la denuncia del sociologo Morozov

Social media, una nuova forma di capitalismo mascherato?

La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia e votarsi all’ascetismo ma...

Enrica Perucchietti
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Secondo un’inchiesta del New York Times, Facebook avrebbe condiviso informazioni dei suoi utenti con aziende del calibro di Amazon, Netflix, Spotify, ecc... che, grazie a un’accurata profilazione degli utenti, hanno reso i loro prodotti più appetibili. Nulla di nuovo sotto il sole. Il sociologo e giornalista bielorusso, esperto di nuovi media, Evgeny Morozov, ha ampiamente spiegato nelle sue opere come Google, Amazon, Facebook, Twitter, ecc... sarebbero soltanto l’incarnazione di una nuova forma di capitalismo mascherato da rivoluzione digitale e l’ennesima versione dell’accentramento di potere economico e politico nelle mani di pochi in cui i dati diventano uno strumento di dominio.

In "Silicon Valley: i signori del silicio", Morozov mostra come anche un semplice pagamento con lo smartphone lasci dietro di sé una “traccia” "che può essere seguita, e soprattutto sfruttata, dalle aziende pubblicitarie (e non solo)". Insomma, la registrazione delle transizioni permetterebbe di raccogliere dati utili per schedare gli utenti che vengono irretiti dal “feticismo per l’innovazione” in modo che non si rendano conto del tranello in cui sono caduti. 
Nell’attuale società il controllo e la manipolazione sociale si sono resi invisibili, permanenti e capillari e investono tutto il “villaggio globale”. Ne avevamo avuto un assaggio con lo scandalo Cambridge Analytica. 

Dovremmo comprendere che, se non paghiamo un servizio, significa che la merce siamo noi. Dovremmo imparare a staccare il naso più spesso dai dispositivi tecnologici e chiederci: com’è possibile che mi diano una cosa gratis? Come guadagnano? Se ingrassi il tacchino è perché poi vuoi cucinarlo...
Ricorda: “Se il servizio è gratis, il prodotto sei TU”.


Una critica profonda ai risvolti oscuri della tecnologia può aiutarci a focalizzare certi aspetti poco discussi e a comprendere dove stiamo sbagliando. La virtualità ci rende più fragili e soli e rischia di risucchiarci in un vortice fatto di solitudine e sorveglianza: ciò non significa che si debba rinunciare alla tecnologia e votarsi all’ascetismo, ma dovremmo divenire più consapevoli e responsabili dei mezzi che abbiamo e riappropriarci non solo del senso critico ma anche di quello spirito etico che dovrebbe supportare l’innovazione. Affinché la tecnologia sia pensata in funzione e per il bene dell’uomo, per non rischiare altrimenti di finire schiavi delle macchine che abbiamo progettato. Questo, e molto altro, sarà al centro del mio prossimo libro, Cyberuomo, in uscita a marzo per Arianna Editrice.

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