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Siri: "Il Centrodestra riparta dalla Flat Tax"

A problemi globali ci vogliono risposte globali, ecco quelle dell’ideologo Armando Siri

Andrea Lorusso
Siri: "Il centrodestra riparta dalla Flat Tax"

Fonte targatocn.it

Non si può fare, ce lo chiede l’Europa, servono misure di Spending Review. Quante volte lo avete sentito nei dibattiti da talk show, quanti amici nel chiacchiericcio da bar ve lo hanno ripetuto come un mantra. Ogni volta si ponga un problema che vada oltre il nostro orizzonte di comprensione, circuiamo la nostra capacità di apprendere con risposte sommarie.

Allora abbiamo chiesto delle elucubrazioni ad uno che di populista ha davvero poco, ma che viene visto come un alieno nel mondo dell’economia e della finanza perbenista. Il professor Armando Siri ha portato perfino Alvin Rabushka a Milano per avallare le sue tesi. Rabushka fu consigliere economico del presidente USA Ronald Reagan che con le sue ricette ha risollevato l’America.


Armando Siri, partiamo da un tema attuale tanto quanto la nostra nuova testata. Matteo Salvini è un populista? Cosa crede che sbaglino le opposizioni quando tentano di etichettarci?
Populista è solo una parola che finisce con ‘ista’ come molte altre, ad esempio statista. Nel primo caso si intende colui che si batte senza l'intermediazione dell'apparato statale per gli interessi di un popolo o di parte di esso, nel secondo caso colui che impronta la sua azione politica mettendo invece al primo posto gli interessi dello Stato e solo dopo quelli popolari. Sono due modi di intendere la politica e la democrazia.
L'ideale consiste nel far coincidere le due tendenze apparentemente opposte. Matteo Salvini è capace di questo equilibrio, ecco perché le opposizioni hanno interesse ad etichettarlo per evitare che possa emergere la sua visione e il suo progetto di costruzione di un Paese più forte e credibile, capace di  ripristinare e rafforzare quel rapporto fiduciario con i cittadini che fino ad oggi Renzi ha sacrificato per tutelare solo gli interessi di piccoli gruppi di potere.

Il 19 dicembre 2014 nasceva la costola meridionale della Lega, “Noi con Salvini” di cui lei è il Responsabile Formazione ed Economia. Come procede il progetto?
Procede con entusiasmo. Il nostro programma di sviluppo economico e industriale è ascoltato con interesse da molti settori della produzione, dall'agroalimentare alla logistica portuale, al comparto energetico.
Il nostro punto cardine, ovvero la riforma del testo unico delle imposte sul reddito, che prevede l'introduzione dell'aliquota unica fiscale, trova sempre più sostenitori ed è il fulcro centrale della piattaforma di confronto politico nel centrodestra.
Anche la nostra Scuola di Formazione Politica è stata un successo per contenuti, qualità delle docenze e degli ospiti. È stata talmente bella che Renzi l'ha copiata. E ne siamo contenti. Le cose belle in fondo si copiano.
Adesso dobbiamo lavorare per rafforzare la nostra presenza sui territori dimostrando che il progetto di Salvini per il Sud non ha il solo scopo di fare cassa elettorale come qualcuno vuol fare credere ma punta alla costruzione di una forza politica nazionale che sia interprete di bisogni ed esigenze comuni a tutti, da nord a sud.

Ci spiega in termini “populisti” la sua riforma del fisco, la Flat Tax? I tecnici la stroncano sempre con queste parole: “Manca la parità di gettito.”
È semplice: Pagare tutti, pagare meno. Populista o no è quello che sta avvenendo nei 38 Paesi al mondo di cui 9 nell'Unione Europea che vedono le loro economie fiorenti e prospere.
I ‘tecnici’ sono quelli che sanno riparare o assemblare un oggetto che qualcun altro ha inventato, non lo sanno creare dal nulla. Sono meri esecutori dello status quo. È evidente che questa riforma sia delegittimata. Ma questo non ci crea alcun disagio.
Abbiamo già dimostrato che la parità di gettito non solo si raggiunge attraverso gli strumenti propri della riforma, che si pone come obiettivo l'emersione di nuova base imponibile, ma anche attraverso un intervento una tantum che prevede il saldo e stralcio delle posizioni in Equitalia di quei contribuenti che pur in regola con la dichiarazione, si sono trovati impossibilitati a pagare l'imposta a causa della recessione. Recessione, vorrei ricordare, che ha fatto perdere 10 punti di PIL, più di un milione di posti di lavoro dipendente e oltre un milione di attività in proprio.

