Il professor Blangiardo: non serve una sostituzione di popolo

Quota immigrati zero se evitiamo la fuga dei nostri giovani

Per Repubblica l'Italia che non fa figli "può salvarsi" grazie agli immigrati. Il docente dell'università Bicocca: "Siamo di fronte a un’immigrazione non qualificata"

Marco Dozio
Riempire le culle vuote con gli immigrati? Blangiardo: "No, evitiamo che i giovani italiani scappino all'estero"

Foto da internet

“L’Italia senza culle può salvarsi grazie ai migranti”: così Repubblica titola un’analisi di Alessandro Rosina, docente di demografia all’università Cattolica di Milano, nella quale si afferma che “l'immigrazione non è troppa se si guarda alla componente regolare (quella nettamente prevalente) e alle necessità di crescita (non solo demografica) del nostro Paese”, paventando per il futuro rischi di insostenibilità circa il pagamento di pensioni e debito pubblico. E aggiungendo che “il punto centrale sarà l’indebolimento progressivo dell’asse portante della nostra economia, quello costituito dalla popolazione tra i 35 e i 49 anni. Tale fascia è attualmente quella con più alta occupazione e più alta produttività. Difficile pensare di potenziarla senza attrarre nuova immigrazione”.

Dunque ricorrere agli immigrati, per Rosina, diventa necessario per compensare in prospettiva la diminuzione della forza lavoro “autoctona”. Tesi che non trova il consenso di Gian Carlo Blangiardo, docente di demografia all’università Bicocca di Milano, secondo il quale occorre anzitutto arginare la fuga dei giovani italiani all’estero, esasperati dalla mancanza di opportunità, da stipendi insufficienti a mantenere se stessi e i propri figli, e da forme di precarietà elevate a sistema: “Prima di pensare di attirare soggetti nuovi, occorrerebbe evitare che i giovani scappino dall’Italia, fenomeno rilevante che si verifica con regolarità. Frenare l’esodo della forza lavoro italiana, qualificata, è fondamentale. Perdere 100.000 persone l’anno perché si trasferiscono per lavoro in Germania, nel Regno Unito o altrove costituisce un problema”, spiega al Populista, precisando che la questione demografica resta uno dei nodi da affrontare, considerata anche la differenza rispetto a realtà paragonabili alla nostra come la Francia, dove le culle sono piene anche per via di un welfare familiare efficace. Oltralpe, per esempio, gli asili nido sono gratuiti mentre in Italia la retta grava sulle spalle delle giovani coppie, spesso precarie, divorando metà stipendio.

“Tra 30 anni, la popolazione dai 20 ai 44 anni in Italia scenderà, secondo le Nazioni unite, da 17 milioni a 13/14 milioni: in sostanza spariscono 5 milioni di persone tra i 20 e 44 anni nello spazio di 30 anni, cosa che non si verificherà ai francesi. Dobbiamo mettere in conto la perdita di questa popolazione: peraltro nella classe successiva la diminuzione sarà ancora più consistente perché usciranno di scena i figli del boom”, aggiunge Blangiardo. Scenari a cui certa sinistra politica e mediatica intende far fronte con l’afflusso di stranieri: “Affermare che sia strettamente necessario l’uso della leva immigrazione per risolvere i problemi del mercato del lavoro in Italia non mi trova concorde. Come dicevo, evitiamo perlomeno che i giovani che abbiano se ne vadano all’estero”.

Per il demografo occorre anche ragionare sulla tipologia di immigrati da inserire nel sistema Italia: “Il discorso immigrazione può avere un senso, a condizione che si abbia la capacità di attirare un’immigrazione funzionale al sistema produttivo. Prendiamo atto che la popolazione diminuirà, prendiamo atto che il mercato del lavoro cambierà e che probabilmente spariranno certe mansioni: occorre quindi una forza lavoro sempre più formata e qualificata, e non è detto l’immigrazione in atto risponda a questo requisito. Se vale l’esperienza di questi anni, quella degli sbarchi, siamo di fronte a un’immigrazione ancor meno qualificata rispetto a quella di periodi precedenti, dunque ancor più difficile da collocare nel contesto lavorativo”.

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