LAVORO E TASSE

Giovanni FLORIO
LAVORO E TASSE
Mentre la contrapposizione destra sinistra s’accentuava spesso tragicamente, l’onda lunga del boom economico del dopoguerra sospingeva la società verso un benessere diffuso e apparentemente senza limiti. Era il momento ideale per una vasta operazione di raggiro a scopo di rapina. Non credo che una mente umana – per quanto incline all’iniquità - sia mai stata in grado di immaginarla e pianificarla. Ritengo piuttosto che sia andata formandosi con naturalezza nelle economie occidentali, come evoluzione della complessa struttura finanziaria degli Stati. Solo quando il meccanismo ha iniziato a rivelarsi in tutta la sua devastante efficacia, gli animi più sensibili al proprio cinico tornaconto se ne sono impadroniti prontamente ed abilmente, per gestirne ancor oggi il buon funzionamento. In un contesto economico galoppante e quindi poco attento ai dettagli circostanti, basta usare il denaro pubblico per promuovere il consenso elettorale privato. Questo semplice marchingegno si fonda su due assiomi incontrovertibili: il denaro pubblico non è di nessuno in particolare e quindi – indipendentemente dall’ammontare - nessuno se ne preoccupa più di tanto, se non appunto per soddisfare la propria rapacità. Secondariamente, il consenso acquisito con risorse pubbliche tende ad allargarsi e consolidarsi, poiché la gallina non razzola in cerca di cibo, se sa che ad una certa ora sull’aia cadono manciate di becchime. In Italia, per distrarre l’attenzione di una società civile già di per sé incline a farsi i fatti propri, era sufficiente un teatrino della politica pateticamente retorico e un basso livello di disoccupazione: non sia mai che qualche sfaccendato spenga la televisione e inizi a porsi domande. Una persona assennata dovrebbe chiedersi: dove si va a prendere il denaro pubblico necessario ad avviare un tale criminale processo? In teoria, le entrate dello Stato provengono dalle tasse imposte ai cittadini. In pratica, le tasse di allora erano veramente basse ed insignificanti, ma così dovevano rimanere, per consentire all’economia di galoppare liberamente. In alternativa, si poteva battere altra moneta, ma così facendo l’inflazione già di due cifre per il frenetico dinamismo dell’economia, avrebbe potuto esasperare le fasce più deboli, vanificando il loro consenso acquistato con milioni di assunzioni nel comparto pubblico, ricchi prepensionamenti e diffuso sindacalismo. La soluzione – manco a dirlo - è diabolica: quante e quali istituzioni finanziarie internazionali sarebbero state disposte a prestare denaro a politici in caccia di consenso elettorale? Tutte. Da allora, ad ogni asta mensile indetta per piazzare titoli di debito pubblico, un fiume di denaro si è riversato nelle casse dello Stato e l’esposizione ha cominciato crescere, un po’ come il livello dell’acqua in una vasca da bagno col tappo ben premuto sullo scarico. Poco male se anche gli interessi contribuivano ad alzare il livello... con quei rendimenti, persino gli operai padri di famiglia, i pensionati e i sindacalisti prestavano volentieri i loro risparmi. Ma si sa: se non si toglie il tappo della vasca, cioè se non si comincia a restituire qualcosa, prima o poi succede un disastro. Grecia, Spagna e Portogallo: non eravamo gli unici sulla giostra e il mercato – insieme delle controparti finanziatrici – aveva altri polli ben disposti a farsi spennare e non si poteva esagerare col giochetto dei rimborsi parziali dei debiti, contraendone al contempo di nuovi. Servivano soldi veri e sonanti di terzi, dei cittadini naturalmente: ecco le tasse, che avrebbero mantenuto il livello della vasca appena sotto il bordo, distruggendo però in pochi decenni il tessuto economico e sociale di uno dei paesi più importanti e ricchi al mondo. La gente – tra cui io stesso – s’accorgeva del pauroso piano inclinato, ma commise il grave errore di credere alle voci ad arte sempre più diffuse, di imminente fallimento dello Stato: questa evenienza è infatti impossibile, almeno finché rimane la sovranità monetaria. Così gradualmente accadde che la sfiducia dei cittadini inducesse la famelica classe politica non certo a battere in ritirata, ma a rilanciare il debito pubblico, offrendo il paese a vecchi e nuovi profittatori stranieri, disposti anche ad accettare rendimenti decrescenti, pur d’imporre il proprio spietato tornaconto a strozzo. Al di là del fallimento morale della società, la corruzione del rapporto tra politici ed elettori non ha provocato solo l’immane tragedia del debito pubblico, ma ha innescato una serie di rimedi sempre più deleteri, fino a quello più recente e definitivo della rinuncia alla sovranità in favore delle agenzie dei creditori. A Norcia è