Delitto e castigo, dei non colpevoli: ergastolo anche a Stefano Binda.

Giovanni FLORIO
Delitto e castigo, dei non colpevoli: ergastolo anche a Stefano Binda.
Dopo la sorprendente adozione di Alfio per strapparlo alle grinfie della giustizia umanoide di stampo anglosassone, per qualche ora sono stato orgoglioso di questo dannato paese. Qui tutte le nefandezze sono possibili, ma tra gli scaffali polverosi della burocrazia, oltre gli omertosi corridoi del potere, all’insaputa di media attratti e distratti dalle perversioni della politica, sotto la secolare cancrena di perbenismo malvagio e inconcludente, battono ancora cuori di persone coraggiose. Ormai privati dei sofisticati strumenti che la scienza umanoide quasi sempre ci assicura, pare che i genitori di Alfio abbiano trascorso la notte soffiando la vita nella sua bocca. Intanto, nel Bel Paese dei balocchi farlocchi, qualcuno approntava il miracolo: il bimbo è italiano e quindi non può essere soppresso! Con questo pensiero ingenuo e meraviglioso in testa, ho atteso il verdetto della Corte d’Assise di Varese e così, l’amarezza è ancora più disgustosa, perché avevo sperato. Ma torniamo alla realtà: due miracoli in rapida successione sono impossibili. Che cosa è più intollerabile: un colpevole ancora in libertà o un innocente in catene? Per rispondere non occorre essere giuristi, dovrebbe bastare l’appartenenza al genere umano. Eppure, grazie al connubio innaturale e grottesco tra i pilastri della nostra società liquefatta, un sinistro filo rosso collega alcuni tra i casi giudiziari più clamorosi. Quando una ricostruzione di fatti delittuosi è abbastanza lineare da essere comprensibile a livello mediatico; quando non va a disturbare una qualche rilevante area di potere, ma riflette le meschinità di ceti sociali indistinti, dai quali è sempre lecito aspettarsi di tutto, allora il Sistema Giudiziario l’assume e valendosi di rigidi meccanismi burocratici, la sostiene fino a condanna definitiva. Una volta asfaltata, nessuno oserà più contraddire la verità processuale e tantomeno chiedere spiegazioni ai responsabili. Come in ogni sistema omertoso e solidale, cane non mangerà cane e una grossa pietra calerà sulla Giustizia d’ogni ordine e grado, nazionale e sovranazionale, per sempre. L’esempio più tragico, è l’incredibile storia di Rosa e Olindo, ma i casi di Bossetti, Sollecito, Stasi ed ora di Stefano Binda, sono ugualmente sconfortanti. Intendiamoci, qui non si vuole affermare l’innocenza di costoro: sarebbe avventato e inopportuno. Anzi per l’appunto, si riconosce che è dubbia, almeno quanto la loro colpevolezza. Quindi non sono condannabili, perché non colpevoli certamente. In altre parole: sono in-condannabili, cioè in-colpevoli. In questa situazione, l’apparato giudiziario dovrebbe mollare la presa, investendo energie e risorse nell’indagine senza tregua, sulle tracce del colpevole. Invece, ne investe anche di più per affossare il capro espiatorio di turno. Viene così violata la norma che consente di condannare solo quando la colpevolezza è accertata oltre “ogni ragionevole dubbio” (art. 533 Codice Procedura Penale). La discrezionalità che permette di negare la consistenza e addirittura la sussistenza del dubbio, è dovuta a una formulazione troppo vaga, che invece di allargare l’ambito di applicazione del dettato normativo, di fatto lo vanifica. Quando un cittadino qualunque viola una legge, è severamente perseguito. La frequente violazione dell’articolo 533 del Codice di Procedura Penale, che oltretutto rappresenta un principio di civiltà di rango costituzionale, resta invece del tutto impunita: perché? Quali giustificazioni per un’illegalità così scandalosa? A chi giova questo andazzo? Quali interessi premono così proditoriamente? Mancando la possibilità o il coraggio, di rispondere a livello istituzionale e politico, è naturale e persino legittimo immaginare oscure macchinazioni, anche a costo di suscitare sospetti, forse improbabili, forse no. Ad esempio, visto che razza di personaggi vi sarebbero coinvolti, sui casi di Erba e Perugia avrà forse pesato la necessità di non scatenare allarme sociale e reazioni politicamente scorrette o peggio ancora, di non scoperchiare calderoni maleodoranti: molto meglio ingannare una coppia di sprovveduti semi analfabeti o strapazzare due studentelli un po’ schizzati e col sedere nel burro. Si pensi a Stefano Binda, un uomo lasciato solo col suo intelletto. A distanza di trent’anni dall’assassinio di una compagna di liceo, questo signore di mezza età, famiglia rispettabile, colto e d’intelletto fine, benché oscillante tra una genuina vocazione mistica e un decadente esistenzialismo di riflusso, si ritrova in carcere con l’accusa d’averla massacrata con 