Qualcuno fermi i radicali!

Gabriele  Minotti
Qualcuno fermi i radicali!
Quello radicale è un movimento che si è sempre distinto per la sua capacità di attrarre scapestrati in grandi quantità. Per quale ragione? Perché questa forza politica non ha mai avuto delle idee, un programma, delle proposte, un'idea chiara di società, ma ha basato la sua intera esistenza, sin dalle sue origini, , sull'individualismo irresponsabile e sul relativismo etico, sul tentativo di legittimare, sul piano giuridico e sociale, ogni tipo di turpitudine, di malcostume e di cattiva inclinazione, ogni cosa potesse risultare dannosa per le persone e per la collettività. In principio furono l'omosessualismo, il femminismo isterico tipico degli anni '60/'70, il divorzio e l'abortismo. Seguirono il libero amore e l'odio per la famiglia tradizionale (erano gli anni di una nota pornodiva eletta in Parlamento proprio tra le fila dei radicali). Ora i temi principali che questa forza politica di noto spessore morale intende imporre nel dibattito politico sono la legalizzazione della cannabis e l'eutanasia. Non c'è che dire, si va di male in peggio: al sangue dei tanti feti uccisi nel grembo materno, alle molte vite che sono state negate o spezzate grazie alla diffusione di quella che Giovanni Paolo II definiva “cultura della morte” (quella del libertinismo e del relativismo etico insomma, quella per la quale tutto è lecito ed assolutamente tollerabile, tutto attiene esclusivamente alle scelte e alle preferenze dell'individuo, per la quale è “vietato vietare” a prescindere dagli effetti di determinati comportamenti e abitudini sul singolo, sulle famiglie e sulla società), alle molte persone traviate e alle ancor più numerose famiglie distrutte e destabilizzate, ora i radicali vogliono aggiungere anche la devastazione che inevitabilmente deriva dalla legalizzazione delle droghe e dall'istituzionalizzazione del suicidio come pratica “sanitaria”. Come se tutto ciò non bastasse, non solo le istanze si sono fatte ancora più pericolose, ma anche i metodi di lotta sono diventati più violenti ed eversivi: se, infatti, una volta il metodo di lotta dei radicali era lo sciopero della fame e la protesta non violenta (Pannella ci aveva abituato a considerare queste pratiche una pittoresca usanza del suo movimento), oggi, sotto la guida di Marco Cappato, si è arrivati ad agire in pieno sprezzo delle leggi. Se l'obbiettivo è quello di sfidare lo Stato a viso aperto, lo Stato dovrebbe rispondere con mezzi adeguati (ho usato il condizionale di proposito, giacché questo non avviene). Apprendo con sconcerto il fatto che, dopo aver accompagnato ben due persone ad essere uccise in Svizzera (Fabiano Antoniani e Davide Trentini) ed aver organizzato, proprio ieri a Milano, il “Cannabis Day”, culminato con la semina e la distribuzione ai passanti di semi di canapa (mentre l'attuale sindaco Sala ammetteva di aver fatto uso di spinelli in passato con un imbarazzante “sono stato giovane anch'io”), il Cappato (e i suoi fiancheggiatori delle varie associazioni pro-droga e pro-eutanasia) continuano a rimanere impuniti, cavandosela nel primo caso con l'apertura di un'inchiesta per “istigazione al suicidio” (che probabilmente verrà archiviata) e nel secondo con una semplice identificazione (neanche una denuncia per istigazione a delinquere). Dove voglio arrivare con tutto questo discorso? Semplice: se tanto l'ideologia pro-droga quanto quella pro-eutanasia (alla pari di tante altre della stessa risma ultra-libertaria) risultano essere dannose per la società (che certo non trae giovamento dal fatto che i giovani possano consumare stupefacenti legalmente, rovinando così la loro salute, la loro vita e quella della collettività, così come dal fatto di affermare la malsana idea sulla base della quale i deboli, i malati, i disabili e gli anziani finiscono per essere inevitabilmente considerati dei pesi di cui sbarazzarsi semplicemente rifiutando loro le cure o con una piccola iniezione), allora lo Stato, che della difesa e della salute della società è responsabile, deve agire contro qualunque associazione, politica e culturale, che si faccia promotrice di tali ideologie. Concretamente, questo vuol dire che non è sufficiente aprire un fascicolo sul conto di Cappato o sequestrargli i semi di marijuana: qualunque tipo di associazione, partito o movimento che promuovano istanze chiaramente anti-sociali (oltre che illegali), come i radicali o la “Luca Coscioni” (e fossero solo queste), dovrebbero essere soggette allo scioglimento d'autorità e i suoi membri sanzionati sul piano amministrativo e finanche penale. Strano Paese che siamo: ci affanniamo a punire chi pronuncia la parola “clandestino”, chi chiede l'espulsione degli immigrati irregolari, lo smantellamento dei campi rom o la difesa vita e della famiglia naturale (tutte cose più che ragionevoli), ma non ci preoccupiamo minimamente di impedire l'instaurazione della cultura della droga e dell'uccisione disumana dei malati e dei soggetti più deboli (insieme a tutte le altre). Uno Stato degno di tale nome non può accettare che un manipolo di irresponsabili si facciano promotori della liberalizzazione di sostanze che quotidianamente rovinano la vita di moltissimi giovani, che distruggono famiglie, che affliggono i cuori di moltissimi genitori costretti a vedere il deperimento fisico e mentale dei loro figli con esiti il più delle volte tragici. Allo stesso modo non può rinunciare a prendersi cura della salute e della vita delle persone lasciando che queste possano scegliere di “farla finita” (o che qualcuno, come di frequente avviene in quegli ordinamenti dove questo pseudo-diritto è riconosciuto, scelga per loro). Uno Stato degno di tale nome deve impegnarsi a combattere la “cultura della morte” di cui parlavo prima e i suoi promotori, in ogni modo e con tutti i mezzi a sua disposizione, senza esclusione di colpi, ribadendo al tempo stesso il principio della sacralità e dell'inviolabilità della vita sin dal concepimento ed una concezione responsabile ed ordinata della libertà.

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