Cosa festeggiamo il 25 Aprile? Soprattutto chi festeggiamo?

“Liberazione”, la festa che non c’è

Il 25 Aprile non è una festa veramente nazionale e collettivamente sentita, e continuerà ad essere così fintanto che non avremo il coraggio di guardare in faccia la storia, senza mettere in mezzo stantie e sconfitte semplificazioni ideologiche

Pietro Licciardi
“Liberazione”, la festa che non c’è

Il cippo dove Fanin è stato ucciso nella periferia di San Giovanni in Persiceto (BO). Fonte: www.bibliotecasalaborsa.it

Cosa festeggiamo il 25 Aprile? Soprattutto chi festeggiamo?

Festeggiamo gli eserciti alleati che hanno liberato l’Italia dall’occupazione nazionalsocialista e repubblichina, dopo averla devastata da Nord a Sud polverizzando città e borghi con tonnellate di bombe che hanno ucciso decine di migliaia di vecchi, donne e bambini.

E con loro festeggiamo riconoscenti anche i militari del corpo di spedizione della Francia Libera i cui capi consegnarono ai soldati marocchini le donne italiane come “premio” per aver conquistato l’abbazia di Cassino. Che finirono uccise o stuprate a centinaia e con loro quei padri, mariti, fratelli che cercarono di difenderle.

E poi chi altri? Ah, si, i partigiani. Ma quali?

Senz’altro quelli che applicando le teorie leniniste della guerra di popolo attaccavano le truppe tedesche senza preoccuparsi delle inevitabili rappresaglie che avrebbero colpito i civili inermi.

Nel 1995 il Comitato vittime civili di Pedescala (Vicenza), ha restituito la medaglia d’argento al valor militare assegnata al comune vicentino di Valdastico "per attività partigiana". Il 30 aprile 1945, a guerra finita da cinque giorni, una colona di tedeschi in una ritirata da Schio verso Trento cadde in un’imboscata tesale da una formazione di partigiani. I tedeschi ebbero sette morti. La rappresaglia, crudele e spietata, scattò immediata. Entrati nel paesello di Pedescala, i tedeschi ammazzarono 63 persone mutilandone orrendamente i cadaveri e dandoli poi alle fiamme. Altri 19 civili cadevano intanto sotto il piombo dei tedeschi nei vicini villaggi di Forni e Setterà. La carneficina durò tre giorni interi senza che i partigiani - e se ne contavano a migliaia all’intorno - muovessero un dito per difendere la popolazione. Spararono, insomma, e sparirono.

Festeggiamo pure i partigiani che a Porzus massacrarono altri partigiani, però “bianchi”, della brigata “Osoppo”, comandati dal ventenne Guido Pasolini, fratello di Pier Paolo, i quali non ne volevano sapere di passare alle dipendenze del IX Korpus sloveno, come aveva ordinato il Pci.

Poi festeggiamo quei partigiani, che in veste di collaborazionisti parteciparono assieme ai guerriglieri di Tito alla pulizia etnica dell’Istria che avrebbe dovuto precedere l’annessione di quei territori alla Iugoslavia, massacrando e gettando nelle foibe ancora vivi, migliaia di italiani.

Ovviamente assieme a loro rendiamo omaggio ai “resistenti” che a guerra ormai finita la pulizia – questa volta non su basi etniche ma ideologiche – l’hanno fatta anche in Italia, non soltanto in quelle regioni che diventeranno “rosse”, come la Toscana e l’Emilia. A farne le spese oltre 13 mila persone, tra i quali quasi duecento sacerdoti e seminaristi, come il quattordicenne Rolando Rivi, “reo” di non essersi voluto togliere la tonaca; oppure Giuseppe Fanin, ucciso nel 1948 perché stava creando una forte adesione attorno al sindacato cattolico in un'area di tradizionale componente comunista.

Invece il 25 Aprile non si ricordano, non si festeggiano e non si rende omaggio, chissà perché, ai militari del Corpo di Liberazione Italiano i quali risalirono la Penisola al fianco delle truppe alleate combattendo con valore a Mignano Montelungo (Caserta), Filottrano (Ancona) e Poggio Rusco (Mantova) pagando un duro tributo di sangue. E neppure ai 650 mila militari italiani internati nei campi tedeschi dopo l’armistizio dell’8 Settembre 1943, i quali non cedettero alle lusinghe tedesche e dei loro alleati della Repubblica Sociale preferendo resistere e morire continuando la durissima prigionia nei lager piuttosto che vestire la divisa con le insegne della croce uncinata o dell’aquila romana.

Anche quella fu resistenza, nel vero significato del termine, pagata a carissimo prezzo.

Il 25 Aprile non sarà mai una festa nazionale e collettivamente sentita, fintanto che non avremo il coraggio di guardare in faccia la storia, senza mettere in mezzo stantie e sconfitte ideologie.

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