29 coltellate. Per rendersi conto di che ragazza speciale fosse Lidia Macchi, è importante leggere con attenzione la sua Lettera a Mara, scritta poco tempo dopo aver conosciuto il fondatore di Comunione e Liberazione e poco prima d’essere uccisa: Carissima Mara, abbiamo appena appeso il telefono ed io mi sono con amarezza resa conto che in fondo ti ho raccontato solo le cose più banali della mia vita di adesso. A me sta capitando una cosa straordinaria e un po’ confusa ma veramente grande; è come se in me adesso ribollissero con chiarezza un sacco di domande e di desideri sulla vita. Il desiderio d’essere felice, d’essere libera, cioè di trattare con libertà, senza essere schiacciata od appesantita da tutte le circostanze della vita, il desiderio di amare con profondità le persone che mi sono care, gli amici; il desiderio di costruire anch’io un pezzetto di storia perché altrimenti la storia ce la fanno gli altri sulla nostra testa e noi viviamo la nostra vita completamente indifferenti a ciò che accade fuori dal nostro cantuccio, che per quanto comodo è pur sempre meschino e determinato da piccole stupidaggini ed angherie quotidiane. Ecco è come se la mia incoscienza, il fare sempre solo ciò che istintivamente mi salta in mente, mi avesse profondamente annoiato con la sua stupidità e superficialità. Mai come adesso la vita mi sembra profonda e grande e soprattutto misteriosa. È proprio un mistero grandissimo che io ci sia, esista, che sia un fragile puntolino su questo pianeta che ruota con leggi straordinariamente perfette intorno al sole, ed il sole non è che un microbo nell’immensità spaziale e temporale del cosmo. Ma cavoli, basta sollevare gli occhi al cielo di notte per intuire che la vita di tutto questo universo è un mistero grandioso e noi che siamo uomini e abbiamo e possiamo avere la coscienza di ciò, sprechiamo il nostro tempo afflitti da piccole banalità e da piccoli dolori, senza chiederci – perché ci fa troppa paura ascoltarci per un attimo, ascoltare quella voce che parla in noi, che grida che la vita non può non avere un senso – senza chiederci perché ci siamo, perché siamo fatti così uno diverso dall’altro, eppure al fondo, tutti con lo stesso desiderio. Dio mio, ma perché se queste domande e desideri ci sono noi ci rassegniamo, viviamo in fondo disperati cioè non attendendoci niente dal domani, chiudendoci in una gabbia che diventa la nostra tomba al limite concedendoci qualche ricordo nostalgico dei bei tempi? Ma quali tempi! È inutile piagnucolare, siamo noi che per primi abbiamo presuntuosamente rinunciato ad essere seri, a prendere in considerazione tutti i grandi desideri che si agitano in noi, perché ci fa comodo piagnucolare, stare nel nostro brodo, fare dei piccoli e miseri peccatucci per credere che se almeno non siamo santi, beh, un po’ cattivelli però lo siamo; invece i nostri peccati fanno ridere i polli, consistono al massimo nella sensualità, in trasgressioni che in realtà fanno tutti, sono alla portata di tutti, perché in fondo siamo solo dei mediocri. Magari si incontrasse qualche grande peccatore profondamente abbagliato dal male! E quand’anche io sappia tutto, come funziona l’universo intero, e come faccio a respirare, a camminare, a mangiare, chi si sogna per un attimo di ascoltarti quando ti chiedi chi sei, che cosa ci fai sulla faccia di questa terra? Di queste domande hanno tutti paura e nessuno ne parla… Ma perché oggi ci sei, domani muori, e buonanotte… Buonanotte un corno! Io ci sono, le domande ci sono e voglio sapere, fossi anche l’unica con questo desiderio, in questo mondo superficiale – perché vuole essere tale – urlerò fino a squarciagola, finché morirò, quello che io sento. Un mese fa mi è capitato, quasi per caso, di andare alla Cattolica con dei miei amici di Varese e di ascoltare uno che si chiama don Giussani, che faceva una lezione di teologia o morale, qualcosa del genere, perché questi esami lì sono obbligatori, e al posto di parlare dei santi e tutto il resto, parlava proprio di queste domande, con un entusiasmo ed una forza che mi hanno molto colpito e spiegava tutti i procedimenti tecnici e pratici che gli uomini escogitano per non starle ad ascoltare, per fare come se non ci fossero o non fossero importanti. Mi sembrava che parlasse proprio di me e ritrovavo tutti i nostri comportamenti abituali spiegati così chiaramente. Io ero andata lì quasi per caso perché queste persone di Varese e altre di Milano che lo conoscono, mi avevano invitato ed io sono andata lì pensando di ascoltare le solite cose, e invece no. È strano perché più delle sue parole, mi ha colpito lui, il suo sguardo profondo e attento, qualcosa di inafferrabile, un uomo libero, aperto, non arrabbiato o irato con la