Spiluccando dal Borghese di luglio

Scuola italiana? Finita in mano ai “tuttologi del web”…

L’editoriale dell’ultimo numero della rivista diretta da Claudio Tedeschi è dedicato alla “digitalizzazione del sapere” che neutralizza la relazione, la ricerca di gruppo e il pensiero critico. Gli studenti italiani saranno quindi "tuttologi del web", come cantava Francesco Gabbani sul palco dell'Ariston, vincendo. L’Italia del futuro, però, con la DAD chissà come andrà a finire...

Giuseppe Brienza
Scuola italiana? Finita in mano ai “tuttologi del web”…

"Tutti tuttologi del web" cantava Francesco Gabbani sul palco dell'Ariston, come dargli torto...

L’editoriale del direttore Claudio Tedeschi, dal titolo “Il falò delle nullità”, ci descrive un’Italia che ha visto affermarsi, “sotto il peso della quarantena da covid-19, l’uso indiscriminato di Internet”. Il potere che gestisce per conto della finanza internazionale il destino del nostro popolo, dice Tedeschi, chiama tutto questo “progresso” indicando nello smart working, in italiano “lavoro agile”, la nuova frontiera dell'occupazione. Giustamente, però, afferma il direttore del Borghese, se stabilizzato questo sistema porterà alla “morte sociale dovuta alla mancanza di ‘contatti’ con i colleghi”, venendo meno qualsiasi “comunità di lavoro”. Lo stesso discorso vale per la didattica a distanza (DAD), perché la scuola ha nella compartecipazione e nel rapporto personale il suo punto di forza, sia educativo sia comportamentale.

Questa digitalizzazione del sapere neutralizza inoltre l’educazione alla ricerca del metodo, al sacrificio personale, alla ricerca individuale o di gruppo che tante generazioni fino agli anni Duemila sono state indotte a coltivare. Non è solo questione di “supporti” informatici, perché la ricerca sui testi o sui Documenti, magari operata nelle biblioteche o negli archivi, lavorando per molto tempo, tra fotocopie e fogli pieni di annotazioni, favoriva indubbiamente l’autonomia e il “pensiero critico”. Nelle famiglie, almeno per chi poteva o voleva, si trovavano poi enciclopedie di vario genere, scritte da specialisti e non dai tuttologi del web dei quali canta Francesco Gabbani in Occidentali’s Karma, tesori sui quali gli studenti imparavamo a trovare parole, definizioni, usando il cervello per i collegamenti. Le stesse sezioni delle associazioni o dei partiti, di ogni colore, erano piene di libri, usati e pieni di note, fonti di conoscenza per la crescita culturale e sociale individuale o collettiva.

L’uso della rete - conclude invece Tedeschi - in forma così massiccia, sommandosi alla distruzione della scuola, come strumento di educazione e preparazione dei futuri cittadini, ha confermato che lo scopo dell’attuale governo non è tanto ‘salvare’ l’Italia quanto ‘appiattirla’ a livello sanitario, scolastico e occupazionale”.

C’è poi l’articolo del filosofo Hervé Cavallera, ordinario di Storia della pedagogia all’Università del Salento, che s’intitola “Un Governo che non vuole sciogliersi”. Si riferisce al fatto, estremamente grave, per cui in un sistema politico che si definisce democratico, dall’inizio (5 settembre 2019) del Governo Conte II, siamo gestiti da un esecutivo “che da tempo gode di un numero di parlamentari che non corrisponde alla realtà ma che nessuno pensa di sciogliere”. A tacer d’altro, siamo di fronte ad una coalizione che tira a campare provvedendo a nomine dei propri uomini nei posti chiave, da Reti Ferroviarie Italiane (R.F.I. spa) a Rai way.

Segue Gennaro Malgieri che, provocatoriamente, intitola il suo pezzo “Attendendo la rabbia d’autunno”, riferendosi all’allarme ufficializzato il 10 luglio dal ministro dell’interno della probabile esplosione di episodi di rabbia sociale in Italia. Il prefetto Lamorgese ha chiaramente parlato dell’“autunno caldo” che, dal punto di vista sociale e dell'ordine pubblico, si prevede da settembre se continuerà così com’è la crisi economico-occupazionale.

Infine Marcello Veneziani dedica la sua rubrica mensile Electro shock. Per guarire dalla follia del politicamente corretto al 50° anniversario della rivolta di Reggio Calabria, che scoppiò il 13 luglio del 1970 con la proclamazione del primo sciopero e durò per ben 7 mesi. Si trattò di una rivolta di popolo che, i media del Politicamente corretto, hanno osato persino definire un’insurrezione mafiosa o, comunque, ispirata dai “poteri mafiosi”. Vide invece, assicura Veneziani, migliaia di “ragazzi, sindacalisti, militanti e popolani che a Reggio provarono a cambiare il sistema e ridare fiducia e dignità al sud. Rischiarono sulla propria pelle in una lotta politica ideale, pur rozza e ingenua, che spiazzò partiti e sindacati, governo e poteri collusi con le mafie locali. Nei resoconti d’epoca e nelle memorie ufficiali la rivolta di Reggio era già bollata come una sommossa eversiva e facinorosa, in cui la feccia del sud si univa all’estremismo fascistoide. Mancava la ‘Ndrangheta per seppellirla nella damnatio memoriae".

Per ulteriori informazioni sulla rivista ci si può collegare al sito della casa editrice www.pagine.net oppure chiedere direttamente una copia-saggio o l’abbonamento annuale alla mail: info@pagine.net.

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