C’è invasione ed invasione

Ed adesso arriva pure il pecorino. Rumeno

Questa volta è un tipico formaggio italiano ad essere sotto attacco della concorrenza sleale

Andrea Lorusso
Ed adesso arriva pure il pecorino. Rumeno

Il prezzo del latte di pecora ha subito un tracollo del 30% e le importazioni di pecorino dall’estero si sono triplicate. Nel 2015 si segna un + 181% di ingressi con ben 2,9 milioni di falso pecorino made in Italy. Oggi a Cagliari la Coldiretti è a sostegno dei pastori sardi, dove hanno allestito dei veri e propri laboratori didattici, in cui poter apprendere la millenaria tradizione casearia. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è recente, a Thiesi nello stabilimento dei Fratelli Pinna, ieri è stato bloccato un carico di 3.640 forme di pecorino rumeno. I produttori sardi denunciano la scarsa igiene dei trasporti, la concorrenza sleale, la confusione sui mercati, ed il falso “Made In” che logora non solo il buon nome, ma tutta la filiera produttiva con pesanti ricadute sul piano degli introiti e della sussistenza del settore.

I Pinna tuttavia non solo si difendono dalle accuse: “Il prodotto è destinato al mercato internazionale, formaggio tracciato e ben conservato”, ma addirittura sbeffeggiano il loro territorio: “È ora di dirlo, il latte sardo è inferiore a tutto il resto d’Europa”. Affermazione che ha alimentato il profluvio di sdegno e rabbia, il Sindaco di Cagliari e il Presidente della Regione, sono al fianco dei produttori oggi in piazza. Ma non mancano allevatori, coltivatori di ortofrutta, vino, olio, cereali, e tutta la galassia gastronomica della zona. Perché il valore aggiunto dei nostri prodotti, l’originalità ed i sapori sono unici al Mondo, eppure una globalizzazione selvaggia affossa il nostro potenziale ed infanga il nostro marchio.

Il simbolo di questa pernacchia al Bel Paese è divenuto negli anni il Parmesan, cugino malato del Parmigiano Reggiano, eccellenza emiliana ammaccata da un’aggressiva concorrenza sleale. Senza volere dimenticare la Parmalat che un mesetto fa ha disdettato gli acquisti di latte nelle valli ligure. L’azienda, che dal 2011 è di proprietà della francese Lactalis, preferisce comprare il latte dall’Est Europa e dalla Cina. Lì (includendo i costi di trasporto) il prodotto viene a costare dieci centesimi in meno per litro, polverizzando la filiera corta.

Un centinaio di produttori gettarono 60 quintali di latte di mucca sui prati. Il simbolo di una débâcle che sta sfibrando una storia ed un bagaglio d’esperienze che vale miliardi di euro. È il vessillo del classico scontro locale vs globale, dove il mercato unico invece di divenire protesi e sbocco per gli esercenti, pialla con un macinatore il know-how e sbarra la strada al futuro delle aziende.

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