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Buon compleanno, UFO! 70 anni e... ben portati

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Alfredo Lissoni

Alfredo Lissoni

Alfredo Lissoni è insegnante di religione e scrittore, socio del Centro Ufologico Nazionale, si occupa da molti anni di ufologia; milanese, già collaboratore del Nuovo Giornale di Bergamo, ha al suo attivo diverse collaborazioni per le principali riviste del settore: Notiziario UFO, Dossier Alieni, Giornale dei misteri, X-files, UFO dossier X, UFO Notiziario del CUN, Oltre la conoscenza, Oltre l'ignoto. Autore di programmi radiotelevisivi e consulente esterno per trasmissioni Mediaset, spesso in TV, ha realizzato diverse opere multimediali per Peruzzo; autore dell'enciclopedia Misteri e verità, ha altresì gestito un videotel ufologico ed è autore di 24 libri sugli UFO.

Buon compleanno, UFO!

Era il 24 giugno del 1947 quando il pilota civile Kenneth Arnold, in volo nei pressi del Monte Rainier (uno stratovulcano dormiente situato nello Stato di Washington, ad 87 km da Seattle), vide sfrecciare in cielo, velocissimi, nove stranissimi ordigni, che sembravano rimbalzare nell'aria come i sassi sull'acqua. Quando ne parlò ad un cronista, quest'ultimo creò la dizione "flying saucers", dischi volanti. E da allora la gente non ha più smesso di vederli. Oggi gli UFO (Unidentified Flying Saucers, come li ribattezzò più asetticamente l'Aeronautica militare USA) compiono 70 anni. Un'età di tutto rispetto.

Ma, esistono gli UFO? La scienza dice di no, gli ufologi di sì. Da quel lontano 1947 gli avvistamenti e le pretese prove si sono accumulate, a migliaia, sui tavoli dei ricercatori. Purtuttavia, la scienza continua a rimanere scettica. E a ripetere il solito ritornello, quello delle grandi distanze interstellari che renderebbero impossibile ad un alieno giungere sin qua. Per la verità, che fosse impossibile raggiungere altre terre, a causa della loro lontananza, era l’obiezione che gli scettici di turno muovevano anche a Colombo, quando chiedeva fondi per armare una flotta che lo portasse nelle Indie. Il navigatore genovese fu più testardo e, anche se quelle terre non le raggiunse, ne scoprì di nuove. Anzi, scoprì un nuovo mondo. Ed in suo onore, cinquecento anni dopo la scoperta dell’America, la NASA avrebbe varato un programma di esplorazione spaziale dedicato proprio al nostro connazionale.

Ciò nonostante, ancora nel 2011 il fisico italiano Elio Sindoni ha sentenziato in un suo libro che, nell’universo, siamo l’unica forma di vita intelligente (su quest’ultimo aggettivo ci sarebbe molto da ridire); e prima ancora un suo collega, il francese Marceau Felden, nel 1994 ha ribadito lo stesso concetto; non solo, negli Stati Uniti esiste addirittura un’associazione di scienziati scettici denominata Soli nell’universo; stesso titolo si è data, nel 2002, la Fiera astronomica di Bordeaux in Francia. Si tratta di posizioni antistoriche perché antropocentriche, e persino religiosamente dogmatiche, viziate da un’interpretazione distorta di un versetto biblico secondo cui la Terra sarebbe lo “sgabello dei piedi di Dio”, il che per alcuni significherebbe erroneamente che non vi siano altri, oltre allo sgabello.  


Non tutti la pensano così, ma fra il filone definito “pessimista” e quello “ottimista” non si sa chi scegliere. “Gli alieni esistono e sono cattivi”. Questa, in sintesi, sarebbe la conclusione della rivista astronomica Philosophical Transactions, organo della Royal Society britannica, che ha pubblicato un appello, in un numero del 2011, in cui si chiede ai governi del mondo di prepararsi per un possibile incontro con una civiltà extraterrestre, sottolineando che tale contatto potrebbe essere “violento”. Una provocazione? Può darsi. Una speculazione filosofica basata sulla considerazione di quanto sia assai poco pacifica l’unica razza al momento studiata, cioè quella umana? Non è da escludere. La pubblicazione, che nel numero di gennaio ha dedicato tutto lo spazio al tema della vita extraterrestre, sostiene che se il processo di evoluzione in tutto l’universo segue i modelli darwiniani, come accade sulla Terra, le forme di vita che contatterebbero gli esseri umani potrebbero “condividere la loro tendenza alla violenza e allo sfruttamento delle risorse”.


