Incerta l'origine del nome

Il rogo della Giubiana: le origini di un antico rito, fra tradizione e leggenda

Una festa tipica della società agreste che si è mantenuta intatta fino ai giorni nostri. Aiuta ad accettare il passato e ad iniziare con ottimismo l'anno nuovo

Alessio Colzani
Il rogo della Giubiana: le origini di un antico rito, fra tradizione e leggenda

Il rogo della Giubiana

In molti borghi della Brianza e delle prealpi lombarde, l'ultimo giovedì di gennaio si brucia un fantoccio di paglia e stracci chiamato "Giubiana". Forse qualcuno si domanderà chi rappresenti questo personaggio e perché lo si bruci sul falò in un'atmosfera festosa. Ogni paese ha il suo rituale: basta spostarsi di qualche chilometro e i dettagli cambiano. Alcune comunità celebrano il falò della Giubiana in modo solenne.

Diciamo subito che ci sono, o ci sono state, tante altre feste simili in moltissimi luoghi d'Europa. A fine gennaio le culture contadine celebravano il termine della parte più fredda e buia dell'inverno con un fuoco serale che bruciava tutto il negativo preparando l'avvio del nuovo anno agricolo sotto i migliori auspici. La festa era allora, anche da noi, più ricca e complessa. Per accrescere il buon augurio si mangiava il risotto con la salsiccia, segno (e perciò garanzia) di prosperità e abbondanza. I bambini giravano per le strade divertendosi e facendo baccano, mentre i ragazzi più grandi potevano scherzare con le ragazze perché si credeva che il riso e il rumore avessero il potere di allontanare gli spiriti maligni e favorire il benessere dei singoli e della comunità.

Anche se in generale la Giubiana è ritenuta una strega, l'allegria che si diffonde intorno al falò ci suggerisce un'interpretazione più benevola della figura della vecchietta, capace di fare dispetti ma anche di distribuire l'abbondanza. Per qualcuno rappresenta la brutta stagione, per altri è il simbolo del freddo e del gelo invernale che ormai se ne stanno andando, altri ancora (come a Cantù) la ritengono la castellana traditrice della città, oppure un ricordo delle divinità pagane, o semplicemente qualcosa di negativo che si cerca di "scacciare", cancellandolo nel fuoco. Cosa sia in realtà la Giubiana è difficile da spiegare. Leggende e tradizioni collegate a questo fantoccio che viene messo al rogo in moltissime piazze della Lombardia, si mischiano tra loro facendo perdere le tracce in tempi ormai lontanissimi.

Oggi che non viviamo più in una società prevalentemente agreste può sembrare strano il successo che riscuotono ancora tra di noi le feste tipiche di quel tempo, ma probabilmente ciò che si cerca e si ottiene ripetendo gesti e immagini di allora è la persuasione di essere un gruppo unito e solidale, preziosa ora come allora per affrontare meglio le difficoltà, dell'inverno come dell'esistenza. Il rito della Giubiana è un anello di congiunzione tra il presente e una realtà, quella contadina e ancestrale, che sopravvive ormai solo attraverso queste tradizioni. Anche il falò di un fantoccio, un evento così apparentemente semplice, può divenire allora importante, in quanto testimonianza di una memoria storica che si cerca di conservare, per non lasciarla smarrire. Un rito senza tempo che è patrimonio culturale. Un valore importante di una società che non vuole perdere le proprie radici: come tale va preservato, divulgato e tramandato.

Il rogo della Giubiana, con il fantoccio appeso in cima ad un palo sotto il quale viene accatastata la tradizionale "pira" è uno spettacolo genuino, nostrano e che in molti paesi brianzoli è inserito nel calendario degli appuntamenti annuali e rappresenta uno dei maggiori momenti di aggregazione sociale per tutta la comunità. Una festa vera e propria, al di là di ogni significato. Nel caso di Giussano la manifestazione ha inoltre assunto nel tempo una valenza goliardica ed è l'occasione per criticare le malefatte e le particolarità delle amministrazioni che si sono alternate nel governo della città.

