La quarta ricandidatura di Merkel e la sfida lanciata al populismo euroamericano

Mariano Picarella
La quarta ricandidatura di Merkel e la sfida lanciata al populismo euroamericano
La tentazione di continuare a guidare la Germania e di non lasciare spianata la strada all’agguerrito movimento populista tedesco probabilmente era troppo forte, ed ecco quindi che Angela Merkel, «la donna più potente al mondo» secondo la rivista statunitense Forbes, ha puntualmente annunciato, nei giorni scorsi, la sua quarta discesa in campo consecutiva. A ben vedere, però, più che di “discesa in campo” di berlusconiana memoria, sarebbe più corretto parlare di continuazione di una lunga partita iniziata nel lontano settembre 2005, quando la Presidente della CDU (Unione Cristiano-Democratica) si impose sul candidato socialdemocratico Gerhard Schröder con un lieve margine. Oltre la metà del popolo tedesco, il 55% stando ad un sondaggio della Bild, continuerebbe a votare per lei nelle prossime elezioni federali (previste in autunno 2017), il che dimostra come la Germania merkeliana sia particolarmente potente, ricca e autorevole, soprattutto con riferimento alla capacità di influenzare le decisioni che vengono prese nell’ambito dell’Unione europea e della BCE. Se la Merkel rappresenta una manna per quel 55% che è pronto a scommettere nuovamente su di lei, lo stesso non si può dire per il rimanente 45% circa dei tedeschi e per tutti quelli che vedono nell’attuale Cancelliere un ostacolo quasi insormontabile per l’affermazione dei partiti populisti, nello specifico Alternative für Deutschland (AfD) di Frauke Petry, che nelle recenti consultazioni regionali ha ottenuto ottimi risultati in molti Länder: Sassonia-Anhalt, Meclemburgo-Pomerania Anteriore, Baden-Württemberg, Renania-Palatinato. Angela Merkel, d’altronde, non ha fatto mistero di ricandidarsi per bloccare, almeno in Germania, l’avanzata del populismo, che intanto sta incassando notevoli successi un po’ in tutti gli altri Paesi europei, senza dimenticare ovviamente quello in salsa americana targato Donald Trump. Aspettando anche di capire quali saranno i progetti ed i propositi di Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo in scadenza di mandato ed intenzionato ora a dedicarsi alla politica teutonica, l’avversario di turno non è il classico SPD, con il quale sembra esserci all’orizzonte una sorta di compromesso, equivalente nell’assegnazione della Presidenza della Repubblica al socialdemocratico Steinmeier, bensì l’avversario da sconfiggere a tutti i costi è AfD, il quale punta a conquistare il maggior numero possibile di seggi al Bundestag. Le affermazioni di Merkel in tal senso non lasciano dubbi: «Combatterò per i nostri valori di democrazia e libertà, così come per la difesa del nostro stile di vita. […] Sarà l’elezione più difficile dalla riunificazione, perché il nemico è a destra, si chiama Alternative für Deutschland, e la popolazione tedesca è più polarizzata che in passato». La sfida è stata ufficialmente lanciata, in ottica nazionale al partito di Petry e complessivamente a tutto l’universo populista ed euroscettico, dall’Austria all’Italia, dalla Francia ai Paesi Bassi, e le stoccate provenienti da Berlino si fanno sentire anche oltreoceano, negli USA di Trump, che pazientemente attende il 20 gennaio per potersi insediare alla Casa Bianca e cominciare finalmente il suo ambizioso programma politico. Mancando ancora quasi un anno all’importante appuntamento elettorale tedesco è ovviamente prematuro fare previsioni e calcoli, ma si capisce comunque che la Germania rappresenta forse l’unico baluardo contro le cosiddette forze antisistema. Il rischio dell’isolamento, nel medio e lungo periodo, non è però da scartare, soprattutto se parallelamente si dovessero registrare potenti affermazioni dei partiti populisti di destra negli altri Stati europei chiamati alle urne nei prossimi mesi e anni. In uno scenario del genere, ipotetico ma assolutamente realistico, anche il gigante tedesco sarà alla fine costretto a pagare dazio in quanto subirebbe inevitabilmente un forte ridimensionamento per quanto riguarda le sue mire egemoniche. Se le vittorie future dei populisti rappresenterebbero delle scosse per le istituzioni europee, un ridimensionamento della Germania potrebbe far saltare il banco, causando la caduta definitiva del precario impianto comunitario.

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