Intervista al co-autore Andrea Pannocchia

"Il Popolo di Salvini", viaggio inedito nel mondo di una Lega in trasformazione

Il libro scritto con il sindaco di Cascina Susanna Ceccardi è il racconto della rinascita salviniana, analizzata attraverso le voci dei militanti. Da Nord a Sud. Senza pregiudizi o tentazioni agiografiche

Marco Dozio
"Il Popolo di Salvini", viaggio inedito nel mondo di una Lega in trasformazione

Uno sguardo interno e uno esterno per fotografare l’ascesa della Lega a primo partito del centrodestra, dopo una stagione in cui “tutto sembrava perduto”. Un’analisi scevra da pregiudizi o tentazioni agiografiche su come Matteo Salvini ha rilanciato un movimento sull’orlo del collasso. “Il Popolo di Salvini – La Lega Nord fra vecchia e nuova militanza” (Eclettica Edizioni) è un libro scritto a quattro mani da Andrea Pannocchia, giornalista e sociologo, e Susanna Ceccardi, nuovo sindaco di Cascina e artefice del “miracolo” leghista in terra di Toscana. Un lungo viaggio tra i militanti, da Nord a Sud, per decifrare radici ed evoluzioni di un fenomeno politico complesso.

Andrea Pannocchia, com’è nata l’idea di scrivere questo libro con Susanna Ceccardi?
Siamo amici e abitiamo nella stessa Provincia, quella di Pisa. Quando abbiamo iniziato lei era una semplice e combattiva militante, mentre ora, al termine del viaggio, è diventata sindaco di Cascina. Questa parabola incarna il senso del libro, una storia di trasformazioni che riguarda la Lega ma più in generale la politica italiana.

Perché un’indagine tra i militanti?
Sono usciti molti saggi sulla Lega e su Salvini, spesso antipatizzanti e basati su pregiudizi e stereotipi che risalgono ormai all’era di Bossi. Ma nessuno aveva dato, coralmente, la parola ai militanti e ai dirigenti del partito per capire come loro, il primo interfaccia della Lega sul territorio, vivevano e mettevano in pratica la rivoluzione del Capitano, basata su un mix di grandi continuità ma anche di grandi innovazioni. E così abbiamo intervistato 20 esponenti della Lega, dalla Valle d’Aosta all’Umbria, e 3 esponenti di Noi con Salvini.

Che cosa è emerso da questo viaggio?
Matteo Salvini è percepito da tutti i nostri intervistati come “uno di noi”. Non solo perché è nato a pane e Pontida, pane e camicie verdi, pane e militanza, ma anche perché, nonostante il successo ottenuto, non si è montato la testa ed è rimasto il “Teo” dei Giovani Padani, quello che senza spocchia si mette ancora oggi in prima persona a distribuire volantini ai gazebo. Poi c’è molta gratitudine per aver rilanciato alla grande il partito "quando tutto sembrava perduto", come hanno detto alcuni militanti. Inoltre c'è grande ammirazione per le sue doti comunicative e per aver azzeccato praticamente tutti i temi, a cominciare da quello dello stop all’immigrazione clandestina (declinata anche con un linguaggio nuovo rispetto al leghismo delle origini) e del no all’Euro, grazie al quale è stato possibile stringere l’alleanza europea con Marine Le Pen. Al tempo stesso affiora qualche timore che un partito per antonomasia strutturato su sezioni territoriali e su momenti di aggregazione collettiva, come la Lega, si schiacci troppo sul carisma del leader (c’è già chi ammette che “oggi la Lega è Salvini”) e che la creazione di un movimento parallelo al Sud, Noi con Salvini, finisca per mettere in soffitta il famoso articolo 1 dello statuto, quello che indica come obiettivo finale “l’indipendenza della Padania”.

Appunto, il Sud. Cosa è emerso dall’intervista con i militanti di Noi con Salvini?
Il grande pragmatismo di Matteo, il quale dovendo impostare la battaglia per la fuoriuscita dall’Euro e il ritorno alla sovranità monetaria non poteva che farlo nel nome dello stato nazionale, con la conseguente necessità, almeno in questa fase storica, di ridimensionare l’impostazione federalista e nordista per interessarsi dei problemi di tutta la Penisola. Quando hanno cominciato a chiamarlo da Bari, da Napoli e dalla Calabria per sottoporgli problemi del territorio, derivanti sì dal malgoverno locale e nazionale ma anche da decisioni prese in sede europea, Salvini è andato e ha trovato folle acclamanti. È andato per calcolo elettorale? È  andato perché spinto anche dalla curiosità (ricordiamo che è un giornalista e per tanti anni ha condotto trasmissioni radiofoniche su Radio Padania)?. È andato perché sa che anche nel Meridione può intercettare una voglia diffusa di “destra” orfana degli errori di Fini prima e di Berlusconi dopo? Lo ha fatto per rassicurare elettori liberal-conservatori e patriottici del Centro-Nord sul fatto che adesso possono votare la Lega perché non è più secessionista? Forse per tutte queste cose, ma la novità storica e sociologica dello sbarco al Sud rimane, è dirompente e può aprire scenari politici inediti.

