Sabato a Roma la IX Marcia nazionale per la vita

Un popolo in cammino per difendere la vita… del concepito e la nostra

Dal 1978 a oggi sei milioni e molti più esseri umani innocenti uccisi dalla legge 194 sull’Ivg. Persone che avrebbero dovuto pagare le nostre pensioni, che avrebbero dovuto acquistare i beni prodotti dalle nostre imprese e aumentare la ricchezza del Paese. Una questione che dovrebbe riguardare tutti e non solo i prolife

Pietro Licciardi
Un popolo in cammino per difendere la vita… del concepito e la nostra

Un momento della Marcia nazionale per la vita che, anche quest'anno, si è tenuta a Roma

Sabato 18 Maggio si è svolta a Roma la IX Marcia nazionale per la vita. Si è snodata per le vie del centro della Capitale: da piazza della Repubblica, lungo via Cavour e via dei Fori imperiali fino a piazza Venezia. Quasi due chilometri di strada affollata di gente, moltissimi giovani con bambini, nonni, gruppi giovanili, preti, religiosi e suore. Difficile contarli tutti ma sicuramente parecchie migliaia di persone, tante quante il Pd può solo sognare di mettere insieme per applaudire il suo leader di spicco e che pure il M5S farebbe fatica a mobilitare. Eppure nessuno dei tg e dei “giornaloni” di regime o della Rai, che campa con il canone pagato da tutti noi, ha mai “sprecato” spazio per rendere conto di quello che in tempi di società liquida e di morte degli ideali è rimasto uno degli ultimi movimenti spontanei di popolo.

Ma per cosa hanno marciato tutte queste persone? Per dire ancora una volta che l’aborto è un crimine, che abortire non è un diritto e che niente può giustificare la soppressione di una vita umana.

E che il concepito è un uomo fin dai primi istanti non se lo è certo inventato il Papa ma lo afferma la scienza. Questo è anche uno dei motivi per cui vi è un così alto numero di medici obiettori, i quali in virtù della loro formazione scientifica e della loro esperienza sanno bene che ogni aborto equivale ad uccidere un essere umano.

Tuttavia dopo quasi quarant’anni dall’entrata in vigore della legge 194 sulla “interruzione volontaria della gravidanza” (Ivg) e circa sei milioni di bambini cui non è stato consentito di nascere, marciare per l’abrogazione di un provvedimento liberticida è diventata anche una questione vitale per la sopravvivenza. La nostra.

Viviamo infatti in una società che sta attraversando una crisi economica e sociale che minaccia di diventare strutturale, poiché – ci spiegano, sia pure sottovoce, certi economisti – a causa dell’attuale “inverno demografico” diminuisce il numero dei giovani lavoratori, dei consumatori, mentre aumenta la pressione sul welfare da parte dei sempre più numerosi anziani che hanno bisogno di assistenza e cure mediche.

Sono quasi sei milioni, secondo i dati del Ministero della Salute, gli esseri umani soppressi fino ad oggi dalla legge n. 194/1978. A questi dobbiamo aggiungere gli aborti clandestini che, a dispetto delle promesse iniziali dei sostenitori della legge, non è mai venuto meno, e le altre decine di migliaia uccisi nell’assoluto silenzio dalle cosiddette “pillole del giorno dopo”. Ben 189.589 sono state le confezioni di Ulipristal acetato (EllaOne) vendute nel 2016 secondo quanto reso noto sempre dal Ministero della Salute nel gennaio scorso.

Sei milioni e molto più di cittadini che avrebbero dovuto pagare le nostre pensioni, che avrebbero dovuto acquistare i beni prodotti dalle nostre imprese aumentando la ricchezza del Paese, che avrebbero potuto accudire i genitori divenuti anziani e pagare quelle tasse necessarie a tenere in piedi il “sistema Paese” che adesso gravano su una platea di contribuenti che si va restringendo sempre più.

Proprio per rimpiazzare questi milioni mancati che stiamo “importando” a dosi sempre più massicce d’immigrati. E questo con tutti i problemi che ciò comporta. Sempre per ovviare a questo terribile “buco” demografico, destinato ad allargarsi, c’è chi chiede con insistenza l’introduzione della “dolce morte”, l’eutanasia, per far fuori i vecchi divenuti improduttivi e domani tutti quelli che non avranno più uno straccio di pensione o familiari che potranno assisterli.

Di questo passo, e con queste soluzioni, però un bel giorno, si fa per dire, ci sveglieremo al suono delle giaculatorie degli imam che alle cinque del mattino daranno la sveglia dai minareti delle moschee, in città popolate da africani, mediorientali e asiatici, nelle quali lavoreremo quattordici o quindici ore al giorno in fabbriche di proprietà cinese e in cui le vacche, diventate sacre, passeggeranno per i viali.

Ecco perché dovrebbe prima o poi arrivare il momento in cui la questione della difesa della vita non sia più nelle sole mani dei prolife e dei cattolici in generale, poiché riguarda tutti quanti. E che mettere un argine alla piaga dell’aborto è possibile lo ha dimostrato in questi giorni lo Stato dell’Alabama, in quegli Stati Uniti che, nel bene e nel male, da sempre fungono da battistrada.

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