Intervista all'opinionista e docente di psichiatria

Terrorismo, Meluzzi: "I media utilizzano la psichiatria per minimizzare e depistare"

"Ipnotizzati dal politicamente corretto, siamo incapaci di chiamare le cose col loro nome. Questo ci rende fragili e impreparati a questa guerra. Ogni giorno arrivano migliaia di islamici. Rischiamo di soccombere"

Marco Dozio
Terrorismo, Meluzzi: "I media utilizzano la psichiatria per minimizzare e depistare"

Foto da alessandromeluzzi.com

I terroristi islamici erano terroristici islamici anche per i grandi media, un tempo. Poi il politicamente corretto li ha derubricati a terroristi generici, omettendo la matrice religiosa e ideologica. Quindi un altro salto carpiato: non son più nemmeno terroristi ma persone disturbate, instabili, depresse, magari perché divorziate, bullizzate, residenti in periferia, con un lavoro precario o abbandonate dalla fidanzata. Qualsiasi giustificazione pur bizzarra è ben accetta, a patto di scansare la parola Islam.

Alessandro Meluzzi, psichiatra, cosa sta succedendo ai media?
Il meccanismo mediatico tende a utilizzare le categorie della psichiatria per minimizzare, per depistare rispetto alla realtà delle cose. C’è un utilizzo assolutamente improprio della psichiatria. E lo dice uno che fa lo psichiatra da 35 anni.

Eppure quella psichiatrica pare diventata l’unica chiave di lettura.
Non si può pensare di buttare in depressione, in psicosi, in disturbo della personalità un confronto tragico come quello che abbiamo di fronte, che ha certamente degli aspetti di follia ma in senso simbolico e metaforico. Certamente è difficile che ci possa essere un reclutamento al terrorismo se coloro che vengono reclutati al terrorismo non avessero delle falle nella struttura di personalità. Ma questo è valso nelle rivoluzioni e nelle guerre di tutte le epoche.

Se l’analisi dei media è così fuorviante, non c’è il rischio di sottovalutare il fenomeno?
Siamo di fronte a una vera guerra rispetto alla quale bisogna essere attrezzati. Non esito a usare la parola guerra. È un confronto di civiltà, l’attacco più insidioso alla civiltà europea dopo la seconda guerra mondiale, rispetto al quale siamo fondamentalmente impreparati. Ipnotizzati dal politicamente corretto, incapaci di chiamare lo cose col loro nome.

Questo aggrava la situazione?
Questo ci rende particolarmente vulnerabili, impreparati e fragili. Anche perché è in corso una migrazione di tipo apocalittico e biblico: arrivano ogni giorno alcune migliaia di islamici. E arrivano in una condizione di fondamentale disadattamento psicosociale, condizione base per un reclutamento di massa dall’immediato futuro.

Quali prospettive abbiamo?
Quella di ricordare un importante filosofo della politica che si chiamava Lenin: diceva che “i fatti hanno la testa dura”. Li si può rigirare come si vuole, ma avendo la testa dura si ripresentano in tutta la loro crudezza. Una situazione che l’Occidente ha contribuito a creare, attraverso la destabilizzazione delle cosiddette primavere arabe: ha creato un bubbone che ora sta trasmigrando da noi. O la nostra cultura, la nostra civiltà imparerà a sviluppare degli anticorpi e a difendersi, o soccomberà di fronte a una struttura rigida e assolutamente inaggredibile dalle chiacchiere qual è l’Islam fondamentalista. Che alla fine produrrà un effetto di destabilizzazione incontenibile su tutta la linea. Si tratta di follia, ma non psichiatrica. Sarà follia ideologica, sociologica, antropologica. Ma buttare tutto questo in clinica psichiatrica è un’offesa alla storia e un’offesa alla psichiatria.

C’è un limite al politicamente corretto?
Deus quos perdere vult, dementat primum: Dio fa diventare pazzi coloro che vuole distruggere. È quello che ci sta capitando. E questo sì, è psichiatrico.

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