La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo

Aiutiamoli a casa loro. Facile a dirsi…

A dire che la “carità uccide” è un’africana: Dambisa Moyo, dottorato in economia a Oxford, un master ad Harvard, una consulenza alla Banca mondiale come economista, diventata popolare in tutto il mondo con un libro edito in Italia nel 2011: “La carità che uccide”, appunto. Vi critica duramente molte delle Ong attive nella raccolta di aiuti in quanto sarebbero interessate a perpetuare la povertà per giustificare la loro esistenza. Da rileggere

Pietro Licciardi
Aiutiamoli a casa loro. Facile a dirsi…

La copertina del libro di Dambisa Moyo "La carità che uccide. Come gli aiuti dell'Occidente stanno devastando il Terzo mondo"

Per cercare di arginare in qualche modo la massiccia immigrazione proveniente dall’Africa e, in genere, da quello che una volta era definito il Terzo Mondo, una soluzione si ritiene possa essere quella di “aiutarli a casa loro”. Ovvero creare le condizioni, attraverso programmi di aiuti finanziari e materiali, affinché nei diversi Paesi di partenza possa avviarsi uno sviluppo economico tale da scoraggiare le masse in cerca di miglior fortuna dal mettersi in viaggio. Un piano, questo, che se poté funzionare per l’Europa devastata dalla seconda Guerra mondiale difficilmente riuscirebbe a replicarsi in certi paesi asiatici e soprattutto in Africa. Il motivo? Qualcuno storcerà sicuramente il naso ma è presto detto: noi occidentali, grazie alla nostra storia, siamo molto più civili e avanti nel comprendere qual è il bene comune di una nazione e di un popolo.

Il famoso Piano Marshall, concepito per risollevare le economie dei Paesi europei usciti devastati da un conflitto che aveva raso al suolo città, fabbriche e infrastrutture, stanziò poco più di 14 miliardi di dollari per un periodo di quattro anni (1948-52). Questo fu sufficiente per dare la spinta necessaria non solo alla ripresa ma per iniziare una epoca di generalizzato benessere. In Africa a partire dagli anni delle prime dichiarazioni d’indipendenza sono andati in circa cinquant’anni aiuti finanziari per oltre mille miliardi di dollari ma questo fiume di denaro non è servito a lanciare il continente sulla strada dello sviluppo.

Purtroppo la strada degli aiuti non sarebbe con ogni probabilità fallimentare solo nel caso del Continente nero. Anche in Afghanistan la comunità internazionale ha destinato un cospicuo flusso di soldi, 61,1 miliardi di dollari tra il 2001 e il 2014, secondo la Development Initiatives, organizzazione britannica i cui studi sull'assistenza umanitaria globale sono finanziati da diversi governi occidentali, ma anche qui il rapporto dello United Nations Development Programme nel 2015 collocava l'Afghanistan al 171esimo posto su 188 nella scala dello sviluppo mondiale.

Due esempi in due diverse aree del pianeta ma con storie simili, che purtroppo spiegano come mai pensare di “aiutare a casa loro” le centinaia di migliaia – o milioni? - di persone che premono sui confini europei sarebbe velleitario.

In Africa, come in Afghanistan e altrove nel mondo, sono al potere élite politiche corrotte che dirottano gran parte dei flussi di denaro su propri conti personali o fanno volentieri affari sottobanco con le stesse imprese che con i soldi pubblici dovrebbero dotare i rispettivi paesi delle infrastrutture necessarie allo sviluppo. Una corruzione generalizzata che sottrae senza limiti e ritegno risorse alla collettività e che si appoggia a società che si reggono sul più ottuso tribalismo. Etnie e tribù in perenne rivalità, sgomitano per arrivare a muovere i fili dell’economia e della politica per mettere le mani sulle materie prime, viste come una specie di bottino da spartire innanzitutto con i componenti del proprio clan, almeno fino a quando gli esclusi non riescono ad organizzarsi per dare inizio ad una guerra civile o un colpo di stato, magari dopo essersi assicurati un qualche appoggio esterno, col quale sedersi a loro volta al banchetto.

A dire che la carità uccide peraltro è un’africana: Dambisa Moyo, dottorato in economia a Oxford, un master ad Harvard, una consulenza alla Banca mondiale come economista, un'altra esperienza nel settore investimenti nella prestigiosa banca d'affari Goldman Sachs. Fino al ruolo di economista per il governo dello Zambia, paese di cui è originaria. La Moyo è diventata popolare in tutto il mondo con un libro edito in Italia da Rizzoli: La carità che uccide, appunto, in cui critica duramente anche molte delle Ong attive nella raccolta di aiuti in quanto sarebbero interessate a perpetuare la povertà per giustificare la loro esistenza.

Sempre secondo l’economista errore fondamentale è stato proprio l’aver affidato la gestione dei crediti interazionali a governi non all’altezza, che hanno dilapidato patrimoni immensi e continuano a farlo mentre parte degli aiuti, oltre ad accrescere i beni e i capitali privati dei leader e delle loro clientele, vengono usati per armare e remunerare lautamente forze dell’ordine, servizi segreti e guardie presidenziali così da mantenersi al potere facendo a meno del consenso popolare. Peggio ancora la cooperazione internazionale contribuisce alla sopravvivenza di questi regimi attenuando le tensioni sociali generate dalle condizioni di vita delle popolazioni rurali e urbane con aiuti che mitigano gli effetti dolorosi delle crisi economiche e ambientali causate spesso proprio dalla mancanza delle necessarie infrastrutture che quegli stessi governo non hanno voluto o saputo costruire.

Per quanto riguarda l’Africa poi anche le rimesse degli emigranti vanno sprecate dal momento che quasi tutto il denaro è speso in beni di consumo e tutt’al più in attività nel settore informale, non in imprese economiche tali da creare sviluppo.

Dambisa Moyo non è una voce isolata. Anche June Arunga, un keniano che lavora all’Inter Region Economic Network, fondazione che sostiene l'economia del libero mercato per lo sviluppo dell'Africa, punta il dito contro i governi corrotti. "Gli aiuti internazionali sono un ostacolo per la democrazia in Africa", dice, "Perché se il mio governo non ha bisogno dei miei soldi, perché ne riceve già a sufficienza da voi, io non posso pretendere niente dal mio governo, divento un suddito". Arunga è fortemente critico anche con la versione politicamente corretta che circola in Occidente dell’Africa: “Non è vero che l’Africa è vittima dell’Occidente. Noi siamo responsabili dei governi che abbiamo. Ma noi stessi dobbiamo essere la soluzione al nostro problema, non possiamo aspettare che arrivi da altri”.

Se non è opportuno “aiutarli a casa loro” allora che fare?

Forse sarebbe ora farla finita con i sensi di colpa e con un certo retropensiero razzista, secondo il quale il Terzo mondo non è capace di trovare da sé la via di un vero sviluppo senza la tutela e la carità dell’Occidente. Prima o poi dovrà arrivare il momento in cui i governi occidentali anziché aiuti a pioggia avvieranno partnership senza sconti e una politica estera capace di mettere ciascun governo davanti alle proprie responsabilità.

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