L’Italia dopo le elezioni

Sinistra perde, destra vince: ma il governo è sempre quello!

Il Governo Conte 2 rappresenta ormai meno della metà degli elettori ma i “democratici” non si schiodano

Pietro Licciardi
Sinistra perde, destra vince: ma il governo è sempre quello!

Confronto fra elezioni amministrative... (fonte: pagina facebook di Matteo Salvini)

La sinistra, di cui fanno parte i 5 Stelle, come prevedibile canta vittoria per quel quasi 70% ottenuto dal “Si” al referendum, improvvidamente caldeggiato a suo tempo anche da Fratelli d’Italia e Lega. Un’altra vittoria di Pirro, dal momento che a ben vedere ciò non fa che confermare che la stragrande maggioranza degli italiani considera i gli inquilini dei palazzi del potere nient’altro che una casta di cui liberarsi al più presto.

Ma quel che fa veramente fregar le mani di soddisfazione a Zingaretti e Di Maio è che grazie all’esito referendario occorrerà fare una nuova legge elettorale che tenga conto della riduzione dei parlamentari e quindi Conte e gli altri abusivi al governo resteranno saldamente attaccati alle poltrone fino al 2023, non prima cioè di aver designato un altro Presidente della Repubblica amico della sinistra. Un capo dello Stato pronto a remare il più possibile contro il popolo e la democrazia, né più né meno come l’attuale, che pur a fronte di una “maggioranza” sempre più virtuale e inconsistente si guarda bene dal restituire il mandato ai cittadini.

Sì, perché dietro la cortina fumogena delle dichiarazioni soddisfatte e dei sorrisetti appagati dei sinistri figuri che hanno riempito i Tg ed i Talk Show nei giorni scorsi vi è il dato reale della inarrestabile frana di consensi.

I 5 Stelle con i loro 500 mila voti in meno rispetto alle precedenti regionali si sono dissolti al vento, mentre se si raffrontano i voti del Pd nel 2015 con quelli del 2020 risulta che in Toscana il partito di Zingaretti perde 54 mila voti (da 615 mila a 561 mila), in Puglia passa da 317 mila a 289 mila e la lista Emiliano da 155 mila a 111 mila, in Campania scende da 444 mila a 398 mila.

Anche nelle regioni dove si è affermato il centrodestra il Pd perde voti. In Veneto i “compagni” lasciano per strada 63 mila voti (da 308 mila del 2015 agli attuali 245 mila), mentre in Liguria calano di soli 12 mila voti, probabilmente trasmigrati in parte nella lista Sansa. Le Marche passano al centrodestra con il Pd che passa da 186 mila voti a 156 mila (30 mila in meno).

Alla fine dei giochi il Partito democratico ha perso 200 mila voti e questo dopo aver raschiato il fondo del barile, come lascia intuire l’aumento dell’affluenza ai seggi in Toscana, dove la tradizionale capillare organizzazione ha fatto sì che si andassero a recuperare elettori porta a porta.

Al contrario nel centrodestra prosegue l’ascesa. Fratelli d’Italia quasi ovunque ha triplicato o quadruplicato i voti rispetto al 2015 e la Lega in Toscana ha guadagnato oltre centomila voti, 70 mila nella Marche, 133 mila in Campania, e 121 mila in Puglia, subendo un lieve calo in Liguria ma riuscendo a crescere di 19 mila voti in Veneto malgrado il plebiscito per la lista personale Zaia. Un successo che avrebbe potuto essere ancora maggiore se in Campania e Puglia non si fossero candidati personaggi ormai politicamente finiti come Caldoro e Fitto.

Certamente le aspettative per il centrodestra erano ben diverse, specialmente da quando i sondaggi davano la Toscana lì, lì per cadere. Tuttavia, è notevole che il Italia malgrado il regime instaurato dalla sinistra, che ha in mano media, magistratura, scuola, università, metà degli italiani ancora resista alle parole d’ordine ingannevoli più o meno mascherate della nomenklatura post ed ex comunista.

Ed è proprio da qui che la coalizione vincente deve partire, puntando su programmi semplici, chiari e alternativi a quelli della sinistra, ovvero riportando al centro la famiglia tradizionale, al posto delle sue varie caricature, il sostegno a chi fa ancora figli, la lotta all’oppressione fiscale e burocratica, la riforma dello Stato in senso federalista e sussidiario - e qui la Lega dovrebbe tornare a studiare Gianfranco Miglio -, il sostegno al lavoro e all’impresa.

Ma senza tralasciare una lenta e costante ricostruzione di una cultura identitaria, l’unica capace di fare da argine al totalitarismo del politicamente corretto e al lavaggio del cervello imposto dalla sinistra attraverso i suoi agenti di sovversione.

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