A Canzo (Como) la celebrazione è particolarmente articolata, essendo presenti il processo in canzese con la sentenza dei Regiuu, ovvero gli anziani autorevoli del paese, e altri personaggi simbolici e tradizionali, quali la fata acquatica Anguana (proveniente dal Cèpp da l'Angua), l'Òmm Selvadech (cioè "uomo selvatico", personaggio della mitologia alpina), l'Urzu ("orso", che esce dalla tana alla Cròta dal Bavèsc, simbolo della forza istintiva che deve essere domata) e il Casciadùr ("cacciatore", che doma e fa ballare l'orso), il Bòja ("boia" che rappresenta la condanna del male), i Cilòstar (cioè "coloro che reggono i candelabri", incappucciati, che simboleggiano la luce che vince il Male), i Bun e i Gramm ("buoni e maligni", bambini vestiti di bianco e di nero, tinti in volto, che con il suono delle campanelle e con il rumore delle latte invitano le forze del bene e scacciano il maligno), l'Aucatt di caus pèrs (l'avvocato delle cause perse, quello venuto dal foro di Milano per difendere la Giubiana), il Barbanégra (l'indovino), gli Scarenèj (i rappresentanti della vicina campagna di Scarenna, legata storicamente con i contadini canzesi), le Strij picitt (le streghe che fanno paura ai bambini), la Cumàr da la Cuntrada (che legge il testamento della Giubiana), il Diaul (diavolo che canta l'ode alla Giubiana), i Pumpiér (i pompieri in bicicletta, in costume storico e con la pompa dell'Ottocento), il Pastùr (il rappresentante in maschera del mestiere pastorizio), i Buschiröö (la maschera del boscaiolo), il Carètt di paisàn ("carretto dei contadini"), il Traìn (lo "slittone" con le fascine), ed altri ancora, che percorrono in processione parte del centro storico. La festa è arricchita da vestiti tradizionali e da suggestivi addobbi, tra cui la gamba russa (cioè "rossa") e i paramenti a lutto, com'è anche la musica dei tamburi e dei baghét.

Incerta è l'origine del nome per la mancanza di fonti scritte. Alcuni sostengono che esso derivi dal culto alla divinità di Giunone (da qui il nome Joviana). Altri ancora lo ricollegano a Giove, giovedì: il nome deriverebbe dal dio latino "Jupiter-Jovis", da cui l'aggettivo Giovia e quindi Giobia per indicare le feste contadine di inizio anno per propiziare le forze della natura che, secondo la credenza popolare, condizionano l'andamento dei raccolti. Il periodo della festa coincide con le Ferie Sementive o Sementine. La storia di questo personaggio ha diverse varianti, a seconda dell'area geografica.

Quasi tutti concordano sul fatto che la Giubiana era una strega: spesso viene rappresentata come molto magra, con le gambe lunghe e le calze rosse. Si dice che vivesse nei boschi e grazie alle sue lunghe gambe non mettesse mai piede a terra, spostandosi di albero in albero osservando così tutti quelli che entravano nel bosco per poi farli spaventare, soprattutto i più piccoli. Pare che ogni ultimo giovedì di gennaio andasse alla ricerca di qualche bambino da mangiare finché una mamma, che voleva molto bene al suo bambino, le tese una trappola. Preparò una gran pentola piena di risotto giallo (allo zafferano) con la lüganega (salsiccia) e la mise sulla finestra. Il profumo era delizioso, da far venire l'acquolina in bocca. La Giubiana sentì il buon odore e corse con la sua scopa verso la pentola, cominciando a mangiare il risotto. Questo era tanto ma era così buono, che la Giubiana non si accorse che stava per arrivare il sole. Il sole come tutti sanno uccide le streghe, così il bambino fu salvo e la Giubiana morì.

Lo spirito della manifestazione è quello di accettare il passato e di ricominciare con ottimismo. Il rogo della Giubiana è infatti soprattutto un rito propiziatorio per l'anno appena iniziato, nella consapevolezza che ognuno di noi è artefice del proprio destino.

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