afrocittadini del mondo

Toppano gli inni nazionali per integrarsi meglio

Il regime è riuscito anche a trovare un tizio che fosse privo di remore a toppare l'inno nazionale e a concludere col pugno alzato tipico dei suprematisti neri

Helmut Leftbuster
Afrocittadini del mondo che toppano gli inni nazionali

Se davvero l'idea fosse stata quella di lanciare un messaggio inclusivo, la realizzazione lo sarebbe stata altrettanto.
Ma cosa c'è di inclusivo in un dilettante allo sbaraglio messo lì solo perché vistosamente esotico (e loro sarebbero gli antirazzisti?), facendogli scavalcare orde di candidati più bravi, ma discriminati solo perché bianchi? Nulla. Anzi, ancor meno di nulla. Perché pur di sbatterci in faccia l'avallo politico ad una sottomissione estetica, culturale e demografica verso gli standard globalisti dominanti, il regime è riuscito anche a trovare un tizio che fosse privo di remore a toppare l'inno nazionale e a concludere col pugno alzato tipico dei suprematisti neri.

Ebbene, di 'sti tempi, con le statue decapitate ovunque e la caccia al bianco “razzista”, credete che tale sequenza semiologica e scenografica possa essere stata casuale? Noi no.
In ogni caso, colpa o dolo, quello scempio dallo sfondo salmastro ci conferma che puoi essere adottato, naturalizzato, addirittura nato su suolo italiano, ma il tuo cuore batterà sempre e solo per il tuo continente d'origine e per le sue genti a zonzo per il mondo.

Basta guardarlo, mr. Sylvestre, per capire senza sforzo che parla, si atteggia, si muove, si veste come uno dei tanti ragazzi Afro-global d'ovunque, e non come un ragazzo torinese, foggiano o romano. Canta come un rapper, porta i collanoni da rapper, e indossa il berretto al contrario come qualsiasi rapper, il simbolo della nuova gioventù globalista “low-cost”. E' quindi puerile scandalizzarsi per l'esecuzione pacchiana o maldestra della cantata in sé: che cosa potrà mai fregargliene dell'inno di Mameli a uno che non vedeva l'ora di finire quella pagliacciata per fare l'unico gesto che lo aveva schedulato a troneggiare in uno stadio “zeppo” di Italiani impossibilitati ad entrarci, e scortato da due cariatidi canute messe lì a cornice della sua tracotanza etnica e generazionale.

E, badate bene, non è certo casuale che il focus di una tale propaganda si accanisca sul mondo del calcio, paradigma per eccellenza del differenzialismo fra genti e del concetto di tifo come insopprimibile istinto divisivo: Balotelli, nel suo girovagare senza pace da un miglior offerente all'altro, è un manifesto vivente di anaffettività patriottica, salvo parteggiare indefessamente anch'egli per il Black Lives Matter. Ma non era italiano? E allora che cosa c'entra lui con un fenomeno politico statunitense a cui non perde occasione di tributare sostegno addirittura tatuandoselo? (Sky Sport del 2 giugno 2020).

La verità è che ovunque siano disseminati, i cittadini “Afro-qualcos'altro”, terranno sempre per la gente originaria di Mamma Africa, a prescindere dalla natura dei peculiari fenomeni sociali, e dalla trasversalità delle singole istanze e situazioni sofferte dalle nazioni che li ospitano. E in politica terranno sempre per le sinistre immigrazioniste. Che nell'attesa li fanno cantare per averne il voto, in primis, ed in secundis per togliersi l'incontenibile sfizio quotidiano di umiliare gli Italiani.

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