Intervista al costituzionalista controcorrente

Barra Caracciolo: "L'Europa ci uccide. Grazie all'Euro stiamo diventando un Paese del Terzo mondo"

“Abbiamo perso un terzo del manifatturiero e il 25% della produzione industriale. Bisogna uscire dall’eurozona. O diventeremo un Paese deindustrializzato e del terzo mondo come Romania e Bulgaria. È una lotta contro il tempo"

Marco Dozio
Barra Caracciolo: "L'Europa ci porta alla morte. Grazie all'Euro stiamo diventando un Paese del Terzo mondo"

“L’Europa ci porta alla morte. Abbiamo perso un terzo del manifatturiero e oltre il 25% della produzione industriale. Bisogna uscire dall’eurozona. Altrimenti diventeremo un paese deindustrializzato e del terzo mondo come Romania e Bulgaria. È una lotta contro il tempo”, parola di Luciano Barra Caracciolo, magistrato presidente di sezione del Consiglio di Stato, autore del libro "Euro e (o?) democrazia costituzionale - La convivenza impossibile tra Costituzione e Trattati Europei". Pensatore e costituzionalista controcorrente, ha raccontato in tempi non sospetti disfunzioni e aberrazioni di Maastricht e della moneta unica.

I britannici votando per la Brexit hanno dato uno schiaffo all’establishment politico, mediatico e finanziario. Com’è stato possibile?

Quel che è successo è clamoroso. Dobbiamo considerare che la Gran Bretagna è fuori dall’euro. Dunque i britannici non sono  un popolo ricattabile da una banca centrale che detiene la sovranità monetaria al posto della democrazia istituzionale. Questo è il punto fondamentale.

 

Quali sono stati i fattori determinanti?

Anzitutto il malessere per il mercato del lavoro precarizzato, in cui è possibile inserire anche il malcontento per l’immigrazione. La rabbia degli strati popolari è confluita nel “Leave”. Ma c’è anche una ragione storica.

 

Quale?

L’Inghilterra ha una tradizione imperiale ancora presente nella società. Credono di essere i portatori di una missione storica, resiste l’idea di una superiorità spirituale degli anglosassoni. Per loro la riaffermazione di sovranità è qualcosa di culturalmente radicato in tutti gli strati della popolazione, anche nelle loro oligarchie e aristocrazie. Si sentivano, come tutta Europa, assoggettati alla Germania.

 

Uno scenario simile è immaginabile per l’Italia?

In Italia un risultato analogo dovrebbe prevedere come condizione il fatto di non essere ricattabili. Altrimenti l’esito potrebbe essere quello della Grecia, con il governo che ha accettato e poi imposto al popolo misure peggiori di quelle che il popolo stesso aveva respinto col referendum. In Italia una reazione di questo tipo sarebbe possibile solo attraverso un grande moto popolare, un riunirsi di tutte le istanze di malcontento non solo nella logica operaista ma nella logica costituzionale del lavoro che include artigiani, commercianti, coltivatori diretti, categorie di persone che nei programmi dell’elite finanziaria devono essere spazzate via.

 

Prevede un effetto domino per altri Paesi europei?

I paesi scandinavi non aderenti all’euro ci stanno già pensando, del resto loro non sono ricattabili. Il caso più simile a quello italiano potrebbe essere l’Austria, dove però pare ci siano stati dei brogli alle ultime elezioni dopo che si era parlato anche lì di referendum. Inoltre Vienna non è un Paese debitore e quindi è meno ricattabile rispetto all’Italia.

 

Cosa significa per l’Italia la gabbia dell’Euro?

Dentro l’euro abbiamo accumulato deficit anche per il cambio sbagliato. Stiamo aggiustando questo deficit ma a costo della distruzione della domanda interna. Che significa disoccupazione altissima e tante imprese che chiudono. L’Italia per correggere i conti con l’estero sta distruggendo il proprio tessuto industriale. Questo ci dà l’interesse a reagire, è una questione di sopravvivenza. La gente si uccide. Ed è inammissibile questa sorta di darwinismo automatico, accettato come metodo di governo. Però il contagio per chi è ricattato si ferma di fronte all’incognita del trattamento Grecia. Ci vuole forza e visione politica, occorre sapere quali mosse prendere e adottarle con sangue freddo e determinazione.

 

Se la china che ha preso l’economia italiana in questa gabbia è irreversibile, si potrà arrivare a un punto di rottura?

È difficile dirlo, bisogna avere una chiara visione di come debba andare l’Italia, di quali filiere industriali abbia bisogno. Da Maastricht in poi abbiamo distrutto intere filiere che sono fondamentali. Per poter ripristinare questa solidità, occorre decidere cosa e quanto produrre e come scambiare con l’estero. Scelte che non possiamo più fare da quando siamo dentro Maastricht. Bisogna riconquistare i poteri di politica economica e fiscale previsti dalla costituzione. Senza subire ricatti sul piano monetario e del debito, ma con una banca centrale nazionale e democratica che risponda all’indirizzo politico determinato dagli elettori. Solo così si può attuare una politica che riporti l’Italia alla sua dimensione di eccellenza. Ricordiamoci che eravamo il principale concorrente della Germania. Non si tratta solo di liberarsi da una catena, ma occorre sapere come comportarsi successivamente.

 

Valutando le reazioni alla Brexit si capisce quanto l’establishment italiano non contempli questa ipotesi. L’Europa può portarci alla morte economica?

Il trend della nostra economia è fortemente negativo: abbiamo perso un terzo del manifatturiero e più del 25% della produzione industriale. Sono numeri da Paese in guerra, bombardato. Ci vuole una ricostruzione, occorre che qualcuno conquisti un forte consenso politico dicendo le cose giuste. Le incognite che vengono terroristicamente agitate sull’uscita dall’eurozona sono valide a condizioni invariate: se restiamo col pareggio di bilancio, con l’idea di privatizzare tutto e di distruggere il welfare diventeremo un paese deindustrializzato, terzomondizzato, come Romania o Bulgaria. Uscire dall’euro è una lotta contro il tempo.

 

Il popolo in Gran Bretagna si è pronunciato democraticamente. Ma in Italia la costituzione non lo consente. E il concetto di democrazia di chi ci governa non sembra andare in questa direzione.

Io dico che non c’è bisogno di un referendum, ora come ora saremmo sotto ricatto. Il controllo mediatico che vige in italia è fortissimo, lo vediamo nelle reazioni orwelliane a cui stiamo assistendo in queste ore. Non abbiamo bisogno di un referendum, ma di una forte offerta politica che sia in grado di dare speranza a tutta la nazione, in modo tale da determinare un largo processo di identificazione nella sovranità nazionale. Esistono mosse tecniche consentite dalle norme dei trattati. Per quanto le elite, i media e le istituzioni europee possano fare terrorismo, esistono importanti strumenti giuridici previsti dai trattati. In Italia sarebbe come tenere un referendum sullo stupro: semplicemente non dovrebbe tenersi. Per assurdo, se il controllo orwelliano sostiene che è giusto abolire il reato di stupro, allora è probabile che la maggioranza degli elettori seguirà questa opinione. In Italia l’elite favorevole all’euro e all’Unione Europea agisce compatta ed è ancora tremendamente forte.

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