Il vento della storia: 2017, fine della globalizzazione

Gianluca Donati
Il vento della storia: 2017, fine della globalizzazione

Durante il 2016, la globalizzazione ha subito tre solenni ceffoni: 1) la “brexit”, 2) la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali americane, 3) la bocciatura in Italia della riforma costituzionale Renzi-Boschi. Non sono questioni da poco; sono stati inferti tre colpi terribili contro l’establishment e probabilmente siamo di fronte ad un “tornante della storia”. Qualche giorno fa, sulle colonne de “Il Giornale”, Giulio Tremonti, in un’intervista, definiva il 20 gennaio (data del giuramento e dell’insediamento ufficiale di Trump) come l’inizio della fine della globalizzazione, principiata nel 1995; non a caso il WTO è stato istituito l’1 gennaio 1995. Perché a dispetto di chi urla il contrario, la globalizzazione non è un processo irreversibile e ineluttabile della storia. Nella storia, non c’è mai stato nulla di irreversibile e ineluttabile. La storia non è un processo progressivo e lineare verso un futuro cristallizzato come auspicavano marxisti e liberisti. La “fine della storia” profetizzata dall’economista Francis Fukuyama è un’eresia smentita dai fatti. Non c’è fine della storia; la storia procede a “strappi” e si sviluppa in un susseguirsi di “cicli” che sono la risultante della combinazione di fattori “imponderabili” e di “spinte” provenienti dalle singole volontà individuali e da quelle comunitarie dei popoli. E i segnali che provengono dal mondo, fanno presagire che il vento della storia stia cambiando. Non sappiamo se Trump intenda realmente mantenere le promesse isolazioniste e protezioniste. Non sappiamo soprattutto se i poteri forti gli e lo consentiranno. Ma le premesse ci sono. Punto. Dopo una ventina di anni, la globalizzazione sta implodendo, e questo produce effetti “reattivi”. Sia a sinistra che a destra. Per esempio, il 21 gennaio, a Livorno, si sono svolte manifestazioni di “neocomunisti” che commemoravano la data del 96/o anniversario della nascita del Partito comunista d'Italia, sebbene i manifestanti si siano trovati divisi tra due cortei separati; uno del PCI e l’altro di Rifondazione comunista. È evidente che l’acuirsi della crisi del capitalismo globale, è colto dalle sinistre radicali come base dalla quale ripartire con un progetto politico di sinistra massimalista, sebbene, almeno per il momento, le due manifestazioni parallele a Livorno, oltre che rivelarne le divisioni, hanno reso evidenti anche i loro limiti, infatti, provenendo da tutta Italia, erano appena 300 persone circa. Patetico. Ma anche nel resto del mondo si assiste a “tentativi” analoghi, come l’esperienza greca di Tsipras (che però al governo sta fallendo, perché s’illudeva di poter risolvere i problemi nazionali restando nell’Ue e nell’euro), o lo sforzo del socialista Bernard Sanders in Usa (sconfitto però alle primarie dalla centrista Clinton). E adesso ci prova anche la Francia, dove a sorpresa alle elezioni primarie del partito socialista è balzato in testa il “radicale” Benoît Hamon con il 36,21% dei voti, rispetto al 31,19% di Valls. Le primarie organizzate dal partito socialista, rispecchiano l’eterna lotta tra le due anime della gauche (quella radicale e quella riformista) e adesso sarà sfida per il ballottaggio. Le sinistre, nel mondo, intuiscono che il capitalismo globale scricchiola e sentono che potrebbe implodere da un momento all’altro e tentano di coglierne l’occasione per riorganizzarsi in nuove forme movimentiste e protestatarie. Più difficile dare una vera risposta “rivoluzionaria”, poiché “la sinistra” ha completamente disimparato il rivoluzionarismo, perdendo credibilità sul piano di quella che una volta fu, la “lotta di classe”. Inoltre, il loro “internazionalismo” e la loro retorica sulla “fratellanza universale”, non giocano a loro favore, in una fase storica durante la quale i cittadini percepiscono l’immigrazione come una minaccia. E lo è. Le sinistre non propongano un’alternativa alla globalizzazione, bensì una globalizzazione alternativa. Che poi quanto sia veramente alternativa non è dato di sapere. Dall’altra parte della barricata, si organizzano “le destre” con presupposti opposti di tipo “nazionali” e “identitari”. Esattamente il giorno dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca, si è tenuto a Coblenza (Germania) un raduno delle destre euroscettiche riunite a Strasburgo nel gruppo Europa delle nazioni e della libertà (Enf). Tutti insieme hanno rinnovato il loro patto e hanno proclamato il 2017 «anno dei patrioti». C’èrano – tra gli altri – Il Front National di Marine le Pen, il Pvv olandese di Geer Wilders, “Alternativa per la Germania” di Frauke Petry e la Lega di Matteo Salvini. Quest’ultimo ha tuonato: «Tutti noi siamo consapevoli che l’euro è un esperimento fallito. Quindi, come uomini di Stato, dobbiamo prepararci per il dopo. Abbiamo già studiato metodi per smantellare l’euro e pensiamo che sia nell’interesse di tutti lavorare per una soluzione ordinata, poiché un crollo incontrollato sarebbe un conto finale troppo alto per un progetto che già troppo c’è costato!». Poi è arrivata una stoccata a Berlusconi e Forza Italia, accusati di “ambiguità”: «È evidente che se si sta da questa parte del campo non si può stare anche dall’altra, quindi chiederemo a tutti chiarezza di posizionamento, perché la nostra politica non può mai essere quella di Matteo Renzi per intenderci». Infatti, il Cav. Sembra prendere tempo per calcoli personali, “incertezza” criticata anche da Giorgia Meloni che con Fratelli d’Italia ha organizzato per il 28 gennaio una manifestazione a Roma. Da tutt’Italia partiranno pullman che condurranno alla capitale, tutti i cittadini che vorranno partecipare al raduno. Un corteo che sfilerà da piazza della Repubblica per arrivare sotto Palazzo Chigi. «Per noi sarà uno spartiacque – dice Giorgia Meloni intervistata da La Stampa – Chi sono i sovranisti? I sovranisti sono tutti quelli che vogliono mettere al centro della propria proposta gli interessi nazionali, la tutela delle nostre imprese, del made in Italy, la difesa dei confini, la valorizzazione delle nostre tradizioni, l’introduzione della preferenza nazionale nell’accesso ai servizi sociali. Vogliamo sostenere la famiglia, un tetto alle tasse, un grande piano di infrastrutture al Sud: finché non avranno tutti le stesse opportunità non saremo una nazione unita. E vogliamo rivedere i trattati europei». Poi la Meloni prosegue: «Vorrei inserire in Costituzione una norma simile a quella che hanno in Germania; la nostra Costituzione viene prima dei trattati europei e, in caso di norme contestate, si applica quella più vantaggiosa per l’Italia. I sovranisti non si fanno dettare l’agenda di governo dalle consorterie industriali e finanziarie (…) il termine populista non mi fa per niente orrore, ma io preferisco definire il polo politico che vogliamo costruire, “identitario”. E poi, meglio populista che servo!». Insomma, il 2017 potrebbe essere l’anno del crollo della globalizzazione, per tornare (finalmente) al sovranismo, l’isolazionismo, il protezionismo, il nazionalismo, il populismo. Con buona pace dei radical-chic!

Livorno LI, Italia

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