ROSSO ISTRIA

Giovanni FLORIO
ROSSO ISTRIA
Per andare a vedere questo film bisogna essere un po’ cocciuti: in Lombardia è programmato solo in due sale, una a Bergamo e l’altra a Milano, l’orario è fissato alle 22,05, più mezzora di nauseante pubblicità. Nelle altre regioni è pressappoco la stessa cosa. Io che abito in zona Como e sono abbastanza testardo, sono andato: come potevo subire il perfido boicottaggio della “Distribuzione”? Anzi, sono grato perché è proprio quest’onnipotente ectoplasma a suggerirmi i film da non perdere, quelli che “stanno su” non più di due o tre giorni feriali, rigorosamente negli orari più scomodi... Son tornato a casa all’una e mezza, stremato e orripilato, ma con il cuore che scoppiava d’amore per tutti i perseguitati del mondo e di riconoscenza, verso chi generosamente s’impegna ad onorare la memoria del loro sacrificio. Il film è fatto molto bene e soprattutto, è storicamente corretto. Sul piano sociologico, nessuno fa una gran bella figura: gerarchi fascisti rammolliti da decenni di ottuso servilismo, comunisti croati imbevuti di invidia sociale razzista e anti cristiana, comunisti nostrani che tradiscono i famigliari in cambio di disprezzo, nazisti isterici capaci solo di sparacchiare all’impazzata, un clero anche allora superficialmente buonista e un popolo, quello istriano massacrato, di brava gente incapace di vedere oltre il proprio naso... Nell’opera non mancano momenti d’arte suprema, come la scena iniziale del bosco, e qualche ridondanza, come il goffo inseguimento dell’ufficiale innamorato di Norma, per le strade di Trieste... L’ultimo quarto d’ora sarebbe inguardabile per la ferocia dei contenuti, ma come per La Passione di Mel Gibson, credo che non abbassare lo sguardo sia un atto d’amore. Certo, non serviva il film per aborrire lo stupro, che non è stato peggiore di quelli riservati a Pamela e Desirée, solo qualche giorno fa a Macerata e a Roma. D’altra parte, era pur necessario mostrare la spaventosa tecnica usata per infoibare la gente, a due a due legati per le mani con fil di ferro: il peso del primo “graziato” da un colpo di pistola in testa, trascinava nella buca il secondo, vivo e destinato a morire d’orrore. Come il Cristo risorto di Gibson, anche Rosso Istria si chiude con la visione di Norma, nella luce possente della campagna che amava e del suo sorriso invincibile. A distanza di qualche giorno, qualcosa ha cominciato ad agitarsi dentro di me. Quei sentimenti, proprio non riuscivo a ripiegarli in naftalina, pronti da sfoggiare con grande spolvero alla prossima ricorrenza, come si fa per il giorno della Shoah o della violenza sulle donne: c’è qualcosa che non quadra. Gli orrori non cessano e nessuno sembra farci caso. A parte Pamela e Desirée, milioni di donne sono mutilate, violentate ed arse vive e in tutto il mondo, popolazioni inermi vengono deportate e massacrate nell’indifferenza generale. E allora, a che serve il ricordo? Forse è meglio dimenticare, altrimenti, come si fa a ricominciare? Se i giovani sapessero di tutti questi orrori, come potrebbero affrontare la vita con serenità? Se non avessimo dimenticato, come potremmo accettare la Croazia dei titini in Istria o la Francia dei goumiers marocains in Ciociaria, i turchi in Armenia o i khmer rossi in Cambogia, la stessa Germania nazista o l’Italia fascista e i bolscevichi russi... E poi, come se tutto fosse ormai digerito dai libri di Storia, sopportare che i nipoti di quella gentaglia partecipino allegramente ai tornei di calcio, magari tatuati come tagliagole, ma con lo sfregio rosso sangue sulla guancia contra la violenza sulle donne? Homo homini lupus, dicevano i nostri vecchi... ma il lupo perde solo il pelo, non il vizio! E se qualcuno stentasse a crederci, guardi pure lo scempio solo qualche mese fa a Latina, della lapide dedicata a Norma Cossetto. Se dimenticare sta sulla buona via del perdono, il ricordo è prossimo al rancore, che l’ipocrisia spaccia per pubblica o privata riprovazione. Insomma, decidiamoci: o dimentichiamo e perdoniamo tutto davvero, o ricordiamo e condanniamo tutto, compresa l’atroce crudeltà dei compagni, ancora oggi negata, o nascosta e persino premiata da sonanti pensioni di guerra.

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