La furbata referendaria del Premier

Mariano Picarella
La furbata referendaria del Premier
Dopo tanto penare e tanto attendere, l’oracolo fiorentino ha finalmente comunicato la data del famigerato referendum costituzionale, in occasione del Consiglio dei Ministri dello scorso 26 settembre: dunque domenica 4 dicembre tutti a votare, o forse non proprio tutti come il Premier spererebbe, vista la sospetta vicinanza con la festività di S. Ambrogio, patrono di Milano, che probabilmente terrà molti milanesi fuori dalla città per approfittare di un lungo ponte festivo. Sono tutte ipotesi, vogliamo sperare nella buona fede di Renzi, ma questa ha tutta l’aria di essere l’ennesima furbata uscita dal suo cappello, e cioè fare in modo che molti non vadano a votare, sfoltendo in questo modo maldestro il nutrito e agguerrito fronte del NO. Tuttavia non va dimenticato che in questo referendum non è previsto il raggiungimento di un quorum, per cui ci sarà sicuramente un esito e un vincitore. Altre furbate si possono riscontrare nello specifico nella riforma voluta dal Premier: ridimensionamento del Senato (non la sua abolizione), con i senatori che passano da 315 a 100, superamento del bicameralismo perfetto (con la sola Camera dei deputati preposta a votare la fiducia al Governo e che diventa l’attore principale del processo legislativo), abolizione del CNEL. Insomma, i punti salienti della riforma che dovrebbero far risparmiare circa 500 milioni di euro al Paese, a detta di Renzi. Le cose non stanno proprio così: innanzitutto i risparmi derivanti dai tagli sarebbero molto più bassi, intorno ai 100 milioni di euro, e questo poiché non si deve tenere conto dei tagli già operati a livello provinciale, con l’abolizione appunto delle province; il Senato resta, pur con funzioni ridotte rispetto alla Camera dei deputati, con i 100 senatori che comunque continueranno a godere dell’immunità parlamentare e che tra l’altro non saranno eletti direttamente dai cittadini, ma proverranno dai Consigli regionali (esclusi i 5 nominati dal Presidente della Repubblica); il bicameralismo paritario in realtà sarebbe solo parzialmente superato, visto che in taluni casi è richiesta l’approvazione anche da parte del Senato: è il caso di leggi di revisione costituzionale, referendum popolari, leggi sugli ordinamenti comunali, attuazione delle normative europee, discussione sui casi di incompatibilità e ineleggibilità dei senatori. Alla fine di tutto, cosa cambia? Ben poco, tanto chiasso per niente verrebbe da dire. Non sarebbe stato forse più efficace diminuire il numero dei deputati, visto che sono il doppio dei senatori? Oppure tagliare di pari passo deputati e senatori e risparmiare in questo modo una bella cifra? O ancora, operare una netta sforbiciata dei vitalizi? Il fatto che la Camera dei deputati non venga minimamente toccata, ma al contrario viene addirittura rafforzata, è da considerarsi un’altra furbata se si tiene conto del fatto che in quel ramo del Parlamento il Premier gode di una larga maggioranza (386 deputati contro i 244 dell’opposizione, mentre al Senato il rapporto è di 170 a 150). Se Renzi vuole vincere continuando a fare il furbo e pensando che gli italiani siano tutti dei fessi, probabilmente ha sbagliato i suoi calcoli se è vero che il NO alla riforma è in vantaggio sul SI. Il tour partito il 29 settembre gli servirà forse per abbindolare, non per convincere, gli eterni indecisi, che in sede elettorale sono notoriamente i più pericolosi poiché potrebbero far pendere l’ago della bilancia dalla parte sbagliata.

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