per non dimenticare

Le stragi rosse. Fratello Pol Pot

Si faceva chiamare Fratello Numero Uno, ma di fraterno aveva ben poco. Era Pol Pot, il feroce capo del governo della Campucea democratica, la Cambogia

Alfredo Lissoni
Le stragi rosse. Fratello Pol Pot

Nel 1975 prese il potere con i suoi khmer rossi, le bande comuniste che cercarono di trasformare “la Svizzera dell’Asia” in un Paese marxista tutto particolare, che non seguisse alcun modello occidentale e che prometteva felicità, progresso ed uguaglianza. I comunisti di Pol Pot riuscirono solo a causare due milioni di morti, torturando e massacrando chiunque non si adattasse a vivere secondo le ferree regole del Partito.


Si veniva uccisi se si criticava il comunismo, se la vita privata non era conforme alle regole, se si lavorava lenti. Proprio il lavoro ossessionava Pol Pot; per fare uscire il suo Paese dalla miseria impose condizioni disumane: i bambini dovevano lavorare per 9 ore al giorno, e se disobbedivano venivano torturati ed uccisi; 5000 erano le giovani cambogiane costrette a raccogliere il sale per dieci ore di fila, rovinandosi la salute; da parte sua, il Governo concedeva solo tre giorni di riposo al mese. Non esisteva il salario, nella Cambogia del fratello Pol Pot. Lo Stato provvedeva al vitto, che era al limite della sussistenza; e quindi, non esistevano i mercati. E neanche tv e giornali, aboliti perché controrivoluzionari.

L’invasione vietnamita, la mancanza di cibo, la miseria, le migrazioni imposte dai crudeli khmer rossi nei 4 anni da incubo del regime di Pol Pot, trasformarono la Campucea in un vero inferno. Quelli che erano soltanto sospettati, di ribellione, venivano metodicamente sterminati nel liceo lager di Wolt Leng.

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