economia, lo studio di armando siri

Flat Tax: l’aliquota non è una lotteria. Quella giusta per far ripartire il Paese è il 15%

Questo nuovo sistema fiscale si compone anche di tutto un sistema di deduzioni e di applicazioni tali da rendere la Flat Tax costituzionale, equa e conveniente

Armando Siri
Flat Tax: l’aliquota non è una lotteria. Quella giusta per far ripartire il Paese è il 15%

Abbiamo il dovere di essere seri nei confronti degli italiani quando parliamo della più importante riforma fiscale della storia della nostra Repubblica, evitando la lotteria delle aliquote che cambiano a seconda di ciò che sembra più o meno credibile per l’elettorato.

Quando con Matteo Salvini abbiamo proposto nel 2014 il nostro progetto di Flat Tax al 15%, non ci siamo basati sui sondaggi o sul parere degli esperti della comunicazione per definire quale fosse l'aliquota giusta per l'Italia, ma su uno studio approfondito pubblicato nel libro Flat Tax: la rivoluzione fiscale in Italia è possibile e divenuto l'unica proposta di legge che riforma il T.U.I.R. introducendo la Flat Tax

Questo nuovo sistema fiscale non si compone semplicemente dell'aliquota, ma anche di tutto un sistema di deduzioni e di applicazioni tali da rendere la Flat Tax costituzionale, equa e conveniente per tutti i contribuenti, a partire dai ceti meno abbienti. 

Perché, dunque, un’aliquota maggiore del 15% non sarebbe in grado di generare quello shock fiscale capace di far ripartire i consumi interni, la produzione e il lavoro? Per capirlo dobbiamo partire innanzitutto da alcuni dati dei contribuenti italiani (dati MEF, dichiarazioni 2016 anno di imposta 2015).

L’imposta media sulle persone fisiche in Italia, considerando tutti gli scaglioni di reddito, si attesta al 19,64%. In questa percentuale ci sono 18.5 milioni di contribuenti che pagano il 5,70% di tasse, 14 milioni che pagano il 15,15%, 6 milioni che pagano il 22.94% e infine meno di 2 milioni che pagano tra il 30% e il 36%. Queste percentuali sono al netto delle deduzioni e detrazioni previste dall’attuale sistema.


Flat Tax al 23%: problemi di progressività
. La proposta al 23% non prevede scaglioni, ma l’innalzamento della no tax area fino a 12 mila euro. Questo procedimento, però, neutralizza la progressività dell’imposta perché forma un solo unico grande scalino a partire dai redditi medi. Non solo, una no tax area per tutti i 40 milioni di contribuenti - senza distinzione di reddito e di carichi famigliari - ridurrebbe la base imponibile fiscale netta di 388 miliardi, portandola da 832 a 444, che tassati al 23% fornirebbero entrate tributarie per 102 miliardi (adesso sono 155) con un detrimento del gettito di 53 miliardi.

Le stesse entrate sono previste anche dal nostro sistema al 15%, che prevede però due scaglioni di reddito sui quali applicare una deduzione fissa di 3mila euro per garantire la progressività dell’imposta con il variare del reddito e dei membri del nucleo familiare:
⦁ Da 0 a 35 mila euro hanno diritto alla deduzione tutti i componenti del nucleo famigliare;
⦁ Da 35 mila a 50 mila euro solo i carichi famigliari;
⦁ Dai 50 mila euro di reddito l’aliquota rimane invariata al 15%.
Dal reddito familiare si tolgono quindi le deduzioni di riferimento e si applica l'aliquota del 15% per il calcolo dell’imposta.

Infatti, l’altra grande rivoluzione della proposta della Lega è la tassazione del reddito famigliare e non del singolo contribuente. Al centro della nostra proposta c’è la famiglia quale nucleo portante della società e le tasse sostenibili da ogni famiglia non possono essere calcolate solo in base al reddito prodotto, ma anche in considerazione della situazione familiare, figli e altri carichi. Sarebbe ingiusto per noi che un single con 40.000 euro di reddito paghi le stesse tasse di un padre di famiglia che percepisce lo stesso reddito, avendo però moglie e 2 figli a carico. Va bene abbassare le tasse, ma con un occhio di riguardo a chi investe sul futuro del nostro Paese. 

Proporre quindi una Flat Tax al 23% significa:
 
⦁ Abbassare le tasse in modo non coerente al reddito;
⦁ Introdurre una misura che reca svantaggio alle famiglie, non prendendo in esame il numero dei figli e delle persone a carico;
⦁ Sacrificare il beneficio fiscale del ceto medio, perché la fascia tra 20 mila e 35 mila euro di reddito sarebbe quella con i vantaggi minori;
⦁ Ridurre di un solo punto percentuale la tassazione sulle imprese (oggi al 24%).

 

L’aliquota al 23% non è in grado quindi di soddisfare i propositi stessi della Flat Tax, la quale si basa su una potente spinta verso la crescita capace di aumentare la base imponibile soggetta a tassazione e garantire così, a regime, nuove e maggiori entrate tributarie. Occorre su questo tema così delicato avere il più possibile le idee chiare per evitare di offrire agli elettori una prospettiva di cambiamento che sia un miscuglio di timidezza e confusione. 


Sulla riforma tributaria bisogna essere coraggiosi e precisi. Dobbiamo garantire che tutti possano trarne vantaggio, a partire dai redditi più bassi; dobbiamo assicurare le coperture necessarie, la progressività dell’imposta e, soprattutto, dobbiamo fare rientrare le molte aziende che negli ultimi anni hanno delocalizzato all’estero, rendendo finalmente conveniente produrre, investire e creare lavoro in Italia. 

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