Per questo motivo, gli scienziati hanno chiesto alle Nazioni Unite di istituire un gruppo di lavoro dedicato agli “affari extraterrestri” con la capacità di delineare un piano da seguire in caso di un contatto alieno. “Dobbiamo essere pronti al peggio nel caso fossimo contattati da una civiltà extraterrestre”, avvisa Simon Conway Morris, insegnante di paleobiologia evolutiva presso l’Università di Cambridge; Morris crede che la vita biologica nell’universo debba avere caratteristiche simili a quelle della Terra ed è pertanto convinto che “se esistono alieni intelligenti saranno come noi,  il che, dato che la nostra storia non è così gloriosa, dovrebbe farci pensare”. Il professor John Zarnecki della Open University, e Martin Dominik, dell’Università di St Andrews, chiedono attraverso la rivista “un piano “responsabile guidato da esperti e scienziati per evitare gli interessi di potere e opportunismo nel caso in cui gli alieni arrivino sul nostro pianeta”.


La “mancanza di coordinamento”, secondo questi scienziati, “è facilmente superabile con la creazione di un piano generale di lavoro guidato attraverso uno sforzo realmente globale governato da un gruppo politico con sufficiente legittimità”. La rivista si è chiesta anche cosa succederebbe alle religioni nel caso dovessimo entrare in contatto con forme di vita aliene. "I teologi non resteranno senza lavoro, “afferma Ted Peters, teologo del Pacific Lutheran Theological Seminary in California, “ma dovranno riformulare i dogmi religiosi per tener conto di una visione più ampia delle creazioni di Dio". Questi scenari apocalittici fanno quasi rimpiangere certi astronomi scettici “a priori”, ai quali eravamo abituati.


 Oggi fra gli “ottimisti” possiamo citare Paul Allen, co-fondatore di Microsfot, e Paul Davies, leader del team ufficiale di professionisti del “primo contatto”. “Esistono e li stiamo cercando”, ha dichiara Allen nel 2010; nel 2007 ha iniziato a finanziare le parabole del supertelescopio SETI che cerca senza sosta segnali elettromagnetici provenienti dallo spazio che siano “compatibili” con l’esistenza di una forma di vita. “Non sanno che noi siamo qui ed è questo il motivo per il quale ancora non ci cercano. Però, se un giorno lo facessero ci troverebbero”, ha aggiunto. E Paul Davies sarebbe pronto a dar loro il benvenuto (senza dirlo a nessuno, però). Il cosmologo ed astrobiologo britannico, docente all’Arizona State University, è infatti il leader del team di professionisti (scienziati, avvocati e filosofi ) che si attiverebbe nel caso di un “primo contatto“. Il nome del team è “Post-Detection Science and Technology Taskgroup” ed esiste grazie a Paul Allen, miliardario co-fondatore della Microsoft, che all’esistenza degli alieni ci crede.


Da alcuni anni le parabolone del telescopio da lui stesso finanziato guardano ad “altri mondi” del cosmo per captare un cenno elettromagnetico. Ma nessun segnale è mai pervenuto in risposta ai richiami terrestri. Davies prova ad interpretare il mistero di questo silenzio lungo millenni: “La civiltà più vicina, presumibilmente, è a non meno di un migliaio di anni luce da noi, così adesso loro vedrebbero la Terra come era mille anni fa, ben prima che inventassimo i radiotelescopi. Gli alieni potrebbero iniziare a trasmettere segnali radio verso di noi quando riceveranno i nostri, ossia tra circa 900 anni. Poi, ce ne vorrebbero altri 1000 perché la loro risposta arrivi”. Ma Davies non si scoraggia: sostiene infatti che si debbano cercare segnali di altro tipo per sapere finalmente se gli alieni esistono e magari sono vicini a noi.


“Dovremmo cercare discariche nucleari, tracce di ingegneria mineraria nel sistema solare, informazioni digitali cifrate all’interno del Dna di organismi terrestri”. Poi c’e’ l’ultima ipotesi, in ordine di tempo, di Davies: l’esistenza di una “biosfera ombra” sul nostro pianeta. Nascosta, segreta, magari microscopica, comunque ancora tutta da scoprire. È chiaro che in quest’ottica gli UFO non trovano spazio. Quando nel 1993 chiesi a Davies cosa ne pensasse, mi disse che secondo lui si trattava soltanto di “un mito, come la religione”. Affermazione discutibile, se si pensa che gli oggetti volanti non identificati continuano a farsi vedere da oltre mezzo secolo, o addirittura sin dalla notte dei tempi, senza che nessuno riesca a venire a capo del loro mistero. noti. Certo, rimane irrisolto il problema delle grandi distanze. Ma... non si sa mai.

 

 

 

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