vita. Non so dirti niente di più preciso ma è come se custodisse un segreto, una forza non sua. Io sento che devo parlargli, che lui non ha calpestato le domande che si agitano dentro di me, avrei molte cose da chiedergli, in un modo o nell’altro devo incontrarlo ancora. Adesso non mi sembra più di essere sola alla ricerca disperata di qualcosa di cui tutti se ne fregano; è come se qualcuno, facendomi sobbalzare, perché è arrivato inaspettatamente, mi avesse detto: “Ehi, sono qui, non urlare e non disperarti, perché seguendo questa strada usciremo dalla foresta”. E io voglio uscire dalla foresta, perché la vita è mare, cielo, monti e pianure, case, alberi, volti umani, stelle, sole e vento e noi siamo fatti per questo Infinito che c’è; basta solo guardarsi in giro e per questo seguire questo “Qualcuno” che mi è venuto incontro nel groviglio della foresta e che mi dice: “Guarda lassù tra le foglie, vedi, c’è un pezzettino di cielo blu, blu, usciamo a vederlo”. Apparentemente, il delitto è maturato nell’ambiente studentesco lombardo, all’epoca intriso di messianismo rivoluzionario, solo in parte sublimato dal prodigio pastorale di Don Giussani. Gran parte dei testi e dei personaggi più o meno coinvolti nella vicenda, partecipano al suo movimento fin dalle origini. Molti di loro sono ancora Memores Domini, associazione che ai suoi affiliati (tra cui notoriamente Roberto Formigoni) impone i voti di povertà, castità ed obbedienza, non si sa bene a chi. Alcuni sacerdoti del movimento e seminaristi di Venegono, sono stati a suo tempo sfiorati dall’inchiesta, al punto che Don Giussani in persona ha chiamato i migliori legali a gestire le crescenti complicazioni giudiziarie. Incredibile, ma vero, nel 2000 i reperti organici dell’assassino sui poveri resti di Lidia Macchi, sono stati distrutti dal Tribunale di Varese, cancellando per sempre la possibilità di efficaci confronti genetici. È successo che lamentando l’ingombro dell’archivio, la Cancelleria del Tribunale di Varese ha avviato una procedura scorretta, perché il corposo elenco di oggetti da eliminare fornito al giudice deputato, era privo dei necessari riferimenti. Tant’è che il dottor Ottavio D’Agostino rimpiange pubblicamente d’aver decretato la distruzione di vetrini e reperti vari, senza sapere a che cosa si riferissero. Si tratta dunque di un processo meramente indiziario, basato sullo scandaglio a posteriori dei meandri psicologici di un poeta liceale, forse autore di quei cupi versi oltre a una serie di frammenti, appunti, altri versi e note, sequestrati in camera sua dal momento dell’arresto trent’anni dopo. Tutta roba che un colpevole poco dotato di buon senso, avrebbe già da tempo bruciato nel wc. Imperterrito, Stefano Binda resiste dialetticamente ad ogni insinuazione. Nonostante i 30 anni trascorsi, l’alibi della vacanza a Pragelato è difficilmente smontabile, anche perché già allora era stato fatto valere. Inoltre, è confermato da almeno due testimoni attendibili, tra cui un serio professionista di Luino che nel frattempo, è stato denunciato dalla Procura Generale per falsa testimonianza. Infine, anche riuscendo ad attribuirgli tutti quegli scritti adolescenziali, la suggestiva equazione “autore = assassino” non sembra andare oltre i protocolli di una fiacca psicanalisi d’appendice. Ma soprattutto, manca un movente significativo e circostanziato. In proposito, si brancola nel buio e non si riescono ad interpretare dettagli che gli investigatori non hanno ancora voluto o potuto chiarire. La tesi accusatoria di un Dottor Jekyll e Mister Hyde in carne ed ossa, suona strana e fantasiosa, proprio come il romanzetto di Stevenson (Lo strano caso di Dr. Jakyll e Mr. Hyde – 1886). La panda di Lidia Macchi è stata trovata in pieno inverno con i fari ancora accesi, vicino al corpo coperto da cartoni e completamente rivestito, ma con i collant a rovescio. Sull’auto scarse tracce ematiche, ben localizzate solo sulla portiera del passeggero, tutto intorno, niente. Se la ragazza ha vissuto un rapporto sessuale consenziente, come si spiega la concomitante disponibilità dell’arma del delitto: premeditazione? Se invece la vittima fosse stata obbligata ad appartarsi in auto sotto la minaccia di quell’arma, è mai possibile che abbia tentato la fuga solo dopo l’esaurirsi dell’abuso e con l’inizio dell’aggressione in auto? Da tali incertezze, potrebbe dedursi addirittura che il ritrovamento sia avvenuto in un luogo ben diverso da quello del delitto, come già ricostruito da una delle due contrastanti perizie agli atti. Nella Lettera a Mara, emerge chiaramente un desiderio prorompente di cambiamento. Un intenso slancio ascetico potrebbe averla spinta a rimuovere situazioni ormai incompatibili, senza però