Intervista al prof. Alberto Dell'Acqua

Ema, l'economista della Bocconi: "L'Ue non ci considera e l'Italia non ha avuto autorevolezza"

Il docente è autore di uno studio sul potenziale impatto dell'Agenzia europea del farmaco nell'economia italiana: "Non abbiamo perso la partita di Ema per una questione di sfortuna. L’Europa non può considerare il nostro Paese solo come punto d'approdo dei migranti"

Marco Dozio
Ema, l'economista della Bocconi: "L'Ue non ci considera e l'Italia non ha avuto autorevolezza"

Foto da internet

“La monetina è il dito, c’è chi guarda il dito e non la luna”. Il dito è attribuire il fallimento su Ema (Agenzia europea del farmaco) alla fatale sfortuna, al sorteggio che ha premiato Amsterdam e punito Milano. La luna è valutare il contesto che ha determinato quel risultato, tra il dominio schiacciante dell’Europa continentale e un Governo italiano incapace di incidere davvero sui tavoli che contano. “Non abbiamo perso la partita di Ema per una questione di sfortuna. Con l’uscita della Gran Bretagna dalla Ue c’era l’opportunità di riequilibrare certi meccanismi a livello europeo. Non è stato fatto. L’Europa non ha fatto una bella figura, non può considerare il nostro Paese solo come punto d'approdo dei migranti. E l’Italia non ha avuto sufficiente autorevolezza per vincere la partita politico-diplomatica”, spiega Alberto Dell’Acqua, economista, docente di Corporate Finance alla Sda Bocconi e autore di un’analisi sui potenziali effetti dell’Ema nell’economia di Milano e del sistema Italia.

Professor Dell’Acqua, l’Italia si è giocata un indotto da 1,7 miliardi annui e 860 posti di lavoro in più l’anno. Al di là dei numeri, perché ottenere l’Ema sarebbe stato importante in prospettiva?
Avrebbe potuto dare un impulso all’industria farmaceutica italiana, sarebbero aumentate le possibilità di investire in ricerca e sviluppo. A Milano sarebbe potuta arrivare un’agenzia di valenza non solo europea ma globale: tutte le industrie farmaceutiche del mondo per poter commercializzare i propri prodotti in Europa devono ottenere l’autorizzazione da Ema. Va considerato questo, oltre al business delle attività di servizio legate alle necessità dell’agenzia.

L’epilogo cosa ci dice? C’è chi si appella alla sfortuna per l’esito dell’estrazione a sorte. Ma viste le premesse, c’è chi sostiene che l’Italia nemmeno sarebbe dovuta arrivare al sorteggio.
Decisioni così importanti non devono essere stabilite da un sorteggio, ma da una valutazione attenta che prende in esame non solo le esigenze sacrosante delle agenzie, che entrambi i dossier soddisfacevano pienamente, ma gli equilibri interni all’Unione europea.

In che senso?
Diamo uno sguardo al contesto: il blocco dell’Europa continentale detiene tutte le attività istituzionali della Ue: la Francia ha Eba (Autorità bancaria europea) a Parigi e il Parlamento europeo a Strasburgo, il Belgio con Bruxelles il Consiglio europeo, il Lussemburgo la Corte di giustizia europea, la Germania la Banca centrale europea, l’Olanda Ema, tutto il potere istituzionale europeo, con relativo indotto, è concentrato in quella area. Le decisioni su molte tematiche delicate avvengono in quelle sedi. Danimarca e Svezia hanno la propria moneta locale e sono in Europa per modo di dire, con una gamba dentro e una fuori. La Finlandia beneficia della vicinanza con la Russia in termini di rapporti commerciali, l’Irlanda è una nazione a fiscalità ridotta per non dire paradiso fiscale, mentre i Paesi dell’Est beneficiano delle produzioni delocalizzate dal resto d’Europa. Poi ci sono gli stati dell’area mediterranea. Che non possono agire sulla fiscalità perché non gli è data la possibilità di comportarsi, per esempio, come l’Irlanda. E non avendo moneta propria non possono far leva sulla politica monetaria, competenza della Banca centrale europea. Infine non hanno istituzioni europee in grado di determinare un riequilibrio in termini di potere e di impatto economico. L’area del sud Europa, e l’Italia in particolare, come può competere ad armi pari con i cugini europei?

Per il nostro Paese dalla Ue nemmeno un premio di consolazione.
Su Ema era necessaria una decisione geopolitica, afferente agli equilibri europei: l’Italia non può servire solo come punto d’approdo per i migranti, ma può e deve fare da traino per tutta l’economia mediterranea. La Spagna (che ha votato contro l’Italia nell’assegnazione dell’agenzia ndr) non è mai stata un nostro alleato, ma sul versante dei Balcani, della Grecia e in generale del Mediterraneo siamo una nazione di riferimento. Non capisco la strategia dell’Europa su quest’area.

Vede delle responsabilità in un Governo che non ha sufficiente autorevolezza e non ha saputo gestire la partita? Qual è il peso dell’Italia in Europa?
Il risultato purtroppo dice questo, senza entrare in giudizi politici. Ema era una partita politica e diplomatica, non solo tecnica o economica. Era una partita principalmente politica. Si decideva, dopo la Brexit, dove collocare agenzie importanti che incidono sull’economia europea: non siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo, è un dato di fatto.

È un fallimento dell’Italia?
Purtroppo sì.

Prendersela con la malasorte è un escamotage autoassolutorio?
Non si possono attribuire colpe alla monetina. Il risultato è che esiste un blocco che detiene l’infrastruttura istituzionale europea e un altro che non ha nulla. Mentre altre aree, come dicevamo, possono contare su meccanismi compensatori come la moneta o la fiscalità agevolata.

L’Ue ci lega le mani anche dal punto di vista fiscale?
Veniamo bastonati per l’alto indebitamento pubblico, ma non abbiamo le leve per uscirne, nemmeno quella fiscale. Se volessimo per esempio creare un’area a fiscalità zero a Milano non potremmo farlo, tecnicamente, perché sarebbe aiuto di Stato. Anche guardando oltre il regolamento della monetina, l’Europa non ha fatto una bella figura.

Eppure autorevoli opinionisti e politici insistono con la vicenda della sfortuna.
La monetina è il dito, c’è chi guarda il dito e non la luna. Non abbiamo perso la partita di Ema per una questione di sfortuna. Con l’uscita della Gran Bretagna c’era l’opportunità di riequilibrare certi meccanismi a livello europeo. Non è stato fatto.

Indicare il dito fa comodo alla classe politica al governo e a un establishment che cerca di sottrarsi dalle proprie responsabilità?
La crescita italiana è più bassa della media europea, un motivo ci sarà. Dovendo recuperare terreno, era necessario accelerare per riallinearsi al passo degli altri. Il problema è che se l’Italia cresce ma gli altri corrono di più, il divario aumenta.

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