Intervista al sondaggista e analista politico

Amadori: "Per Renzi la strada è molto difficile. E Parisi ha sbagliato a smarcarsi dalla Lega"

"La Lega non è andata affatto male: il risultato di Bologna è un successo. Il centrodestra dovrebbe studiare un modello di compromesso tra Parisi e Le Pen"

Marco Dozio
Amadori: "Per Renzi la strada è molto difficile. E Parisi ha sbagliato a smarcarsi dalla Lega"

Alessandro Amadori, volto noto delle trasmissioni di politica. Foto da Facebook

Dopo la catastrofe dei ballottaggi, Renzi rischia di schiantarsi politicamente sulla partita referendaria. Se gli schemi di “alleanze” e convergenze tra elettorati diversi dovessero ripetersi a ottobre, ecco che il premier andrebbe incontro al proprio capolinea politico. Alessandro Amadori, sondaggista vicepresidente dell’Istituto Piepoli, docente di comunicazione politica all’università Cattolica di Milano, spiega che per Renzi ora la strada è “molto in salita”. Giudica in modo positivo la performance della Lega. E propone un nuovo modello di “compromesso” per il centrodestra.

 

Quali sono i risvolti nazionali di questa tornata amministrativa?

Il voto fotografa una situazione in qualche modo già conosciuta, nel senso che siamo diventati un sistema tripolare quasi perfetto. Ogni blocco vale circa il 30%. Questo spiega perché il Pd non ha avuto l’affermazione che immaginava. Pensava di essere il partito della nazione, ma non lo è. Esistono 3 sistemi di offerta che rappresentano la nazione: in alcuni Comuni ha vinto il Pd, in altri la Lega o il centrodestra, in altri ancora , tra cui quelli più eclatanti, ha vinto il Movimento 5 stelle. Non si può più ragionare in termini di egemonia. È un sistema è fluido in cui le parti devono e possono dialogare. In molti Comuni gli elettori di centrodestra hanno fatto asse con gli elettori del cinque stelle sconfiggendo il Pd.

 

Perché non si è verificato con altrettanta evidenza il flusso in senso opposto? I 5 stelle solo in alcuni casi hanno votato i candidati di centrodestra, ma non in massa e non ovunque.

Questo è comprensibile data la natura del Movimento 5 stelle che è ancora un movimento e non un partito. Avendo uno slancio identitario, gli elettori 5 stelle faticano a ragionare in termini di tattica politica, a differenza degli elettori di Lega e centrodestra. Preferiscono puntare sulla loro bandiera. Si stanno trasformando in partito ma sono ancora movimento, dunque privilegiano la via dell’isolazionismo a quella del calcolo politico.

 

Siamo al segnale di sfratto per il governo? È l’antipasto di ciò che potrà accadere al referendum o quella sarà una partita diversa dalla quale Renzi potrebbe uscire vincitore? Entreranno in gioco altre dinamiche?

Ogni tornata elettorale è un appuntamento a sé ma conserva sempre una valenza nazionale. Nessun voto che riguarda milioni di persone può avere un significato esclusivamente locale. Il referendum è comunque un’altra partita e potrebbe avere degli esiti diversi da quelli ipotizzabili analizzando questo voto. Penso comunque che la partita per Renzi sia difficile. Se l’elettorato che non si riconosce nel Pd avrà modo di convergere allora il tavolo salta. Quello che è successo in alcuni Comuni potrebbe ripetersi al referendum, anche se non è scontato. Sicuramente ora la partita del referendum per Renzi si fa molto in salita.

 

Molti analisti hanno bollato come negativa la performance della Lega. Ad analizzare i dati più nel dettaglio non sembrerebbe.

Esatto. La Lega non è andata male, ha avuto performance molto diverse da zona a zona. È andata benissimo per esempio a Bologna ottenendo un risultato assolutamente storico, notevole. Quello di Bologna è un grosso successo per la Lega anche se si tratta di una sconfitta. È andata però molto male per esempio a Varese. È difficile fare una sintesi perché La Lega ha mostrato variabilità molto forti. Ma nel complesso ha tenuto e in qualche caso migliorato le sue posizioni. Di certo non è stato un fallimento. Ma nemmeno il successo che qualcuno sperava: in questo momento la Lega sembra aver esaurito la sua onda montante.

 

Il centrodestra cosa dovrebbe fare secondo lei? A Milano la ricerca di moderazione fino allo spasmo ha portato alla sconfitta.

È difficile dire se sia meglio il modello Parisi o il modello Le Pen. Il modello Parisi a me non dispiace. A Milano il centrodestra non è andato affatto male, Sala avrebbe dovuto vincere al primo turno. Un anno fa nessuno avrebbe scommesso su una partita aperta fino all’ultimo. L’idea di un’alleanza di progetto, non necessariamente contraddistinta da temi molto forti, per un Paese come l’Italia potrebbe funzionare. Capisco che questo possa porre problemi identitari all’interno della Lega, capisco che ci sia un conflitto di visioni. Ma a Milano la stessa Lega non è andata affatto male. Dall’altra parte a Bologna un candidato come la Borgonzoni, che ha aggregato un voto pragmatico senza puntare eccessivamente su temi identitari, ha dimostrato di essere una figura di governo, anche se non moderata: e lì la Lega è andata benissimo. Le due situazioni non sono in antitesi. Tra il modello Le Pen e il modello Parisi forse la scelta giusta è un ragionevole compromesso, basato soprattutto sulla scelta del candidato.

 

A Milano cosa è successo tra primo e secondo turno? Parisi sembrava avesse il vento in poppa, era arrivato a un punto da Sala. Poi molti milanesi non sono andati a votare e le periferie che avevano preferito Parisi sono andate su Sala.

Sala è riuscito a riportare al voto gli elettori del primo turno, mentre Parisi ne ha persi per strada alcuni. Parisi ha mostrato minore capacità di mobilitare gli elettori per il ballottaggio, che poi è un tratto tipico del centrodestra, tradizionalmente meno adatto a mobilitare gli elettori per la sfida del secondo turno. Forse ci sarebbe voluto un maggiore coinvolgimento della Lega, che è l’unico partito di centrodestra a mantenere una maggiore capacità di mobilitazione.

 

Può aver influito il fatto che Parisi abbia cercato più volte di smarcarsi della Lega?

È stato un errore, perché probabilmente in questo modo Parisi ha perso il coinvolgimento dell’elettorato leghista, l’unico che poteva trainarlo nel secondo turno. È stato un errore prendere i voti della Lega senza condividerne il progetto. Ma la formula di un’ampia alleanza mi sembra l’unica con la quale il centrodestra possa tornare a vincere.   

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