valutare con cautela i rischi di un passaggio così delicato. Senza contare che il carattere e lo stile della ragazza, proprio non sembrano compatibili con le circostanze squallide e sbrigative, in cui avrebbe deciso di offrire la sua virtù. Tra altre cose diversamente rilevanti, nella borsetta della vittima ritrovata sotto il suo corpo, è stato trovato un foglietto autografo che allude a un amore appassionato e tormentato, forse impossibile: irresistibile fascino di un uomo sposato e magari con figli? Avvolgente carisma di un religioso predestinato? Oppure caparbia missione redentiva verso un problematico tossico dipendente, per di più “narcisista trasgressivo, antisociale, anaffettivo, un po’ misogino e tendenzialmente omosessuale, patologicamente incline alla menzogna e alla manipolazione, border line capace d’imprevedibili scatti di violenza brutale”, come sostiene l’accusa? In effetti, un padre marito infedele o un religioso emergente ipocrita, avrebbero avuto qualche motivo di smarrimento in una situazione peccaminosa e così compromettente. Ed una mente compromessa da droghe pesanti, avrebbe potuto senz’altro esplodere in un raptus allucinogeno e violento. Eppure, Stefano Binda non è mai stato un drogato perso. Il suo approccio lucido e volontario alla droga è stato fin dall’inizio più intellettuale che fisico: vaga suggestione d’ampliamento della coscienza alla Ginsberg, oppure ansia d’esplorazione sensoriale di dannunziana memoria. Sta di fatto che Stefano Binda si è sempre ben guardato dal precipitare negli abissi della tossico dipendenza e dal rischio di compromettere quello che considera il bene più prezioso e vivace: il proprio intelletto. La sua imperturbabile e lucida difesa in aula sotto l’incalzare tagliente del Pubblico Ministero, non sembra affatto compatibile con il profilo di un soggetto instabile, emotivamente alterato, capace di scatti improvvisi e incontrollabili. In queste condizioni processuali, non stupisce che la Pubblica Accusa sia prostrata dalla frustrazione, al punto da abbandonarsi spesso a una stizzita protervia. Tra le numerose insinuazioni presentate dall’accusa come indizi gravi, precisi e concordanti – a suo dire, tutti da assumere unitariamente e complessivamente - stride quella appena accennata, dell’atteggiamento tenuto nella vicenda da Comunione e Liberazione: non sarebbe stato collaborativo, per non dire omertoso e protettivo nei confronti dell’imputato, fino al depistaggio. Tuttavia, se qualche slancio si è manifestato in questo senso – ovviamente in totale buona fede -, avrebbe prodotto i suoi effetti nell’immediatezza del delitto e comunque, non oltre la distruzione nel 2000 di tutti i reperti decisivi per l’identificazione del vero colpevole. Dal suo arresto nel gennaio 2016, che cosa in concreto avrebbe potuto fare chiunque avesse inteso aiutare o sprofondare l’imputato, se non limitarsi a confondere un quadro indiziario, già di per sé assai contorto? Verso la fine della sua faticosa arringa, alle 16,30 in punto, l’accusa è visibilmente provata e nello stupore generale, sbotta: “...l’imputato è colpevole, perché non può essere diversamente!”. Concetto difficilmente qualificabile nell’ambito di un ordinamento giuridico civilizzato. Le udienze si trascinano verso il termine di carcerazione preventiva. Vista l’inconsistenza delle prove a carico, si presume che l’imputato venga liberato e che prima o poi, possa dedicarsi a una legittima richiesta di risarcimento. L’articolo 533 del Codice di Procedura Penale sarà in qualche modo onorato, se pur provvisoriamente e solo indirettamente. Stefano Binda non è uno zotico qualunque, impacciato o emotivamente fragile e privo d’amor proprio, ma neppure una difesa così lucida e dignitosa è valsa a moderare l’isteria accusatoria: “...l’imputato è colpevole, perché non può essere diversamente!” e quindi, vada pure all’ergastolo. Se questo atteggiamento è a mala pena comprensibile con riferimento alla pubblica accusa, sembra francamente inaccettabile per i parenti della vittima: al di là dei quattro soldi risarciti, che consolazione possono mai trarre da una simile sentenza? Ora, il non colpevole e suoi famigliari devono resistere, sapendo che tanti altri concittadini obbligati a rispettare la Legge “uguale per tutti”, resisteranno insieme a loro e pretenderanno con ogni mezzo democratico ancora disponibile, che le leggi siano davvero rispettate, ma proprio tutte, compreso l’articolo 533 del codice di procedura penale: “Il giudice pronuncia sentenza di condanna se l’imputato risulta colpevole del reato contestatogli al di là di ogni ragionevole dubbio.”. E questa tragedia, non solo è costellata di ragionevoli dubbi, ma addirittura, non mostra alcuna degna certezza.

