SCHEGGE DVRACRVXIANE

Miss Italia: quando decide il popolo, il politicamente corretto fa flop

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Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster

Helmut Leftbuster nasce a Roma abbastanza tardi da essersi goduto i mefitici effluvi scolastici e universitari del ’68. Nella vita non scrive (semmai parla!), ma lo fa per passione e missione, essendo un convinto assertore di quelle libertà di pensiero e di opinione che, ben 3000 anni dopo Atene e Roma, vengono messe sotto assedio da una sorta di Pensiero unico depressivo, nichilista e soprattutto antidemocratico.

Il suo nome nasce dal connubio fra l’aulicità del romanticismo nibelungico e lo humor “trash” col quale Egli si rende guastatore delle peggiori ipocrisie progressiste e radical-chic.

Il “castigat ridendo mores” contraddistingue da sempre il tenore tematico e stilistico sia delle sue collaborazioni (Qelsi, Arianna Editrice e, ora, anche Il Populista) sia della gestione del blog che coordina, Aristocrazia Dvracrvxiana, ove si ciondola dal ghibellinismo dantesco (la “Dvra Crvx” del Poeta e non la “moscia crux” di 4 fricchettoni post-conciliari) a ricette gastronomiche identitarie messe a tavola per onorare  contadini e pastori nostrani ed indurre giovanissimi e massaie a dire "basta!" a venefiche porcherie sottocosto globalizzate e a cazzarate eque e solidali.

Il suo motto è «alla "povertà" si guarda, non si crede».

Miss Italia: quando decide il popolo, il politicamente corretto fa flop

Fra le lagnanze dei radical-chic, quest’anno non si è ripetuto il miracolo “multikultu" di Danny Méndez del ’96. Ciò perché ogni bel ballo stufa e ogni retorica è a scadenza: compresa quella dell’ossessione per l’esotico e il paradossale.  Già, gli Italiani, anche quelli più moderati o di sinistra, sono stanchi di veder aspergere premi e vantaggi non sulla base di meriti oggettivi, ma per bieca acquiescenza alle regole del politicamente corretto.


E stanno riprendendo a valutare la realtà in forza dei suoi risvolti logici e non di quelli quelli ideologici.
I concorsi di bellezza hanno da sempre come ragione sociale quella di far concorrere fra loro beltà femminili rappresentative delle diverse regionalità o nazionalità, a seconda della portata del concorso.
Ora, come altro potrebbero esprimersi le preferenze della giuria, fondamentali per determinare il discrimine fra le varie posizioni in classifica, se non attraverso una libera valutazione delle differenze morfologiche fra le concorrenti? E che senso ha alterare il tradizionale retaggio fenotipico, espressione di tipicità localistiche, attraverso certificati di nascita, certo burocraticamente idonei all’iscrizione al concorso, ma non corrispondenti a fisiognomiche ricollegabili alle tipicità in questione?


Insomma è innegabile che la coscienza popolare abbia attribuito nel tempo caratteristiche fisiche diverse alle varie regionalità: una bella morona sarda o sicula, una diafana bionda islandese, una sinuosa danzatrice araba, una leziosa geisha nipponica. Ebbene, perché mai far saltare tutto questo improvvisamente come se non fosse mai esistito? In nome di che cosa? Di un’artificiosa fratellanza universale? Allora perché non rinunciare ai concorsi, se devono divenire un confronto fra cloni multietnici?!

Risultano pertanto sterili le lagnanze della terza classificata di quest'anno (riportate in questo articolo). Se non le sono state riconosciute le caratteristiche idonee a rappresentare l’italianità delle forme, a poco serve sventolare il certificato di nascita in Italia; sarebbe come se una ragazza dalla corporatura perfetta rivendicasse il diritto di vincere un concorso per “grandi taglie”: sarà senza dubbio bellissima, addirittura più bella delle altre concorrenti, ma non ha le caratteristiche fisiche adatte a classificarsi in un concorso tematico; e a Miss Italia il tema è "l'italianità".

Per i salotti di fanatici del “chiunque-ovunque” tale buon senso è ovviamente saltato; ma, a quanto pare, il popolo non si sta lasciando instupidire: e, se interpellato, continua a votare la Miss in cui maggiormente rivede la propria madre, le proprie sorelle, le proprie figlie, le proprie fidanzate.
Come è normale che sia.

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