Durante le ultime elezioni europee si era sviluppato un bel dibattito attorno alla moneta unica. Ha anche lei la sensazione che sia bastata qualche timida ripresa del PIL, per far sparire dai radar dei media il tema?
La moneta unica, come il pensiero unico il cibo unico e la cultura unica non mi entusiasmano. L'Euro e l'Europa hanno messo al primo posto le questioni economiche dimenticando la coesione sociale. Un errore imperdonabile che presto mostrerà i suoi effetti indipendentemente dai media.
Dobbiamo avere il coraggio di ridiscutere i termini con i quali è stata aggregata l'Europa che oggi è solo un soggetto burocratico privo di buon senso, suggestione e sentimento. Tutto si può mettere in discussione, nella storia c'è stato anche chi ha messo in discussione la fede figurati se non possiamo ridiscutere questa Europa.


Toto-Amministrative. Lei vive da vicino la campagna elettorale di Stefano Parisi a Milano. Può dirci la differenza sostanziale tra lui e Sala, il candidato del PD? Si dice siano due facce della stessa medaglia.

C'è una grande differenza tra i due. Il primo ha lavorato con successo come city manager nella giunta più amata dai milanesi, che è stata quella di Albertini. Una giunta che ha posto le basi della Milano di oggi, poi completate dalla Moratti con l'ottenimento di Expo, degli investimenti e opere relative. Opere per le quali il PD ha votato contro e si è opposto con tutte le forze salvo poi inaugurarle cercando di intestarsi il merito.
Sala nonostante se lo sia trovato fatto non è riuscito a valorizzare come avrebbe potuto un grande evento, del quale fino all'ultimo ha nascosto i conti per non svelarne le criticità. E poi intendiamoci, Milano non ha bisogno di avere in Comune il rappresentante di Renzi, ma al contrario, uno capace e in gamba come Parisi che possa avere sufficiente indipendenza da mettere sul tavolo senza remore le richieste e le esigenze della capitale economica del Paese, che sta facendo sempre di più i conti con il progressivo aumento del degrado e con la percezione diffusa di mancanza di sicurezza. Su questo Parisi è molto chiaro, le regole le rispettano tutti e non saranno consentite deroghe.

I contestatori vanno in affanno ideologico quando vedono Salvini scrivere un libro, lei addirittura ad ottobre inaugura la seconda edizione della “Scuola di Formazione Politica”. Non trova le stesse analogie di quando scese in campo Berlusconi ed il refrain della sinistra che sottovalutava l’avversario? Eravamo tutti ignoranti per il ceto alto borghese del Paese.
Anche loro nonostante si diano tante arie soffrono come molti italiani di analfabetismo di ritorno, ovvero l'incapacità di leggere qualunque cosa che già non conoscono. Se avessero letto il libro senza pregiudizio sono certo avrebbero trovato molti punti di condivisione. Ma nel contrasto ciascuno trova la sua occasione per essere notato. In fondo concediamo loro questa opportunità.”

Il Ministro dell’Economia Padoan ha affermato in una intervista per La Stampa che in Italia ci sono troppe banche, che si sta privatizzando l’Enav, mettendo sul mercato Ferrovie e ipotizzando di vendere altre quote di Poste Italiane. Intanto nel triennio 2015-2018 Unicredit in virtù delle aggregazioni bancarie licenzierà 18.200 dipendenti. Ma è davvero questa la strada per la ripresa?
Questa è piuttosto la strada per il baratro. Il depauperamento del nostro patrimonio pubblico sotto forma di assalto alla diligenza lo avevano iniziato Ciampi, Dini e Prodi nel 1996 e adesso lo conclude Renzi. Si tratta di un fatto grave perché non ha alcun effettivo beneficio per la nostra economia, ma lo ha invece per i molti enti finanziari privati che ci guadagnano in danno ai cittadini.
Purtroppo manca una coscienza pubblica forte e diffusa capace di difendere l'interesse comune. Quando gli italiani se ne accorgeranno sarà troppo tardi purtroppo. Le banche invece, nonostante il QE della BCE non hanno concesso prestiti e liquidità a famiglie e piccole imprese per via dei rating di Basilea 2.
In pratica gli Istituti di Credito hanno i soldi ma non li erogano perché milioni di italiani non hanno diritto ad ottenerli per via delle varie segnalazioni nelle centrali rischi. Purtroppo l'assalto alle banche popolari e del territorio ha rappresentato la parte finale di un piano per indebolire il sistema bancario italiano che era comunque tra i più sani del mondo, ed ha aperto le porte a speculatori di ogni risma. Tutti uniti da uno stesso identico scopo: indebolire gli Stati e la conseguente influenza dei cittadini nei processi e cicli economici.

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