Intervista al politologo

Referendum Autonomia, Galli: "Successo storico, il popolo ha alzato la testa"

"Lombardi e Veneti hanno detto basta all'immobilismo dello Stato centrale. Anche in Lombardia la consultazione ha ottenuto un grande risultato. Renzi e Gori si mettano d'accordo: PD sta per Partito Diviso, ognuno esprime posizioni diverse e inconciliabili"

Marco Dozio
Referendum Autonomia, Galli: "Successo storico, il popolo ha alzato la testa"

Foto da Fb

Bistrattati, screditati, silenziati, sottovalutati, eppure partecipati oltre ogni previsione. I referendum per l’Autonomia di Lombardia e Veneto restituiscono l’impressionante affresco di 5 milioni di persone (3 in Lombardia, 2 in Veneto) che si recano al seggio e lanciano un segnale storico, nonostante l’oscuramento mediatico, il boicottaggio di larga parte della sinistra, l’atteggiamento snobistico se non ostile dell’intellighenzia e il carattere consultivo della consultazione. In Veneto si è ampiamento superato il quorum arrivando a pochi passi dal 60% (57,2%), mentre in Lombardia, dove il quorum non era previsto, si sfiora quota 40% (38,4%) con i Sì che totalizzano rispettivamente il 98% e il 95%. In una fase storica dove spesso prevale la disaffezione alle urne e l’astensionismo cronico è un dato crescente: basti pensare che per eleggere il presidente dell’Emilia-Romagna si è recato il 37% degli aventi diritto, o che in alcuni grandi Comuni l’affluenza alle ultime amministrative è oscillata tra il 31% e il 35%, o che molte consultazioni referendarie (oltretutto vincolanti e non consultive) neppure col binocolo sono riuscite a intravedere percentuali attorno al 40%. Il politologo Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’università degli studi di Milano e consigliere regionale, è tra i “padri” del referendum in Lombardia.

Professor Galli, come valuta l’esito referendario e il dato dell’affluenza?
Siamo di fronte a un grandissimo risultato: storico. Ieri un popolo si è alzato e si è messo in cammino per cambiare il proprio destino. Lombardi e Veneti hanno detto basta all'immobilismo dello Stato centrale. Per quanto riguarda la Lombardia, portare alle urne 3 milioni di lombardi è impresa difficile, a maggior ragione in una regione che tutto sommato ha una storia breve: nell’attuale conformazione amministrativa ha circa 200 anni. La verità è che c’è stata grande affluenza anche in Lombardia, non solo in Veneto. 

Quali sono i termini per stabilire che è stato un successo anche in Lombardia?
Noi politologi calcoliamo il 20% come tasso fisiologico di astensione, ovvero quella parte di popolazione che non va mai a votare, nemmeno alle politiche. Significa che in realtà il totale dell’elettorato è l’80% degli aventi diritto: il 40% significa aver portato a votare un lombardo su due tra quelli che si recano alle urne, oltretutto con un referendum consultivo e senza quorum, perché va anche ricordato che il quorum favorisce una tensione verso la mobilitazione. L’affluenza è fisiologicamente in calo e ai referendum va sempre meno gente a votare: da questo punto di vista il referendum costituzionale è stato anomalo perchè Renzi aveva radicalizzato la consultazione trasformandola un plebiscito pro o contro di lui. Dunque il 40% in Lombardia è un grandissimo risultato.