Che idea si è fatto del militante leghista?
Non vengo dalla Lega e in passato non l’ho mai votata, ma avevo sempre trovato riduttivi e insultanti gli stereotipi che vedevano nel leghista medio un sempliciotto, un buzzurro, una persona chiusa di mente. In questo viaggio ho trovato invece molte persone colte, preparate, motivate e capaci di argomentare con passione e talvolta in modo ruspante ma senza mai essere offensivi e irrispettosi nei confronti degli avversari. Poi mi ha colpito la diversa declinazione che si dà al leghismo a seconda dei territori in cui si abita, e la differenza che esiste tra esperienze consolidate di governo come quelle di Lombardia e Veneto, realtà appena espugnate come la Regione Liguria o alcuni comuni dell’Emilia e realtà di confine non solo geografico perché essere leghisti in Valle d’Aosta o in Toscana ha un significato peculiare. È stato interessante anche far parlare i nostri amici della realtà socio-economica o storica dei loro territori, e nel libro il lettore troverà anche dotte dissertazioni storiche sull’indipendentismo friulano, la dicotomia fra nord e sud dell’Umbria, i temi portati avanti dai Giovani Padani, i problemi che a Napoli hanno convinto orgogliosi meridionalisti a scegliere Salvini, e tanti altri racconti. Un affresco corale, appunto.

Torniamo alla Toscana e all’impresa di Susanna a Cascina. Come questa storia, o questo miracolo, completa idealmente il vostro percorso?
Intanto si può parlare davvero di un miracolo se si pensa che a Cascina, il secondo comune della provincia di Pisa, il candidato del centrosinistra, compreso il sindaco uscente del Pd sfidato dalla Ceccardi, prendeva sempre dal 60 al 70% al primo turno, e già andare al ballottaggio sembrava un’utopia. Cascina era considerata un tempo la “piccola Russia” e una volta era attiva anche un’importante scuola di formazione politica del Pci. Il risultato si spiega con le trasformazioni sociali indotte dalla crisi dei settori produttivi trainanti, a cominciare da quello del mobile, da un afflusso di rom e di veri o finti profughi che ha preoccupato la cittadinanza, da scelte sbagliate in termini idrogeologici, da una percezione diffusa di arroganza e distacco da parte dell’amministrazione uscente. E poi da una serie di autogol comunicativi che fra il primo e il secondo turno la sinistra ha compiuto nel tentativo di demonizzare Susanna, usando parole d’ordine e slogan da anni Cinquanta e ormai non più corrispondenti al sentire e all’esperienza comuni dei cittadini, anche di molti elettori di sinistra. Ma proprio questo mi fa riflettere sul fatto che la Lega, in Toscana, ha un approccio magari meno ideologico ma più pragmatico che in altre regioni, e che molti dirigenti o elettori vengono dalla sinistra e da essa si sono allontanati sentendosi traditi. Traditi per il cedimento rispetto alle pretese egemoniche dell’Islam (e nel Carroccio troviamo non solo anti-islamici in nome del cattolicesimo tradizionalista ma anche tanti laici che oppongono all’oscurantismo musulmano per esempio proprio i valori di tolleranza e di autodeterminazione, anche sessuale, delle donne) e traditi perché la sinistra ha smesso di occuparsi dei piccoli e piccolissimi produttori dei tanti distretti monoproduttivi della regione (i mobilieri, gli orafi, i conciatori, gli apicoltori) e dei commercianti e ambulanti penalizzati ad esempio dalla direttiva Bolkestein, nel nome di un europeismo astratto e burocratico. Infine, Susanna è una giovane dirigente del partito che è stata fatta crescere dai dirigenti del partito della Regione, che è stata sostenuta con convinzione da Salvini durante tutta la campagna elettorale, che in molti suoi aspetti (la grinta e l’abilità di presenza sui social, per esempio) è assolutamente “salviniana”. Ma è anche l’espressione di una nuova classe dirigente locale che percepisce il carisma del Capitano come un forte valore aggiunto che non limita ma anzi esalta la loro azione e la responsabilizza, all’insegna di uno sforzo corale di cambiamento.

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