crollata la Basilica di San Benedetto, Patrono d’Europa, inventore dell’Ora et labora e del monachesimo, che hanno cullato la nostra civiltà occidentale. Il terremoto ha lasciato in piedi solo la facciata, malinconica icona della Chiesa post conciliare. Stupendi borghi medioevali sparsi lungo tutta la penisola, sono impraticabili o comunque a rischio sismico, il patrimonio della civiltà cristiana si sgretola tra polverosi boati e sinistri scricchiolii. Il dolore e financo la disperazione, dovrebbe limitarsi alle vittime – poche, per la verità – di tali disastri. Invece, il pianto e lo sconforto si riferiscono principalmente alla tragica mancanza di fondi per sistemare le cose. Non si tratterebbe solo di qualche riparazione, ma dell’impegno - davvero importante - a mettere in sicurezza per i secoli a venire, tutto il patrimonio architettonico artistico e paesaggistico di territori che il mondo intero invidia e torna spesso a visitare, spendendo un sacco di ottimi quattrini. Ma non ci sono i fondi, e allora? Potremmo chiederli ai nostri strozzini che però, dubitando d’incassare i vecchi crediti, non ne vogliono sapere di prestare ancora somme così ingenti. A meno di non alzare i tassi d’interesse, cioè stringere il cappio: è molto probabile che i galoppini messi dagli usurai a capo delle istituzioni, faranno ancora una volta di tutto, tranne che gli interessi degli italiani. Hanno già regalato la sovranità monetaria, stanno cercando di cedere quella legislativa e allora non ci sarà più scampo per un popolo inerme, rigorosamente non violento e istupidito dalla disinformazione di massa. Al contrario, un popolo libero e sovrano, amministrato da chi risponda dell’operato con la propria testa, investirebbe somme enormi per i lavori necessari ed anche di più, senza limitarsi alla manutenzione dello status quo, ma arricchendo viepiù la propria terra, ornandola di nuovo superfluo artistico e paesaggistico. Allo scopo, i migliori artigiani dei dintorni sarebbero ingaggiati, i migliori progetti finanziati e realizzati in poco tempo. Il sinistro piagnisteo insisterebbe ancora: non ci sono i soldi! E invece, la Zecca di uno Stato orgoglioso e indipendente, sa stampare banconote fruscianti, con la meravigliosa effige dei suoi eroi nazionali e quant’altro serva a chiunque, per convincersi del suo prestigio e della sua forza morale, politica e persino fisica. Questo è il passaggio logico incompatibile con la dominante mentalità di sinistra: mai e poi mai, l’ottuso erede del marxismo leninista potrà accettare che il bene comune si possa raggiungere grazie alla lungimiranza di politici disinteressati che amano il proprio popolo, alle capacità di uomini colti in grado di progettare ambiziose iniziative ed alle braccia operose di artigiani ed impresari instancabili; tutta gente di buona volontà, pronta a impegnarsi per inseguire il progresso e la felicità della propria famiglia e dell’ambiente in cui sono nati e cresciuti. Lor Signori non possono assolutamente tollerare il vincolo contabile che lega in partita doppia ogni spesa pubblica ad un meritato e proficuo ricavo per qualcun altro; non riescono a sopportare l’idea che un investimento a beneficio della collettività, riempia le tasche di chi vi si adopera meritoriamente, portando benessere e ricchezza tutt’intorno. Eppure, andrebbe proprio così ed è sempre andata così: lo Stato forte e prestigioso, ricco di tradizioni e cultura, accede alla fiducia illimitata dei propri cittadini più seri ed operosi, premiando i progetti atti a promuovere stabilmente il benessere comune e tutto ciò si realizza grazie all’oculata gestione della sovranità monetaria. Uno Stato senza sovranità monetaria è come un padre di famiglia cui sia stato confiscato il libretto degli assegni e s’avvia al tragico percorso di chi cade nelle grinfie dell’usura: manca solo l’ultimo indecoroso rito dell’incaprettamento. La responsabilità non è solo dei politici: come nel rapporto mafioso, il vergognoso interesse è reciproco e in poco tempo costruisce uno Stato mostruoso, auto referenziale, magmatico, tentacolare ed invasivo, che comprime tutta la società: non solo l’economia, ma anche la cultura, i costumi e il senso stesso della vita di ogni singolo cittadino. Tra gli imbrogli più ignobili ed efficaci per scaricare la vasca ormai ricolma, sottraendo denaro ai cittadini senza che se accorgano, in tutti i paesi occidentali che più o meno intensamente avevano avviato e intendevano cavalcare la moltiplicazione del debito pubblico, è stata introdotta fin dall’inizio, una vera e propria catena di Sant’Antonio: l’IVA, ovverosia la mostruosa imposta sul valore aggiunto. Si è subito qualificata in modo equivoco. Infatti, il concetto di valore