LIBERA LA BESTIA CHE C'È IN TE!

Contribuisci anche tu alla sezione LIVE NEWS, inviandoci un video, una foto o un articolo!

partecipa inviandoci i tuoi:

Zucchero in piazza S.Marco a Venezia il 3 e 4 luglio
Due date del tour europeo 'The Best Live'

Zucchero in piazza S.Marco a Venezia il 3 e 4 luglio

Zucchero in piazza S.Marco a Venezia il 3 e 4 luglio
Due date del tour europeo 'The Best Live'

Zucchero in piazza S.Marco a Venezia il 3 e 4 luglio

La Croazia blinda le frontiere: è boom di clandestini dalla Bosnia
l'altra rotta dell'invasione, quella meno conosciuta

La Croazia blinda le frontiere: è boom di clandestini dalla Bosnia

La Lega chiama gli elettori ai gazebo
programma comune carroccio-m5s, che ne pensate?

La Lega chiama gli elettori ai gazebo

Commenti

Scrivi qua il tuo commento

Caratteri rimanenti: 1500


MC S.R.L.
sede legale: via angelo maj, 24 - 24121 Bergamo
C.f./P.IVA: 04061980167 - R.E.A.: BG-431792
Email: INFO@ILPOPULISTA.IT

direttore: alessandro morelli
condirettore: matteo salvini

ILPOPULISTA.IT È UNA TESTATA TELEMATICA REGISTRATA PRESSO IL TRIBUNALE DI MILANO, N. 121 DEL 27/04/2015

per i tuoi annunci: PUBBLICITA@MC-SRL.EU