28 ANNI FA LA STRAGE DI CAPACI

Sebastiano Ardita: "Basta celebrazioni ipocrite". Nino Di Matteo: "Memoria e verità"

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Fabio Cantarella
Sebastiano Ardita: "basta celebrazioni ipocrite".  Nino Di Matteo: "memoria e verità"

Il magistrato Sebastiano Ardita, presidente della Prima Commissione del CSM

"Dobbiamo essere coerenti e non ipocriti ricordando Falcone. Quella di Giovanni Falcone fu una storia di solitudine, di sconfitte, di tradimenti subiti dentro e fuori la magistratura". Con queste parole il magistrato Sebastiano Ardita, presidente della Prima Commissione del Consiglio superiore della magistratura, ha ricordato Giovanni Falcone nel suo intervento al plenum in ricordo della strage di Capaci, avvenuta il 23 maggio di ventotto anni addietro.

"Dovette difendersi dal Csm. Venne isolato, calunniato, accusato di costruire teoremi, mentre svelava i rapporti tra cosa nostra ed il potere. Gli venne contestato protagonismo, presenza sui media, di collaborare col governo, non fu eletto al csm. Subì le stesse critiche che oggi si contestano ai magistrati più esposti. Dovremmo fare in modo che, se rinascesse, Falcone non si ritrovasse in quelle stesse condizioni. Ma ho motivo di temere che oggi, con la gerarchia del nuovo ordinamento, Falcone non potrebbe neppure essere quello che è stato. Questo dobbiamo dire e fare, se vogliamo rimanere distanti dall'ipocrisia di certe commemorazioni ufficiali, alle quali oramai alcuni di noi preferiscono non andare più", ha concluso Sebastiano Ardita che è esponente di Autonomia e Indipendenza.

Sulla stessa linea anche il consigliere del CSM Nino Di Matteo, anche lui, come Ardita, da sempre pm antimafia in prima linea: “Tra pochi giorni ricorrerà il ventottesimo anniversario della strage di Capaci. Del sacrificio di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Di Cillo, Antonio Montinaro. A loro, che hanno perduto la loro vita per gli ideali di libertà e giustizia ai quali avevano improntato tutta la loro esistenza, dobbiamo il rispetto della memoria e della verità. Non sterili, e spesso finte, celebrazioni di facile retorica ma memoria e verità. Memoria significa anche – ha proseguito Di Matteo – conoscenza e consapevolezza di un dato di fatto incontestabile: Giovanni Falcone, prima di essere ucciso dal tritolo mafioso, venne più volte delegittimato, umiliato e così di fatto isolato anche da una parte rilevante della magistratura e del Consiglio superiore. E questo in ragione non solo di meschini sentimenti di invidia ma, ancor di più, di patologiche trame di potere connesse a fenomeni ancora attuali di collateralismo politico e di evidente degenerazione del sistema correntizio. 

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