aggiunto che compare in tutti gli acronimi coniati nelle varie lingue, suona bene, positivamente: valore, qualcosa che vale… aggiunto, qualcosa che accresce qualcos’altro, cioè le tasche dei politici. Benché suadente, oltre ad essere incomprensibile per i comuni mortali, ha poco a che fare con la sua vera natura d’imposta che colpisce esclusivamente la spesa per i consumi della gente. Infatti, la curiosa espressione si riferisce alla circostanza che l'IVA calcolata sui ricavi degli operatori sarà normalmente superiore all'IVA calcolata con la stessa aliquota sui loro costi e poi detratta. In altre parole, ogni operatore tendente al profitto, dovrebbe versare almeno l'IVA corrispondente al margine, nobilitato per l'appunto col nome di valore aggiunto. Tuttavia, grazie alla generalizzata possibilità di detrarre l'imposta sugli acquisti e fintantoché non interviene la saccoccia del consumatore finale, il saldo teorico dell'IVA che il sistema economico deve complessivamente versare all'Erario, è sempre zero e non gli reca quindi alcun vantaggio. Qualcuno potrebbe obiettare: a che serve tutta questa laboriosa e cervellotica catena se durante la gran parte del percorso il gettito è zero? A coprire l’inganno: se la gente sapesse di pagare una tangente sulla propria vita quotidiana - addirittura del 20% e spesso di più - potrebbe adombrarsi e persino chiedersi dove finiscano somme così ingenti. Ecco perché, solo quando l’imposta è applicata al dettaglio, cioè l’ultimo anello inconsapevole della catena, viene riscossa dal commerciante e subito versata all’Erario. Il cittadino che compra non se ne accorge perché l’imposta è nascosta abilmente nel prezzo ed anche se dovesse occasionalmente rendersene conto, la collegherebbe idealmente al prezzo già accettato e che non si metterebbe certo a discutere: o compra o non compra. La noia e il fastidio che sicuramente il lettore prova cercando di maneggiare questi concetti astrusi, sono la riprova di quanto la manovra sia subdola e ingannevole. Come se non bastasse, la gabella è gravemente antidemocratica: se il proletario che non arriva a fine mese proprio non se ne avvede, figuriamoci quanto ne sia consapevole e turbato il plutocrate pubblico o privato, la cui carta igienica è certamente acquistata da una governante o dal maggiordomo. Che peccato e che grave errore lasciare enormi risorse nelle mani di politici da strapazzo e/o criminali incalliti! A parte il consenso politico e il controllo dell’informazione, che insieme sterilizzeranno qualsiasi tentativo di rimediare, dopo la soddisfazione delle più svariate perversioni, questi insaziabili despoti faranno di ogni aspetto del vivere umano un’occasione di prevaricante speculazione, distruggeranno l’ambiente e se non basta, si armeranno e pervasi da un incontenibile delirio di onnipotenza, si perpetueranno indisturbati, corrompendo e lordando per sempre la società e le sue istituzioni. Nonostante siano meno invisibili, molte altre imposte dirette e indirette sono state introdotte e accresciute a dismisura, spingendo i contribuenti ad evaderle per non fuggire o morire. Il senso di questa auspicabile fisiologica reazione del cittadino vessato, ha uno straordinario ed elevato contenuto ideale: non c’è più Lavoro? La Giustizia è un lusso per pochi intimi? La gente non si sente più sicura in casa propria? Democrazia e Libertà sono saltuarie, occasionali e truccate come le partite di pallone? Allora, non c’è alcun motivo ragionevole per pagare tutte queste tasse. Per converso, si osserva che i pochi territori dove al contrario sussistono occasioni di lavoro, la Giustizia funziona, la sicurezza è soddisfacente e le libertà individuali sono tutelate da regole democratiche stabili e condivise, appartengono a staterelli dotati di regimi fiscali moderati. Peccato che il club delle cosiddette potenze mondiali li perseguiti come paradisi fiscali, boicottandoli in ogni modo. Si sa che il Diavolo fa le pentole ma dimentica i coperchi... e infatti la nemesi storica sta regolando i conti e tanti veli stanno cadendo. Se lo Stato si mangia e sperpera più della metà delle fatiche quotidiane dei suoi cittadini, un lavoratore qualsiasi s’accorge di iniziare a faticare per sé e la propria famiglia dopo le tre del pomeriggio. Se fino a luglio compreso lavora per lo Stato padrone, è inevitabile che prima o poi gli scappi qualsiasi voglia di lavorare. Nessuno lo dirà apertamente, ma lo sciopero fiscale si insinuerà nelle menti più argute che tenderanno a produrre sempre meno e a nascondere quel poco che fanno. E’ la situazione odierna, la grande crisi strutturale, la decrescita infelice che punisce il sistema fino a collassarlo.

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