la "teologia sbagliata" di bergoglio

Papa Francesco: "L'inferno non esiste"

Cosa c'è dopo la morte? Le parole del pontefice sulle "anime che scompaiono" hanno scatenato i media, che si interrogano sull'ortodossia del Papa. Ma non sanno che...

Alfredo Lissoni
Papa Francesco: "L'inferno non esiste"

Foto ANSA

L'inferno non esiste. A dirlo, in una conversazione privata con il direttore di Repubblica Eugenio Scalfari - che l'ha rivenduta come intervista - nientemeno che papa Francesco, che del giornale della sinistra radical-chic è grande estimatore. Le "anime cattive", avrebbe detto il pontefice al giornalista, che gli chiedeva dell'aldilà, non sono sottoposte ad una vera e propria "punizione" ma "ottengono il perdono di Dio", mentre coloro che non possono essere perdonate sono destinate alla scomparsa. "L'inferno, insomma, non esisterebbe", hanno commentato il 29 marzo scorso diversi quotidiani. Quello che è certo, per il pontefice, è solo la "scomparsa delle anime peccatrici".


Il giorno dopo l'Ufficio Stampa vaticano avrebbe smentito: il papa non avrebbe mai detto che l'inferno non esiste. Scalfari si sarebbe affrettato a rivendicare come autentico il virgolettato del Papa: "Non vengono punite, quelle che si pentono ottengono il perdono di Dio e vanno tra le fila delle anime che lo contemplano, ma quelle che non si pentono e non possono quindi essere perdonate scompaiono. Non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici". Ma è veramente così? E c'è realmente da scandalizzarsi, nel caso? Perché, come vedremo in un altro articolo, papa Francesco non nega affatto l'esistenza del diavolo, anzi ne ha confermato la tangibilità in molte occasioni. Dà solo una diversa visione dell'inferno.


In realtà, chi accusa Bergoglio di predicare una "teologia sbagliata" (teologia della liberazione, di stampo comunista, semmai) non sa che per quanto riguarda l'aldilà il Papa ha detto - se lo ha detto - la verità. Come sa qualsiasi teologo intellettualmente onesto, l'inferno con cui ci tormenta e ci costringe a credere per paura la Chiesa, da duemila anni, non c'è nella Bibbia. Le sue più vivide rappresentazioni sono sì nel Nuovo Testamento (accenni vaghi in Matteo 8, 12-13, 41-42; Luca 16, 22-26; Apocalisse - testo non riconosciuto dai protestanti - 20,15 e 21,8), ma l'intero apparato scenico la Chiesa l'ha copiato dalle apocalissi dei vangeli apocrifi, non riconosciuti come autentici dalla Santa Sede. E dunque? In origine l'inferno non era né quello dantesco, né del Botticelli o di Doré, ma una condizione esistenziale consistente nella perdita di Dio, con relativo tormento. Non era un luogo fisico o metafisico. Niente diavoli con forconi, fuoco eterno in laghi di lava e Caronte traghettatore e bastonatore di "anime prave".


Addirittura il biblico S. Giuda (fratello di Giacomo il minore, apostolo e primo vescovo di Gerusalemme), nella sua biblica Lettera, al capoverso 6, spiegava che l'inferno era destinato solo agli angeli ribelli e agli abitanti di Sodoma e Gomorra. La stessa posizione era condivisa da S. Pietro. Ma quando il cristianesimo divenne religione di Stato, nel 325, inferno e demonio divennero lo spauracchio per soggiogare i paurosi ed i superstiziosi. Fu allora che l'immagine di Lucifero, sino a quel momento rappresentato come un angelo di luce, fu sostituita quella del dio greco Pan, un essere mezzo uomo e mezzo caprone (con aggiunta per di più di ali da pipistrello). L'inferno ebraico, per inciso, deriva da Gehenna e Sheol. Solo che la prima è in realtà una valletta scavata dal torrente Hinnom sul lato sud del monte Sion. Il nome deriva dall'ebraico gē-hinnom che significa, appunto, "valle dell'Hinnom".


Antico luogo ove si praticavano sacrifici umani pagani al dio Moloch, poi trasformato in discarica ove si bruciavano i rifiuti (da cui l'immagine del fuoco eterno), viene citato nell'Antico Testamento come area d'olocausto ove venivano sgozzati i bambini (2 Cronache 28,1-3; 33,1-6; Geremia 7,31-32; 32,35). Trovandone osceno il rito sacrificale, re Giosia volle allora sopprimere sul suo territorio ogni tipo di devozione non diretta a Yahweh, trasformandola in discarica. Per similitudine, nel Nuovo Testamento la Gehenna è passata a rappresentare l'Inferno, un luogo di punizione, dove il fuoco brucia i peccatori. Questo è propriamente il significato che viene attribuito a questa parola in tutto il Nuovo Testamento; a volte essa viene tradotta proprio come Inferno in alcune versioni della Bibbia o, più spesso, lasciata invariata.


L'aldilà ebraico era in realtà lo Sheol, termine usato nell'Antico Testamento assieme a Tanakh e Abaddon per indicare il regno dei morti. Ricordava il luogo buio e polveroso dell'Amenti, l'aldilà egizio  (e non dimentichiamo che degli egizi gli ebrei furono schiavi, assimilandone la cultura e le credenze). Un regno sotterraneo (Isaia 7:11, 57:9; Ezechiele 31:14; Salmo 86:13;  Deuteronomio 32:22; Lamentazioni 3:55), "molto profondo" (Proverbi 9:18) che segnava il punto di maggiore distanza possibile dal cielo (Giobbe 11:8; Amos 9:2, Salmo 139:8).
Lo Sheol era descritto come una terra, una landa (Giobbe 10:21-22), ma di solito si trattava d’un luogo con cancelli e porte (Giobbe 17:16, 38:17; Isaia 38:10; Salmo 9:14), ed era visto come diviso in compartimenti (Proverbi 7:27) con “angoli più remoti” (Isaia 16:15; Ezechiele 32:23).


Qui i morti si radunavano (Ezechiele 32; Isaia 14; Giobbe 23), senza distinzione di rango, condizione sociale o morale: il ricco e il povero, il pio e l’empio, il vecchio e il giovane, il padrone e lo schiavo. I morti continuavano in qualche modo la loro vita terrena: Giacobbe avrebbe pianto lì (Genesi 37:35), David sarebbe rimasto lì in pace (1 Re 2:6), i guerrieri avrebbero avuto le armi con loro (Ezechiele 32:27), eppure queste anime erano considerate semplici ombre (“Refaim“; Isaia 14:9, 26:14). I morti conducevano un’esistenza senza conoscenza o sentimento (Giobbe 14:13; Ecclesiaste 9:5). Nello Sheol il silenzio regnava sovrano e l’oblio era dato automaticamente a coloro che entravano in esso: a questo proposito era anche conosciuto come “Duma“, la dimora del silenzio dove nemmeno Dio veniva lodato (Salmo 6:6, 30:10, 94:17, 115:17). Eppure, in certe occasioni straordinarie gli abitanti dello Sheol potevano provare sentimenti di gioia alla caduta del nemico (Isaia14:9-10) ma, di norma, il sonno era loro destino (Geremia 51:39, Isaia 26:14; Giobbe 14:12). Lo Sheol era ritenuto un orribile, triste, buio e disordinato luogo. Insomma, un luogo orrendo ma ben lungi dall'immagini della cultura classica medievale e rinascimentale occidentale. Per certi versi, un luogo della mente. Non molto dissimile da quello di cui ci parla papa Francesco...

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