vittoria o fregatura?

Recovery plan, i conti di Conte non tornano

I soldi non arriveranno subito: l'Italia li avrà, forse, nella primavera del 2021 e li dovrà spendere entro il 2023

Redazione
Recovery plan, i conti di Conte non tornano

Non fa sconti a Conte - scusate il gioco di parole - Libero oggi in edicola, commentando la chiusura delle trattative europee per il Recovery Plan. Se da una parte la maggioranza di governo ha continuato a ribadire che quei soldi (che parte dei partners europei peraltro non volevano darci, Olanda in testa) ci servono, e indubbiamente ci servono, dall'altra c'è chi mette in dubbio la bontà di quello che rischia di configurarsi come un prestito ad usura che ci strangolerà una volta di più. Non c'è difatti bisogno di essere Nostradamus per profetizzare che lo Stato Italiano, il cui debito pubblico aumenta vertiginosamente di anno in anno per l'incapacità della classe politica di far quadrare i conti e di non sprecare, ci imporrà manovre lacrime e sangue e tagli verticali, specialmente a scuola, sanità e servizi pubblici. In altre parole, paghiamo le tasse per avere i servizi ma lo Stato inefficiente quei servizi ce li toglie.

"Festeggiano Conte perché ci indebita", scrive Libero. "Maggioranza in estasi per l'accordo con l'Europa. Sembra che la crisi sia finita ma non c'è da fidarsi. L'intesa ha molti vincoli, i soldi sono incerti e arriveranno tardi". Anche Il Giornale è critico e scrive: "Il governo sembra essere certo di ottenere 81,4 miliardi di sovvenzioni. Perché non sarebbero toccate le quote di grants né quelle dei fondi per le regioni più colpite dalla pandemia. Crescerebbe invece, e di molto, la quota dei prestiti che l'Italia sarà costretta a prendere: da 91 a 127 miliardi. Una cifra che serviva a frenare le spinte dei falchi, specialmente di Mark Rutte, che ha sempre avuto come obiettivo quello di rendere i fondi per Roma non come sovvenzioni ma come loans". 

"Questi soldi non arriveranno subito: l'Italia li avrà, forse, nella primavera del 2021 e li dovrà spendere entro il 2023 per le riforme proposte dal governo sulla base delle raccomandazioni della Commissione. Se queste riforme non convincono, i Paesi contrari potranno attivare il cosiddetto freno d'emergenza voluto fortemente da Rutte", conclude.


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