La formazione professionale in Italia

Offresi impiego, anche in tempo di crisi

Grazie ai “mestieri” 1.415 mila persone avrebbero potuto trovare lavoro nel 2018 nonostante il Pil a zero virgola. Ma a causa della carente formazione professionale le aziende faticano ad assumere mentre l’occupazione resta precaria. Lo documenta l’ultimo rapporto Iref, presentato il 22 ottobre a Roma

Pietro Licciardi
Offresi impiego, anche in tempo di crisi

Nonostante i proclami del Governo le aziende in Italia faticano ad assumere mentre l’occupazione resta precaria

In Italia lo scorso anno il 26% delle aziende ha avuto difficoltà a reperire personale con un profilo professionale adeguato alla richiesta. Ben un milione 415mila lavoratori avrebbe potuto trovare una occupazione se fossero stati in possesso di una adeguata formazione professionale, la quale oltretutto, ove presente, assicura un tasso di occupazione che va da oltre il 30% al 50% nelle regioni del Nord. I dati sono contenuti in una indagine che l’Istituto di ricerche educative e formative (Iref), in collaborazione con Unioncamere, ha presentato martedì scorso a Roma per promuovere “Opera”, l’osservatorio dei mestieri promosso da Enaip, l’ente di formazione professionale delle Acli, il cui scopo sarà quello di monitorare l’incontro tra domanda e offerta nei cosiddetti “mestieri”. Ci riferiamo alle professioni tecniche, esecutive e manuali ritenute lavori di “serie B” e, quindi, spesso non prese in considerazione dai percorsi scolastici tradizionali.

Eppure, secondo la ricerca dell’Iref, questi “mestieri” rappresentano un bacino d’impiego ragguardevole, stimabile in oltre 4 milioni 327 mila posizioni lavorative nel 2018, ovvero il 29,9% del totale. Tra gli impeghi più richiesti gli operatori della ristorazione (382.657 rapporti di lavoro), dell’edilizia (787.132 rapporti di lavoro) e dei sistemi logistici (53.506 rapporti di lavoro). Tutte tipologie professionali nelle quali si concentra il 36,8% delle posizioni lavorative attivate in Italia negli ultimi tre mesi del 2018.

Pur se fatti ricadere in una fascia medio-bassa della “gerarchia” sociale, i tipi di occupazione sopra citati possano dare luogo a carriere gratificanti. Per fare solo alcuni esempi basti pensare agli chef o ai maître che possono trovare impiego in locali o alberghi esclusivi. Si tratta di professioni che pur rappresentando una fetta importante dell’occupazione complessiva nel nostro Paese e risultando in crescita anche in anni di crisi e Pil vicino allo zero, risultano molto sottovalutate, come dimostra fra l'altro il loro alto tasso di precarietà. Come risulta sempre dall’indagine Iref, nel 78,5% dei casi i rapporti di lavoro sono a termine e se si somma il lavoro intermittente (7,1%) i rapporti di lavoro caratterizzati dalla instabilità superano l’85%. D’altro canto il 69,2% dei mestieri esaminati è a tempo pieno, a fronte del 53,1% nel resto delle altre posizioni lavorative, il che rende evidente che le persone impiegate in questo tipo di lavori hanno ben poco tempo per svolgere altre attività con cui integrare il proprio reddito o curare la propria formazione.

Proprio qui, secondo l’Enaip e Unioncamere entra in gioco la formazione professionale, svolta da numerosi istituti professionali regionali e pubblici non statali, che potrebbe dare un notevole contributo alla valorizzazione del capitale umano impiegato in queste professioni.

Tra gli assunti alla fine del 2018 il 62% dei lavoratori chiamati a svolgere i mestieri presi in considerazione aveva conseguito al massimo la licenza media. Per lo più si tratta di adulti che avrebbero bisogno di un piano di riqualificazione professionale, anche in considerazione del fatto che, sempre secondo l’indagine, la probabilità di non perdere il lavoro nell’arco di dodici mesi aumenta in modo significativo per chi è in possesso di un titolo professionale biennale o triennale.

Tra l’altro la riqualificazione è misura prevista anche dalla legge che ha istituito il reddito di cittadinanza, almeno per quella fascia di beneficiari che risultano occupabili, ma che i Cinque Stelle sia nel precedente che nell’attuale governo sembrano aver voluto lasciare sulla carta.

In poche parole la formazione professionale, se fatta uscire dalle secche organizzative e finanziarie in cui attualmente si trova, potrebbe essere una leva importante per far compiere un salto di qualità a molte persone che svolgono lavori che rientrano tra quelli contemplati dai percorsi formativi professionali ma che adesso sono costretti ad un continuo viavai fra impieghi di breve durata, poco remunerativi e gratificanti.

Soprattutto, secondo Unioncamere, dare una formazione professionale ai numerosi giovani che oggi, terminata la scuola media non hanno voglia o possibilità di proseguire nella formazione scolastica “classica”, servirebbe a preparare il necessario ricambio lavorativo in molti di quei settori produttivi e del terziario che pur in un quadro generale di stagnazione avranno comunque la necessità di rimpiazzare i lavoratori che andranno in pensione.

Valorizzare quel capitale umano sarebbe un contributo a sostenere le aziende e a mantenere in vita un Pese in cui il manifatturiero è ancora al terzo posto in Europa. Soprattutto con un governo che sembra incapace di tutelare e far sopravvivere il Made in Italy di fronte agli assalti della Cina degli Stati Uniti e della Germania.

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