i successi in politica estera del tycoon

Trump, da Israele a Roma da vincitore. "L’Europa non finanzi il terrore!"

Tutti i mass-media italiani che affermavano che il viaggio di Donald in Medio Oriente sarebbe stato un disastro, e speravano che questo avrebbe dato ancor più forza alle manovre di palazzo per detronizzarlo, si sono sbagliati di grosso

Max Ferrari
Trump, da Israele a Roma da vincitore. "L’Europa non finanzi il terrore!"

Tutti i mass-media italiani che affermavano che il viaggio di Trump in Medio Oriente sarebbe stato un disastro e speravano che questo avrebbe dato ancor più forza alle manovre di palazzo per detronizzarlo, si sono sbagliati di grosso.
Avevamo ragione noi, solo noi, anticipando che la sua visita in Arabia e in Israele non solo lo avrebbe rafforzato come uomo di stato, ma gli avrebbe conferito una statura internazionale tale da renderlo inattaccabile e da portarlo nella storia.
Esagerati? Beh mica tanto. Senza farla troppo lunga diamo una occhiata ai passi davvero storici già fatti dal presidente USA.
Nella capitale saudita di fronte a una quarantina di capi di stato arabi e islamici giunti da tutto il mondo ha avuto il coraggio di condannare chiaramente il terrorismo e l'estremismo islamista (espressione ormai vietata nella vile Europa della UE) e di chiedere ai leader politici e religiosi della regione di combatterlo in maniera chiara.

Cosa cambia rispetto alle tante parole di Obama e dei leaderini europei? Moltissimo, perché costoro condannano una generica “violenza” e un generico “terrore” di cui fingono di non conoscere la provenienza, di cui nessuno sarebbe responsabile neppure in maniera indiretta e su cui, di conseguenza, nessuno può agire. Trump invece ha indicato chiaramente la genesi del fenomeno e ha detto, sostanzialmente, questo: signori, noi possiamo essere amici ma il registro da oggi deve cambiare e tutti noi sappiamo che il tempo delle ipocrisie e delle connivenze deve finire.
Ha chiesto senza ipocrisie una vera collaborazione e una nuova trasparenza dicendo letteralmente: "Noi possiamo aiutarvi, ma dovete battere voi questo nemico che uccide in nome della fede" e, andando oltre, ha condannato la intollerabile persecuzione delle minoranze religiose, a cominciare da ebrei e cristiani, in molte nazioni a maggioranza islamica e si è persino permesso di parlare della "oppressione delle donne".

Cose scontate? Non troppo, visto che lo stesso Papa Bergoglio, si veda il suo recente viaggio in Egitto, tende sempre ad evitare questi argomenti e non si sarebbe mai sognato di accostare le parole “estremismo” e “islamista”. Non a caso Trump ha posto grande enfasi sul colloquio col presidente egiziano, incontestabile diga al terrorismo e difensore dei cristiani, e ha detto che presto visiterà il generale Al Sisi al Cairo.
Importanti, come risposta immediata, le parole dello sceicco saudita Mohammad Abdulkarim Al-Issa, segretario generale della potentissima “Lega Islamica Mondiale” che ha addirittura scritto: “Colgo questa opportunità per garantire e rendere chiaro a tutti che è nostro dovere come musulmani quello di rispettare le leggi e le costituzioni delle nazioni non musulmane dove viviamo”. Concetto basilare, questo, che però già la sinistra italiana non condivide e contesta, ma che Trump ha ottenuto per iscritto dall’altissima autorità summenzionata. Certo non sfugge a nessuno che dalle parole occorre passare ai fatti e che il vero collante della nuova sinergia tra i sauditi, gli emiratini, gli USA e altri partners occidentali sia soprattutto la comune diffidenza/astio verso il regime iraniano, ma è anche vero Riad teme che ulteriori rafforzamenti degli estremisti possano creare problemi anche all’interno del Regno e, non per nulla, Riad ha aiutato il generale Al Sisi a rovesciare i fanatici “fratelli musulmani” che si erano impossessati di un paese chiave come l’Egitto. Senza contare che i dirigenti e la gioventù saudita non sono certo insensibili al richiamo dei grandi accordi commerciali più volte citati da Trump.


Da non sottovalutare infatti, viste anche con gli occhi di un elettore americano, le commesse miliardarie che Trump è riuscito a garantire all’industria USA grazie al certosino lavoro fatto dal genero, Jared Kushner, che non a caso è immediatamente finito nel tritacarne della stampa americana, ma ha acquisito sul campo i galloni da grande mediatore internazionale, ruolo che il suocero immaginava per lui, nello specifico in relazione alla questione israelo-palestinese. A questa prima tappa di indubitabile successo ne è seguita ieri una seconda in Israele, che secondo le fantasie dei giornali europei, lo attendeva col pugnale tra i denti. Secondo i nostri bugiardini, infatti, i vertici dello stato ebraico sarebbero stati infuriati con Trump “colpevole” di aver parlato col ministro degli Esteri russo, Lavrov, di notizie riservate concernenti la lotta al terrorismo. “Tutto falso” ha ribadito il presidente USA a Gerusalemme supportato dal premier Netanyahu che ha confermato come le relazioni di intelligence sono eccellenti e ottima, a parer generale, è stata l’accoglienza per una visita che i giornali israeliani hanno definito “storica”.

