Dopo lo “sciopero” delle scuole pubbliche paritarie

L’istruzione pubblica non statale è un diritto!

Gli istituti paritari sono innanzitutto un presidio di libertà. Ma forse è proprio per questo che il governo, democratico solo a parole, vuole farle morire. Una riflessione a valle dello “sciopero” del 19 e 20 maggio e le briciole (135 milioni di euro) elargite dal Governo Conte…

Pietro Licciardi
L’istruzione pubblica non statale è un diritto

Locandina della campagna per la libertà scolastica #NoiSiamoInvisibiliPerQuestoGoverno (fonte: pagina facebook USMI Nazionale)

Tra le molte vittime della serrata imposta dal governo postcomunista e giacobino di Giuseppe Conte vi sarà quasi certamente la scuola pubblica non statale, maliziosamente definita “privata” dalle sinistre e dai sostenitori della scuola unica di Stato.

Le associazioni di categoria hanno infatti annunciato che a settembre saranno più di 30mila gli insegnanti che perderanno il posto poiché molti istituti saranno costretti a chiudere i battenti o a ridimensionarsi a causa del mancato sostegno economico alle famiglie degli alunni che frequentano i circa 12 mila istituti di ogni ordine a grado, le quali difficilmente riusciranno a pagare le rette.

Una situazione esplosiva, che ha spinto le scuole paritarie a indire il 19 e 20 maggio scorso uno sciopero.

Verrebbe da dire che non tutto il male viene per nuocere, dal momento che questa situazione di emergenza sembra aver fatto uscire dal letargo nel quale era entrata l'organizzazione "rappresentativa" dei vescovi italiani, la CEI, che dopo le battaglie degli anni Ottanta per la libertà di educazione, sembrava aver riposto nel cassetto la questione. E questo nonostante fin dal 2007 Benedetto XVI avesse indicato la questione educazione come “lʹemergenza” da riportare immediatamente al centro della riflessione della chiesa e della società. Prima di lui era stato Giovanni Paolo II a mettere bene in evidenza l’importanza della cura dei giovani, sia dal punto di vista culturale che educativo.

Ma senza andare così lontani nel tempo basta pensare ai sempre più frequenti strafalcioni dei nostri politici, personaggi dello spettacolo e persino della cultura - almeno di una certa “cultura”, per lo più di sinistra – per rendersi conto dove siamo precipitati dopo decenni di gestione statalistica della scuola e progressiva erosione delle prerogative della scuola pubblica non statale.

Tuttavia ad essere in ballo, prima di ogni altra cosa, è ancora la libertà. Da sempre lo Stato moderno, nato dalla Rivoluzione francese, ha cercato di mettere le mani in maniera esclusiva sulla scuola per poter formare la sua gioventù di regime, komsomol (comunisti) o hitlerjugend (nazisti), ovvero i cittadini opportunamente indottrinati per garantire alla nomenklatura al potere la gestione permanente e totalitaria della società.

Lo Stato cosiddetto democratico non è da meno, se consente sia calpestato un diritto fondamentale, riconosciuto persino dalla Costituzione, la quale nell’articolo 33 del titolo secondo, dedicato ai rapporti etico-sociali, recita: "L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali".

E qui arriviamo al punto.

Oggi come ieri la battaglia dei sostenitori della scuola libera non statale si è concentrata sull’ottenere i mezzi finanziari per la loro sopravvivenza da uno Stato che in fin dei conti non sente di avere nessun obbligo nei suoi confronti. E questo a motivo di una frase assai tossica inserita nel sopra citato articolo 33: "senza oneri per lo Stato"; una espressione che è sempre stata interpretata nel senso che ogni eventuale aiuto e sovvenzione non era che una sorta di elemosina dipendente dal potere contrattuale della controparte. Perpetuando peraltro l’ingiustizia di famiglie costrette a pagare il “servizio” per la formazione dei figli due volte: con le proprie tasse in quota parte destinate comunque alla scuola, e sotto forma di rette alle scuole cosiddette paritarie.

Forse sarebbe opportuno spostare la battaglia sul piano costituzionale, modificando la Carta e cancellare ciò che fino ad oggi ha impedito all’educazione pubblica non statale di avere uguale dignità. Oltretutto con innegabile beneficio per tutti, poiché la concorrenza tra pubblici e pubblico non statale avrebbe innanzitutto l’effetto si innalzare il livello qualitativo dell’offerta.

Ma forse è proprio questo un governo sinistro come quello attuale – il quale ha il totalitarismo nel proprio Dna - vuole accuratamente evitare: il cittadino ignorante è un cittadino che pensa poco e si può facilmente manovrare.

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