schegge duracruxiane: ma anche i bronzi di riace erano biondi

Straparlano dell'abbronzartura dei preistorici...

Ultimamente abbondano insulsi post relativi a discutibili studi scientifici mirati a dimostrare che gli antichi Europei avessero la carnagione scura

Helmut Leftbuster
Straparlano dell'abbronzartura dei preistorici...

Ultimamente abbondano insulsi post relativi a discutibili studi scientifici mirati a dimostrare che gli antichi Europei avessero la carnagione scura. Dai grandi nomi della mitologia classica agli imperatori romani, passando per Cristo, la Madonna e persino gli antichi Celti, è una continua staffetta di cazzate mirate a dimostrare quanto, in fondo in fondo, siamo tutti figli di Mama Africa.Ora, al di là del sonoro “e se anche fosse, chissenestrafrega!”, che scatta spontaneo su un argomento così sterile e pagliaccesco rispetto a tutti i drammi che l'Occidente vive attualmente, schiacciato fra crisi, invecchiamento demografico, covid e immigrazione incontrollata, è manifesta l’indole propagandistica di simili iniziative da perdigiorno radical chic. E va sfatata e disinnescata prima che qualcuno ci faccia vaccinare anche contro una dilagante epidemia da carnagione chiara.

Ma, giusto per ridere un po', fingiamo di prendere sul serio la cosa e poniamo 4 obiezioni. La prima è sulla coerenza ideale della propaganda meticcia: per decenni hanno sfanculato l’importanza del colore della pelle della gente, e ora decidono di esaltarla addirittura con effetto retroattivo? Se la pelle non conta nulla, perché andare a ravanare addirittura su che colore potesse avere nella preistoria? La seconda obiezione è di carattere logico: è un fatto che mosaici, sculture e affreschi ritraggano da sempre gli Europei come bianchi. Ebbene, se anche l’umanità fosse partita tutta da un unico ceppo africano e con un medesimo colore scuro, tanto più ciò proverebbe che la natura tende a differenziare, non a mischiare e uniformare. E questo andrebbe esattamente nella direzione opposta a quella verso la quale puntano i fautori dello zuppone come fenomeno naturale e inarrestabile.

La terza obiezione è di carattere sociologico: se il loro intento è quello di farci piacere i migranti lasciandoceli percepire vicini attraverso un'impalpabile ancestralità sperduta nella notte dei tempi, il metodo è decisamente maldestro. Poiché chiunque di noi, probabilmente, rispetterebbe la memoria di un avo osservandone il dipinto; ma se quella stessa persona raffigurata si materializzasse in casa nostra pretendendo di condividerne spazio, utilizzo e abitudini, la sbatteremmo fuori al primo falò allestito in cucina o alla prima condivisione del gabinetto. Eppure era sangue del nostro sangue... un tempo. La quarta obiezione è di carattere scientifico. Purtroppo viviamo un'epoca nella quale si considerano scientifiche solo le pubblicazioni di orientamento progressista, (Covid docet). Ma ogni studio, se supportato da documentazione attendibile e da adeguati titoli degli studiosi, dovrebbe avere pari dignità al di là della distanza delle conclusioni raggiunte. Perché se neghiamo questo, dichiariamo Socrate, Galileo e Giordano Bruno dei falliti.

Ebbene accade che un gruppo di studio inglese abbia preso qualche frammento d'osso dell“Uomo di Cheddar”, la più antica testimonianza di Sapiens in zona britannica, e, attraverso l'esame del dna, abbia dimostrato che costui era scuro di pelle pur avendo gli occhi chiari. E che solo successivamente l'adattamento alle latitudini meno irradiate dal sole abbia favorito anche lo schiarimento cutaneo per una migliore assunzione della vitamina D. Ora, che ciò sia vero o no, c'è da domandarsi come ci sia arrivato, durante il Mesolitico, un Sapiens africano fino in Britannia; e soprattutto secondo quale convenienza biologica, rispetto all'ipotesi molto più intuitiva secondo la quale differenti ceppi di Sapiens si siano sviluppati in varie parti del pianeta già differenziati morfologicamente grazie alle peculiarità geo-climatiche che caratterizzano la meravigliosa stravaganza della Terra.

Ma sorvoliamo sul merito dell'ipotesi in sé e soffermiamoci sull'attendibilità di uno studio svolto secondo regole da “cold case” che, inquanto tali, ne blindano totalmente la verificabilità sperimentale. Poiché, mentre chiunque di noi può verificare il colore della pelle dei figuranti di un mosaico bizantino, nessuno di noi potrà mai confutare le conclusioni sull'analisi del dna di un Sapiens di 9000 anni fa fatta in un laboratorio xy da addetti ai lavori che miravano a dimostrare esattamente ciò che sostengono d'aver dimostrato. Del resto, se ci si fida di loro (e della stampa che ne sostiene le tesi), ci si deve fidare anche di quegli studiosi italiani che, attraverso sofisticate indagini chimiche svolte sui Bronzi di Riace, hanno scoperto che erano biondi.

Un tale sacrilegio esser biondi nell'era del “black lives matter” da meritare, a differenza della notizia del Cheddar nero, qualsiasi ostracismo mediatico. Anzi, tocca sperare che non si sappia troppo in giro, se non vogliamo che qualche stronzo inginocchione vada a tagliare la testa pure a quei due poveracci. Nell'attesa, riflettiamo sul fatto che se i Greci del V secolo avanti Cristo erano così massivamente biondi da ritrarsi a tal stregua anche nelle statue, appare quantomeno grottesco che Cristo stesso e sua madre si fossero anneriti col tempo.

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