Invasione programmata e balle europee.

Giovanni dAustria
Invasione programmata e balle europee.
Sono partito dall'aeroporto di Milano diretto a Dakar. Arrivo a Dakar verso mezzanotte. Caldo afoso, quasi 32 gradi. La stagione delle piogge è da poco terminata lasciando i soliti danni visibili alle infrastrutture, se di infrastrutture si può parlare. Dakar è la mia base operativa. Dalla capitale, con l'uso di una guida, un autista e n fuoristrada, inizio il mio viaggio esplorativo. Prima di tutto raccolgo informazioni nella zona attorno all'Ambasciata italiana. Ci sono diversi senegalesi che aspettano un visto. Mi sposto a Ouakam, proprio sulla punta della penisola ove si sviluppa la capitale. Incontro altri giovani che non vogliono restare in Senégal. Dicono che hanno poco lavoro, che non c'è serietà né correttezza nell'amministrazione pubblica. Si può trovare un posto di lavoro soltanto se sei parente di qualche politico o di qualche dirigente. Infatti, in tutti gli uffici pubblici, ci sono lavoratori che sono parenti stretti l'uno con l'altro. Famiglie intere che lavorano, diciamo così, attorno alla stessa scrivania. Chi dorme, chi legge, chi batte qualche tasto alla tastiera, chi esce a fare le compere. Ecco, questo è il sistema. Ci muoviamo verso nord, voglio andare a Saint Louis ma, appena ingraniamo la marcia un solerte poliziotto ci ferma. Eh no, non va bene, avete fatto un'inversione imprudente. Il traffico è caotico. Ci fa accostare. Chiede i documenti dell'autista. Prende la sua patente e se ne va. Lo vedo nello specchietto retrovisore. Si ferma a circa cento metri dalla vettura e mette la patente in tasca. La guida mi dice di non preoccuparmi, e mi chiede qualche franc sefà, così chiamano il denaro, il Franco CFA, moneta corrente. Gli porgo il denaro e lo seguo. Il poliziotto finge di non voler sentire ragione, minaccia contravvenzioni e ritiro patente. Dopo una decina di minuti la guida sfila la patente al poliziotto che non reagisce. Apre il documento e infila i soldi. Poi, riconsegna tutto al vigile solerte che si volta, prende il denaro, restituisce la patente e senza dire parola se ne va. Funziona così. Si chiama Africa. Procediamo verso nord e lungo il viaggio mi fermo in diversi villaggi ove trovo solo donne, bambini e anziani. Gli uomini, i giovani, sono all'estero o in cerca di lavoro. Il Governo non aiuta. Gli aiuti europei e internazionali quasi sempre finiscono nelle tasche dei capi. A vari livelli. E i lavori finanziati, ad esempio gli acquedotti, non vengono mai finiti. Ecco perché non c'è l'acqua. Devono fare chilometri a piedi per prenderne un po'. Ogni giorno. I ragazzi sanno che in Europa si trova ciò che si vuole. Soprattutto in Italia. Mi parlano dell'Italia come la meta ambita. Penso siano i senegalesi a vederla così. No. Anche in Mauritania, che raggiungiamo nei giorni seguenti, si parla di Italia. C'est facile! Basta raccogliere tre o quattromila euro tra parenti e amici e il gioco è fatto. Non vale la pena restare ad attendere un lavoro che non arriverà mai. I governanti lo sanno bene. Sanno che potranno partire tranquilli perché in Italia è tutto pagato. Per chi ci arriva direi io. Da Saint Louis a Nouackchott si passa senza controlli. C'è un camion pieno di prossimi “profughi”. Ah già, qui la guerra non c'è. No, nemmeno una bomba! Ci sono invece molti organizzatori di viaggi verso l'Europa. Si può passare dall'Algeria, dal Mali o dal Niger. Il deserto è splendido. Le piste sono trafficate. Gran via vai di gente. Dal satellite penso si veda molto bene. Il problema più grosso è la Libia, soprattutto adesso che è incandescente. Però... se Allah vuole, dimenticavo di dire che sono tutti musulmani, se Allah vuole, non sarà un viaggio impossibile. Il deserto è caldissimo. Il termometro del fuoristrada passa dai 48 ai 52 gradi. Un forno. Incontro diversi avventurieri. Di lavorare a casa loro, non ne vogliono sapere. Non conviene. Meglio andarsene. “Da voi c'è tutto. Telefono. Soldi. Bello. Tutto bello”. Molti spiaccicano qualche parola in italiano. Ah, dimenticavo, ci sono anche alcuni europei che fanno da riferimento. Portano informazioni su come muoversi. L'organizzazione è ben funzionante. Resta l'ostacolo Mediterraneo, ma non sono molto informati su questo aspetto, anzi, ne sanno poco o nulla. Pensano sia facile. Sanno di certo che, appena in mare, saranno raccolti dalle navi italiane. Basta tenere il timone diritto. Non si parla nemmeno di navi francesi o spagnole o di qualche altro paese. Chissà... Bene. Ho visto abbastanza, e con i miei occhi. Non serve andare oltre, sarebbe inutilmente pericoloso. La situazione è chiara: la voce che in Italia si può fare di tutto è uno slogan diffusissimo. Serve aggiungere altro? No. Ho trascritto abbastanza. E mi sono limitato a toccare due soli Stati: Senégal e Mauritania. Ma, dicono, è uguale ovunque. Non sono profughi ma clandestini. Lo sanno loro, lo so io, lo sappiamo tutti. Lo dicono loro, lo dico io non lo dicono i politici che ci governano. Qui c'è l'inghippo. C'è qualcosa che non torna. Così come io ho potuto vedere con i miei occhi e “scoprire” l'acqua calda, può farlo chiunque e senza grossi rischi. Basta una settimana e qualche conoscenza. Eppure il flusso non si arresterà fino a quando la voce che circola in Africa sarà che in Italia si fa quello che si vuole. Colpa di questi giovanottoni scuri? No! Colpa di chi permette l'invasione. Di chi vuole l'invasione. Perché ora è chiaro che questa è un'invasione programmata e non un'emergenza. E si potrebbe mettere fine anche a questa follia, se solo lo volessero coloro che stanno nei posti di comando. Evidentemente, non conviene. Di carne da macello ne ho vista tanta. Chissà se alcuni di quelli che ho lasciato verso Ménaka raggiungeranno l'Italia vivi. Io rientro, l'aereo è prenotato. Loro proseguono. Li vedrò in televisione quando parleranno di qualche centro di accoglienza. Già, torno in Italia. Con molta fatica però.

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