Dati Istat

Stipendi al minimo storico: mai così bassi dal 1982

Record negativo anche per i tempi di rinnovo dei contratti. Confesercenti: ripresa senza forza. Codacons: i negozi soffrono, i consumi non ripartono

Redazione
Stipendi al minimo storico: mai così bassi dal 1982

Saldi in vetrina, ma i consumi sono fermi. Foto ANSA

L'Istat certifica anche oggi l'ennesimo fallimento del governo Renzi in campo economico: l'istituto di statistica ha infatti comunicato che ad aprile si è registrato il nuovo minimo storico delle retribuzioni, che non toccavano un livello così basso dal 1982. L'aumento tendenziale orario dello 0,6% ad aprile è infatti il più basso registrato in 34 anni di serie storiche; il valore minimo precedente era stato toccato a gennaio (+0,7%). Con riferimento ai principali macrosettori, ad aprile le retribuzioni contrattuali orarie registrano un incremento tendenziale dello 0,8% per i dipendenti del settore privato (0,7% nell'industria e 0,8% nei servizi privati) e una variazione nulla per quelli della pubblica amministrazione a causa del blocco della contrattazione. I settori che ad aprile presentano gli incrementi tendenziali maggiori sono: tessili, abbigliamento e lavorazione pelli (3,4%); energia elettrica e gas (1,9%). Si registrano variazioni nulle nei settori della metalmeccanica, delle telecomunicazioni e in tutti i comparti della pubblica amministrazione.

Aumenta inoltre l'attesa media per il rinnovo dei contratti collettivi di lavoro, che raggiunge il periodo più lungo rilevato dall'Istat dall'inizio di queste serie storiche, nel 2005. Calcolata sull'insieme dei dipendenti, l'attesa ad aprile supera i due anni (24,3 mesi) in crescita dai 20,5 mesi del 2015. Nel solo settore privato il dato cala a 9,1 mesi, mentre il pubblico impiego sconta il blocco della contrattazione. La quota di dipendenti in attesa di rinnovo nell'insieme dell'economia è pari al 64,1%, in aumento rispetto al mese precedente (59,2%). Complessivamente i contratti scaduti sono 52 (di cui 15 appartenenti alla pubblica amministrazione) relativi a circa 8,3 milioni di dipendenti (di cui circa 2,9 milioni nel pubblico impiego).

I dati "altalenanti" dell'Istat sul commercio al dettaglio, secondo Confesercenti, "dimostrano una sola cosa: ci troviamo ancora in una fase di incertezza, che non permette alla ripresa dei consumi di prendere forza". "Con questi ritmi, ci vorranno fino a cinque anni per tornare ai livelli del 2009. Oltre che debole, poi, la ripresa continua ad avere due velocità: nel primo trimestre si allarga il gap tra le vendite della grande distribuzione, che aumentano del 2,3%, mentre le piccole superfici rimangono inchiodate allo zero virgola (+0,4%)", afferma l'associazione in una nota ricordando che nei primi quattro mesi del 2016 sono sparite altre 4.300 pmi del commercio al dettaglio in sede fissa, più di mille al mese. "Non si può più rimandare - conclude Confesercenti - un intervento coraggioso: riteniamo sempre più urgente procedere al taglio dell'Irpef, per restituire un po' di ossigeno alle famiglie e aiutare la ripartenza della spesa".

I dati record rilevati dall'Istat sull'attesa per il rinnovo dei contratti (in rialzo del 18,5% dal 2015) e sulle retribuzioni ai minimi dal 1982, secondo l'Unione nazionale consumatori, "dimostrano la violazione dei diritti dei lavoratori e l'esistenza di un problema sociale di cui il Governo dovrebbe farsi carico, cominciando a dare il buon esempio, rispettando la sentenza della Corte Costituzionale" e rinnovando i contratti pubblici. "È evidente che fino a che gli stipendi restano al palo mentre le tasse e le tariffe spiccano il volo, le famiglie non ce la faranno mai ad arrivare alla fine del mese ed i consumi resteranno congelati, come dimostrano i dati di oggi delle vendite al dettaglio" ha dichiarato il segretario dell'Unione Nazionale Consumatori Massimiliano Dona, chiedendo il ritorno della scala mobile all'inflazione programmata.

"Il commercio in Italia continua a soffrire e i consumi non ripartono, a dispetto delle attese". Commenta così il Presidente del Codacons, Carlo Rienzi, i dati Istat. "Sul fronte delle vendite ci si aspettava un sensibile incremento nel corso del 2016, che tuttavia non c'è stato. Numeri, quelli dell'Istat, che danno un'idea precisa di come la ripresa economica sia ancora incerta e zoppicante e dimostrano, se ancora ce ne fosse bisogno, la necessità di misure specifiche sul fronte del commercio e dei consumi delle famiglie", conclude Rienzi.

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