social assassini

Le avances, l'illusione, le foto intime, il ricatto. Poi il buio, la corda, il suicidio

Una donna, mamma di due bambine, dopo essere stata ricattata ha visto le sue foto osé pubblicate su Facebook e non ha retto alla vergogna. Si è impiccata nel bagno di casa dopo aver baciato le sue bimbe

Redazione
Le avance, l'illusione, le foto intime, il ricatto. Poi il buio, la corda, il suicidio

Foto da internet

Tutto ha inizio poche settimane prima del suicidio. Lei, donna, mamma, su Facebook viene contattata da un tale, Fabio Schiavone, di 35 anni, titolare della fantomatica Technolgy shop. Lui, nelle foto del suo profilo, è un bell'uomo, aitante, splendido, solare. La aggancia con la scusa di venderle un telefonino e inizia una piacevole conversazione che di giorno in giorno cresce, e si fa sempre più intima.

Complimenti, apprezzamenti, dolci parole. Poi qualche foto, infine, la confidenza sembra essere quella di due persone che si conoscono da sempre, e le richieste si fanno sempre più spinte. Lei cede. Gira via chat delle foto che la ritraggono in pose erotiche, fin troppo intime.

Scatta la trappola. Quello che, fino a quel momento sembrava essere l'amico di una vita, improvvisamente si trasforma in un terribile incubo vivente. Lui, che Fabio Schiavone non era, e tanto meno la sua faccia corrispondeva a quella ritratta nel profilo su Facebook, inizia a ricattarla: "Dammi duemila euro oppure faccio vedere a tutti che razza di donna sei, spedisco le foto e i tuoi messaggi a tuo marito". La donna non ha duemila euro e sa che, anche se li avesse, il ricatto non si fermerebbe. Lei tergiversa pensando ad un finto ricatto, ma lui, pubblica tutto. Quelle foto, intime, troppo intime, vengono postate su Facebook, con tanto di post che descrive i suoi gusti sessuali.

In famiglia e nell'ambiente delle sue amicizie la situazione è insostenibile, e la vergogna e la rabbia è troppa: impossibile spiegare. Lei, la donna, la mamma, non regge e la mattina del 3 gennaio dell'anno scorso decide che l’unico modo per uscire da questo tunnel è farla finita. Prende una corda, bacia le sue figlie, si chiude in bagno. Poi il buio.

Il dramma, per i familiari, è senza spiegazione. I carabinieri iniziano a indagare e, tassello dopo tassello, il quadro si chiude. La Procura arriva a quel Fabio Schiavone che ha circuito la donna: in un primo momento all’uomo viene contestata la violazione della privacy e il reato di morte come conseguenza.

Oggi, finalmente, dopo oltre un anno di indagini della Procura di Treviso hanno restituito finalmente un quadro nitido di quella terribile vicenda, un quadro completamente diverso da quello ricostruito all’indomani del suicidio. Non era solo la vergogna ciò che si celava dietro al suicidio. La giovane mamma si è ammazzata perché vittima di una tentata estorsione e di diffamazione aggravata. E dietro a questa tragedia, secondo la Procura, c’è un unico regista che, con la complicità della sua compagna, avrebbe teso una trappola a quella madre, che ha lasciato due figlie in tenerissima età.

Ora il processo è vicino per un napoletano di 35 anni e per la sua compagna. I reati contestati pesano come macigni: tentata estorsione, sostituzione di persona, diffamazione aggravata e morte come conseguenza di altro reato. Articoli del codice penale che, calati nella realtà, fanno capire il dramma vissuto da quella madre.

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