altro che grazia!

Battisti: dopo avergli dedicato tanto (troppo) spazio è ora di parlare delle vittime

Un lungo processo condotto in contumacia ha fatto ritenere l’ex terrorista rosso, latitante in Brasile, responsabile di ben quattro omicidi, due poliziotti e due professionisti, le cui famiglie aspettano ancora giustizia

Giuseppe Brienza
Le quattro vittime di Cesare Battisti

Le quattro vittime del terrorismo rosso e di Cesare Battisti

"Cesare Battisti deve tornare in Italia. Da mesi gli uffici del ministero hanno avviato contatti con le autorità brasiliane, tenendosi pronti a un evento che avrebbe potuto cambiare le cose, come la vittoria di Jair Bolsonaro alle elezioni presidenziali. Seguiamo la situazione con la massima attenzione. Lo dobbiamo alle famiglie delle vittime di Battisti, lo dobbiamo anche al Paese". Così il ministro della giustizia Alfonso Bonafede, sul criminale di cui da anni l'Italia chiede l'estradizione del Brasile e che ora, dopo la vittoria alle presidenziali brasiliane del candidato di destra, appare molto più vicina. "L'ex terrorista fugge dalla giustizia italiana ormai da quasi 40 anni", dice Bonafede che ricorda anche i delitti di cui "si è macchiato": omicidio premeditato dell'agente di polizia penitenziaria Antonio Santoro (Udine, 6 giugno 1978); omicidio di Pierluigi Torregiani (Milano, 16 febbraio 1979); omicidio premeditato di Lino Sabbadin (Mestre, 16 febbraio 1979); omicidio premeditato dell'agente di polizia Andrea Campagna (Milano, 19 aprile 1979).

Dopo un lungo processo condotto in contumacia, Battisti è stato dunque ritenuto responsabile dalla giustizia italiana di ben quattro omicidi, due poliziotti e due professionisti, quale esecutore materiale o ideatore. Dopo avergli dedicato tanto (troppo) spazio sui media, forse è ora di parlare un po’ delle sue vittime.

Innanzitutto Antonio Santoro, maresciallo della Polizia penitenziaria, accusato dal gruppo terrorista di Battista, i “Proletari armati per il comunismo” (Pac) di maltrattare i detenuti. Lino Sabbadin e Pierluigi Torregiani erano invece dei commercianti, il primo macellaio il secondo gioielliere, caduti entrambi durante le rapine con cui il gruppo comunista faceva cassa per le proprie attività sovversive. Sabbadin è assassinato perché militante del Movimento sociale italiano (MSI), principale partito della destra italiana anti-comunista dell'epoca. Torregiani fu ucciso per aver esercitato il suo diritto alla legittima difesa reagendo con forza ai rapinatori, in uno scontro a fuoco nell’ambito del quale il figlio rimane paraplegico a causa di un colpo a lui indirizzato per sbaglio. Andrea Campagna, infine, era un agente della Digos, colpevole di aver eseguito alcuni arresti nell’ambito dell’omicidio Torregiani e considerato quindi un “nemico” del gruppo terrorista. L'omicidio di quest’ultimo, che al tempo era poco più che un ragazzo (Campagna era nato infatti in provincia di Catanzaro, a Sant’Andrea Apostolo dello Ionio il 18 agosto 1954), fu commesso a Milano il 19 aprile 1979. Andrea fu ucciso al termine del suo turno di servizio in un agguato in via Modica, alla Barona, di fronte al portone dell'abitazione della sua fidanzata, mentre si accingeva a salire sulla propria autovettura per accompagnare il suo futuro suocero al lavoro. Raggiunto da cinque colpi di 765 magnum, fu successivamente dipinto dagli attentatori come "torturatore di proletari" anche se in realtà il ragazzo (aveva 24 anni) svolgeva mansioni da autista presso la Digos di Milano, ed era lui il vero proletario della vicenda.

A Campagna è stata intitolata la Scuola allievi agenti di Polizia sita di Vibo Valentia e una strada nel comune di Sant'Andrea Apostolo dello Ionio, suo paese natale. Una lapide è stata anche posta dall'Associazione Nazionale Partigiani d'Italia a Milano sul luogo dell'attentato, insieme a una targa in un monumento nella vicina Piazza Miani. Il 24 settembre 2004 gli è stata conferita medaglia d'oro al merito civile alla memoria con la motivazione: “Mentre si accingeva a salire sulla propria autovettura dopo aver espletato il turno di servizio, veniva mortalmente raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco esplosigli contro in un vile agguato, rivendicato poi da un gruppo terroristico. Mirabile esempio di elette virtù civiche ed alto senso del dovere. 19 aprile 1979 – Milano”. Il 13 maggio 2010 la Prefettura di Catanzaro gli ha conferito la Medaglia d'oro vittime del terrorismo. Il Comune di Roma ha deliberato l'intitolazione del Parco Meda ad Andrea Campagna in via Filippo Meda, nel quartiere Pietralata. Il 22 maggio 2015 presso la Questura di Milano è stata inaugurata a suo nome dal Questore una sala riunioni nel reparto Digos.

Maurizio Campagna, fratello di Andrea, in una recente intervista è tornato a chiedere con forza "che Cesare Battisti torni qui per regolare i suoi conti con questa giustizia: un mese o 13 anni, quello che verrà stabilito. Non chiedo altro”. Così ha rievocato il drammatico giorno dell’omicidio, 19 aprile 1979: “avevo compiuto i 18 anni il 16 e quello era il terzo giorno delle visite per il servizio militare. Non ero andato a scuola e avevo pensato di raggiungere Andrea a casa della sua fidanzata Cecilia, perché aveva appena ritirato la sua prima auto, una Alfasud di seconda mano, e speravo di poterla provare… nel luogo dell’assassinio c’era il padre di Cecilia e fu lui poi a riconoscere Cesare Battisti. Lo rincorse e non si beccò un proiettile soltanto perché l’arma era ormai scarica. Battisti ha sempre rifiutato il confronto all’americana con lui”.

Finalmente, forse, un po' di giustizia sta arrivando però per Andrea Campagna. Come ha giustamente scritto Antonino D'Anna su “Italia Oggi” (30 ottobre): “Battisti se n'è andato a spasso tra Francia e Brasile dal 1981: sono quasi 40 anni che può girare tranquillo, visto che in Brasile gli hanno pure dato l'asilo politico. Nel frattempo, anche stamattina mentre leggete, la lapide di Andrea Campagna continua a stare ferma là dov'è a Vibo Valentia. Ci starà anche domani, e domani l'altro. E sempre. Ecco, forse ad Andrea Campagna da Sant'Andrea Apostolo dello Ionio non garbava molto l'idea di diventare una lapide a 25 anni e restare tale per quarant'anni e più, mentre il mondo andava avanti”. Ecco, ci sentiamo di dire in suo nome: per persone come Battisti altro che grazia!

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