Il referendum determina un ribaltamento delle prospettive, rafforzando le istanze autonomiste come mai avvenuto prima d'ora?
Ora è il territorio a rivendicare i margini di autonomia a cui ha diritto ai sensi della Costituzione. Finora, a cominciare dalla modifica del Titolo V, le iniziative partivano dal centro nella convinzione che lo Stato fosse in grado di promuovere la sua autorigenerazione. Qui invece, come avviene nei processi più autenticamente federali, è la periferia che rivendica i margini di autonomia previsti dalla Costituzione e per fare questo non c’è strumento più idoneo del referendum. L’autonomia è l’aspirazione collettiva di una comunità territoriale e il polso di questa rivendicazione lo può dare solo il referendum, strumento di democrazia diretta e partecipativa. La rivendicazione c’è stata eccome, nell’alveo della più assoluta costituzionalità. Il regionalismo differenziato esiste da 16 anni e non ha mai funzionato. Col referendum cerchiamo di farlo funzionare, i detrattori del referendum dovrebbero ringraziarci visto che quel capitolo l’hanno scritto loro. Se non funziona nemmeno col referendum a monte, occorre riscrivere il 116.

Il governo centrale ha recepito il messaggio, vista la posizione di Renzi che aveva snobbato la consultazione?
Se Gentiloni si è subito detto disposto a trattare è perché stavolta c’è di mezzo il popolo. Renzi va in giro a dire che Gori è il miglior candidato al mondo e nel contempo che il referendum è un sondaggio inutile. Siccome Gori ha sostenuto il referendum, si mettano d’accordo tra loro.

Come valuta le contraddizioni interne al PD? Alcuni sindaci erano timidamente per il Sì, ma i consiglieri regionali e tutto l’apparato del partito hanno fatto campagna per l’astensione.
PD è acronimo di partito diviso, Renzi, Gentiloni, Martina, Gori, ognuno ha espresso una posizione diversa e non conciliabile. Il responso del Lombardo-veneto non può essere ignorato, l’aspirazione all’autonomia non può essere più ignorata.

Nel tentativo di depotenziare i referendum, il presidente dell’Emilia-Romagna ha firmato una letterina d’intenti col governo con tanto di photo opportunity, guarda caso, proprio alla vigilia della consultazione lombardo-veneta.
Bonaccini in 16 giorni è riuscito a fare ciò che nessuno è riuscito a fare in 16 anni: il consiglio regionale dell’Emilia-Romagna vota il mandato il 3 ottobre e il 19 ottobre apre subito la trattativa con l’esecutivo. Una rapidità napoleonica. Un miracolo. A dimostrazione che il nostro referendum serve anche per l’autonomia degli altri. Il governo ha accettato subito la trattativa con Bonaccini cercando appunto di depotenziare il referendum lombardo-veneto, senza riuscirci.

Silenziato dalla Rai e dalle tv generaliste, screditato da molti media mainstream e dall’intellighenzia più o meno di sinistra, eppure il referendum ha avuto successo.
Alcuni di questi esponenti della cosiddetta intellighenzia di sinistra hanno partecipato a dibattiti televisivi dimostrando impreparazione sulla materia. Per quanto riguarda la Rai sono stato il primo a sollevare la questione. I mass media hanno ignorato la consultazione, salvo cercare di metterci una pezza all’ultimo minuto. La partita in realtà è molto più grossa di quello che ci vogliono far credere. Stiamo parlando di un territorio con 15 milioni di abitanti, ovvero il 25% degli abitanti del Paese, il 38/40% del Pil e 80 miliardi di euro di residuo fiscale che corrispondono agli interessi sul debito pubblico. L’atteggiamento prevalente puntava a ridimensionare l’evento, sia da parte delle tv, in particolare della Rai, sia da parte dell’intellighenzia, dimostrando di non avere rispetto nei confronti dei territori. Non si può rubricare quello che è successo a un fatto periferico.

Ora arriva il bello…
Il sistema istituzionale è al collasso. Comuni e unioni di comuni che non funzionano, città metropolitane su cui è meglio soprassedere, province che esistono sulla carta, sopravvissute all’aggressione della legge costituzionale dell’anno scorso ma di fatto senza risorse, sia umane sia materiali. La prospettiva di riorganizzare il sistema istituzionale deve partire dall’unica parte sana, ovvero le regioni virtuose, innescando un effetto domino: è una partita avvincente dalla quale passa il destino di questo Paese.

 

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