Una esagerazione? No, considerato che già spostandosi da una capitale all’altra Trump ha fatto, davvero, una impresa storica: il suo è stato il primo volo diretto da Riad a Tel Aviv e la cosa è stata sottolineata dal premier Netanyahu, che si è augurato che un giorno il primo ministro di Israele possa fare lo stesso volo in un'ottica di normalizzazione delle relazioni come già avvenuto con Egitto, Giordania e, sperabilmente, grazie a “The Donald”, coi palestinesi.
Altro passo storico: Trump è stato il primo presidente americano in carica ad avere il coraggio di visitare la città vecchia di Gerusalemme, la parte orientale della capitale israeliana, riconquistata dagli ebrei nel 1967 a seguito di una guerra d’aggressione da parte araba e dopo secoli di occupazione musulmana. Qui Trump ha fatto visita al Muro del Pianto in compagnia del gran rabbino Rabinovich, al Santo Sepolcro ha parlato coi frati cattolici e i monaci ortodossi e Netanyahu, dal canto suo, ha spiegato che mentre in tutto il Medio Oriente i cristiani vengono massacrati, in Israele aumentano e sono tutelati.


Non a caso aumentano anche i cristiani che si arruolano nell'Esercito israeliano. Tutte cose che ci avevano raccontato, mesi fa, gli stessi arabi-cristiani a Nazareth durante la visita all’ospedale organizzata dal milanese Prof. Enrico Mairov, esperto italo-israeliano di sanità e sicurezza in costante contatto con gli USA, che ieri raggiante ci comunicava che il centro medico Hadassah guidato a Gerusalemme dal suo grande amico e collega Zeev Rotstein, che studiò medicina a Bologna, è stato visitato da Melania Trump e Sara Netanyahu nell’ottica di un grande progetto di sinergia nel campo della sicurezza sanitaria cui anche Mairov e colleghi stanno lavorando al fine, tra l’altro, della creazione di un grande ospedale di frontiera. Una frontiera di pace quella per cui Trump ha detto di volersi spendere e che Netanyahu ha detto di sperare specificando che “quella che cerchiamo è una pace genuina, nella quale lo stato ebraico è riconosciuto, la sicurezza rimane nelle mani di Israele e il conflitto finisce una volta per tutte”.


I riferimenti al riconoscimento di Israele, della sua essenza di nazione ebraica e alla sicurezza (che per essere vera deve sicuramente essere intesa a partire da posizioni in Cisgiordania) non sono cose da nulla da far accettare ai palestinesi e difatti aspettarsi che Trump riesca a fare in 48 ore quello che nessuno è riuscito a fare a cavallo di due secoli è impensabile, ma Donald vuole cogliere l’occasione per mettere finalmente basi solide su cui, poi, aiutare i protagonisti del dialogo a costruire.
Trump non è arrivato con una soluzione in tasca e malgrado una serie di segnali di fortissima amicizia verso Israele non ha voluto esasperare gli animi.Non si è più pronunciato sullo spostamento dell’ambasciata a Gerusalemme (soddisfacendo gli arabi) ma al contempo, nel colloquio di stamane con il presidente palestinese, si è ben guardato dal menzionare la soluzione dei “due popoli, due stati” che non piace per nulla al governo israeliano e non ha chiesto il congelamento dei re-insediamenti ad est. Questo ha molto soddisfatto il Likud e un importante ministro, Ofir Akunis, ha detto: ”Questo è un grosso risultato e una vittoria per tutti quelli che si oppongono alla sbagliata e pericolosa idea di uno stato palestinese del terrore nel cuore di Israele“. Soddisfattissimo anche un altro ministro di gran peso quale Gilad Erdan, responsabile della Sicurezza interna che incontrammo a suo tempo con Matteo Salvini e che oggi, dopo la strage di Manchester invita tutti a riflettere: “Il terrorismo islamista che colpisce Israele è ora globale. Serve una coalizione per combatterlo e servono volontà ed esperienza”, non chiacchiere.


Da questo punto di vista Trump è rimasto coerente con quel che ha sempre detto: non veniamo dall’America a dirvi cosa dovete fare. Quel che è certo è che trovando un accordo coi sauditi e con gli emiratini, che sono tra i maggiori sponsor finanziari e politici dei palestinesi, Trump ha trovato una leva fortissima per farsi ascoltare dal loro presidente Abbas e costringerlo a sedersi ad un tavolo con intenzioni serie. Certo gli stolti finanziamenti a pioggia elargiti ai palestinesi dalla Unione Europea potrebbero vanificare le eventuali minacce di taglio di risorse da parte dei sauditi per convincere Abbas e i suoi ad un vero negoziato (non a caso oggi Netanyahu ha detto che per interrompere il terrore occorre smettere di stipendiare i palestinesi che compiono atti di terrorismo), ma questo è un altro film e ognuno si prenderà le proprie responsabilità. Per ora Trump, descritto come un pazzo guerrafondaio, ha rimesso in piedi il tavolo della pace e pare aver trovato i giusti incastri per rimettere in equilibrio un Medio Oriente che le avventure belliche di Obama e della sinistra europea, descritte come “primavere democratiche arabe” avevano sconvolto aprendo il vaso di pandora libico (e gli altri a catena) che ancor oggi sta destabilizzando l’Europa tramite immigrazione e terrorismo.


Riuscirà Trump a portare a termine il suo progetto? Mentre lui è in Medio Oriente a costruire la pace, i suoi nemici a Washington manovrano per destituirlo e la campagna di fango montata dalla stampa mondiale non gli dà tregua, ma l’uomo è coriaceo e questo viaggio a nostro parere lo ha molto rafforzato. Stasera, da Roma, inizia la tappa europea e ricominceranno le polemiche. Paradossale che una UE alla mercè del terrore e incapace di tutto, voglia dargli lezioni.

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