Social media e bugie

Quando la Rete si trasforma in un labirinto di ingannevoli ideologie

Il web ha dato vita ad una nuova ontologia della informazione costantemente in bilico tra libertà e menzogna

Stefania Genovese
Quando la Rete si trasforma in un labirinto di ingannevoli ideologie

Labyrinth di L. Carrington

Attualmente ci si interroga sulla necessità di interpretare le nuove configurazioni sociali emergenti in Internet, poiché oggi la Rete è ormai diventata il paradigma di una nuova verità apparentemente incontestabile scevra da compromessi, che pur tuttavia ha acconsentito il proliferare, attraverso l'ampliamento della proprie cerchie sociali, l'espansione della molteplicità delle appartenenze e delle apparenze. Lo stesso FB è diventato la chiave di volta per la creazione di identità «ad hoc» troppo spesso mendaci poichè caratterizzate da rappresentazioni iperboliche, che prospettano vite da sogno ben lontane dalla comune realtà. E non solo purtroppo: nella mole illimitata di dati disponibili si annida spesso un dedalo di tesi complottiste e pseudoscientifiche che minano la positività della diffusione libera della cultura e delle idee. E ciò a giudizio del World Economic Forum ingenererebbe la trasmissione di un rischio sociale altamente ambiguo.

Taluni studi hanno dimostrato inoltre che la diffusione della disinformazione troverebbe un ampia risonanza poiché la stessa selezione dei contenuti avverrebbe per pregiudizio di conferma, e ciò costituirebbe gruppi solidali tendenti a rinforzarsi ed a rifuggire dal confronto dialettico con gli altri. Un tale contesto dunque frenerebbe l'informazione corretta mentre alimenterebbe il pensiero cospiratore refrattario al debunking. I risultati di una recente ricerca inoltre hanno evidenziato come la Rete creerebbe una sorta di patologia da "amnesia digitale" inducente gli utenti a sostenere esclusivamente veritiera la propria visione degli accadimenti. Tale meccanismo che formerebbe così un divario tra reale e virtuale preoccupante, reo di obliare la cosidetta memoria storica dei fatti, è stato purtroppo più volte usato da forze politiche che hanno inneggiato ad Internet come unica risorsa informativa deputata ad incontrovertibile "Fonte della verità".

Confermerebbe questo un recente studio condotto da un team di ricercatori diretto dallo studioso di scienze sociali ed informatiche Walter Quattrociocchi del CSSLab dell'IMT di Lucca, che attribuirebbe la causa principale della diffusione della disinformazione sul WEB al fatto che gli utenti si concentrino solo su specifici contenuti che li porta a raggrupparsi in comunità isolate ed a cadere nel cosiddetto pregiudizio (bias) di conferma. Di conseguenza la causa principale della diffusione di false notizie attraverso i social media non sarebbe il mancato controllo della affidabilità delle fonti ma una adesione selettiva che privilegi esclusivamente fonti d'informazione che confermino le proprie opinioni ed idee, evitando il confronto con ogni punto di vista differente dal proprio. Un contesto deletereo che ha allertato anche taluni motori di ricerca; Google ad esempio per evitare l'espansione di informazioni inesatte e pregiudizievoli, sta implementando severi protocolli di controllo per rimuovere fonti inattendibili.

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