolo”. Il fratello Rosario l’ha aiutato sul palco dell’Ariston e la sua storia l’ha cantata a ritmo di hip hop Cristian Pintus, in arte Kumalibre, che ha duettato con lui alla 70ma edizione del Festival della canzone italiana. Paolo aveva presentato a Sanremo Giovani il brano da lui stesso scritto, Io sono Paolo, scartato ma ripescato da Amadeus con l’ospitata sanremese. Dopo l’esibizione Paolo, che è malato di Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA) da 4 anni, ha avuto modo di raccontare la sua storia davanti a milioni di italiani e, chi l’ha visto, ancora lo porta nel cuore e difficilmente lo dimenticherà. E mercoledì scorso al termine dell’udienza generale Palumbo ha incontrato anche Papa Francesco in piazza a San Pietro. Un altro desiderio realizzato per lui dopo quello di diventare chef, di guidare un drone e, appunto, di cantare a Sanremo. Era stato proprio il volo del drone a creare un ponte tra il giovane e il Pontefice. Francesco aveva visto su internet l’impresa del ventiduenne che, grazie ad una speciale applicazione, aveva fatto volare il drone con il solo movimento degli occhi. Così gli aveva inviato un biglietto scritto a mano nel quale confessava di essere rimasto molto colpito dalla sua forza di volontà e dalla sua tenacia: “Prego per te, e tu fallo per me. Che il Signore ti benedica e la Madonna ti custodisca. Fraternamente, Francesco”. L’abbiamo intervistato.

Cosa ti ha detto e cosa hai provato incontrando Papa Francesco?

Gli ho dedicato un breve discorso, e lui in tutta risposta mi ha sussurrato una cosa: la più bella che abbia mai sentito. Ma ho deciso di tenerla per me, custodendola con cura per tutta la vita. Queste sono state le parole che gli ho dedicato io: “Santo Padre, l'emozione che provo in questo momento è indescrivibile. Il mio cuore batte più forte dal giorno in cui ho saputo che l'avrei incontrata di persona, e adesso che sono qui stento a credere che sia tutto vero. Negli anni, il seme della fede è germogliato in me diventando l'albero robusto che è ora. La malattia non è stata in grado di fermare le mie preghiere, al contrario le ha alimentate, facendomi comprendere che il disegno di Dio va al di là della nostra immediata comprensione. Io sto iniziando a capirlo, e ciò che sto scoprendo mi dà infinita gioia. Santo padre, io prego per lei, lei preghi per me”.

Ritorniamo all’esperienza sanremese: che cosa ti è piaciuto di più o cosa di meno del tuo monologo sul palco dell’Ariston?

Ho scritto quel monologo con tutto il mio cuore, la stesura è durata settimane e c’erano tante altre cose che avrei voluto dire ma che per questioni di tempi televisivi ho dovuto omettere. Non c’è stato qualcosa che mi è piaciuto di meno, ogni parola che ho detto era veicolo di un messaggio per me fondamentale, e spero che il pubblico ne abbia fatto tesoro.

La tua canzone e quanto hai detto ha emozionato tutti e, davvero, non c’è che ringraziarti. Cosa diresti quindi a quelle (pochissime) persone che hanno criticato la tua “ospitata”, o perché hanno pensato che si sia fatto così dello spettacolo con il dolore o perché hanno familiari o parenti malati di SLA ed hanno visto in te, sullo schermo televisivo, il dramma dei loro cari?

Quello che mi è piaciuto del modo in cui Amadeus ha trattato la mia presenza al Festival è stato proprio l’assenza di pietismo. La canzone non vuole trasmettere pena, il mio discorso è tutt’altro che di rassegnazione, quindi non capisco che cosa ci sia stato da criticare. La mia vita si basa sulla reattività alle difficoltà: se a parlarne non fosse una persona che si trova in evidenti difficoltà, chi ne dovrebbe parlare?

In varie occasioni hai spiegato che la tua storia non è quella di un ragazzo sfortunato ma “di un ragazzo che non si è arreso”, ci vuoi spiegare?

Sono circondato dall’amore, non posso lamentarmi di nulla. I sacrifici che ha fatto la mia famiglia pur di starmi vicino non possono che essere ricambiati dalla mia felicità. E poi, io stesso ho dato loro la voglia di non scoraggiarsi: se ci fossimo arresi tutti alla durezza della SLA, avremmo trascorso 4 anni di dolore. Invece abbiamo passato anni di sorrisi. Ci sono molti modi di trascorrere lo stesso lasso di tempo, possiamo semplicemente fare del nostro meglio affinché sia la serenità a fare da cardine.

Che genere di musica preferisci e quali sono i tuoi artisti preferiti?

Mi piacciono molto i rapper, l’elenco è sterminato!

Molti sono rimasti colpiti dalla frase che chiude il tuo brano “Io sono Paolo”, una canzone davvero bellissima e che rimarrà impressa, ovvero: “Credo e recito il Rosario ed è proprio lui a tenere lontano il mio sicario”. Come ti è venuta e qual è il messaggio che hai voluto lanciare?

La parola Rosario ha un duplice significato: parlo della mia fede in Dio, che mi porta a recitare veramente il rosario, e parlo di mio fratello Rosario, che ha rinunciato a tutto pur di starmi accanto. Quindi, la mia fede e mio fratello tengono lontana la sofferenza di una malattia molto grave.

Il giorno prima della tua esibizione sul palco dell’Ariston hai avuto modo di incontrare personalmente la coppia che ha fatto e fa ancora sognare milioni di italiani, Albano e Romina Power. Hai inaugurato con loro e il presidente Giulio Rapetti Mogol la Casa SIAE a Sanremo. Cosa ti resta di quella esperienza straordinaria?

Mi resta l’amore che tutti i presenti mi hanno dedicato. Le parole di Albano e Romina, il bacio di Mogol, gli applausi delle persone… Mi sono chiesto se meritassi davvero tutto questo, perché è un onore grandissimo.

In passato hai chiesto pubblicamente, anche tramite i media, che la terapia sperimentale per curare la SLA conosciuta come Brainstorm, sperimentata in Israele e negli Stati Uniti, sia portata il più presto possibile anche nel nostro Paese. Com’è finita e ci sono aggiornamenti in merito?

Non c’è stata la possibilità di portare la terapia in Italia, anche se lo Stato ha fatto tutto il possibile per far avverare questo sogno.

Ci vuoi svelare, alla fine, il vero segreto della tua serenità?

Se ve lo svelassi subito, non avreste più nulla da chiedermi! Prima o poi vi dirò la mia ricetta, ma per il momento vi invito a cercare personalmente la strada per la vostra serenità.

 ***

Una bella lezione di vita. Grazie Paolo, il tuo messaggio arriva dritto al cuore, sei un guerriero. Ti salutiamo e ti diamo un arrivederci, invitando i nostri lettori a seguirti e tenersi informati sulla pagina Facebook: Paolo Palumbo – Finalmente Abili.

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