La Brexit: occasione di cambiamento, non salto nel buio.

Eretico InRete
La Brexit: occasione di cambiamento, non salto nel buio.

Non so se sia leggenda metropolitana, ma pare che in Svezia ,tempo fa, l’Ikea abbia battezzato una linea di zerbini con i nomi delle maggiori città danesi. L’episodio, vero o falso che sia, appare tuttavia come un attendibile termometro di quelli che sono tuttora i veri rapporti reciproci, gli umori e le reciproche antipatie fra le nazioni europee. Quelle fra Danimarca e Svezia datano addirittura dal 1611, ossia dalla cd. Guerra di Kalmar. E parliamo davvero di poca roba, tenuto contro tra l’altro che si tratta di due popoli entrambi di etnia scandinava. Se infatti ci spostiamo lungo la cartina geografia del continente europeo, le mai sopite liti di condominio non si contano più, anche se ormai in versione – per fortuna – “fuoco sotto la cenere”: Francia e Spagna, Francia e Inghilterra, Spagna e Inghilterra, Francia e Germania, Germania e Inghilterra, Italia e Francia, Italia e Germania ecc. ecc. Ancora peggio, poi, se invece di spostarci sul lato occidentale della cartina volgiamo lo sguardo su quello orientale: lì è una babele di rancori feroci e conflitti secolari, etnici e religiosi, a partire dai Balcani. Facciamo questa premessa non per auspicare, il giorno dopo la Brexit, un ritorno all’Europa delle rivalità, delle guerre e dell’odio, ci mancherebbe, ma solo per evidenziare ancor di più, se mai ce ne fosse bisogno, che l’Europa è irrimediabilmente e da sempre il Continente meno unificabile del globo terraqueo e che voler ignorare a tutti i costi questa inequivocabile anche se avvilente constatazione -come fanno da sempre imperterriti gli ultrà dell’europeismo -per perorare la causa perdente di una maggiore unione politica tra gli Stati membri, significa soltanto attizzare a bella posta, quantunque in buona fede, la collera della gente e rischiare i tumulti di piazza. Questa UE non piace e non piacerà mai ,se ne facciano una ragione. L’Inghilterra è un caso a parte, è sempre stata dentro la Comunità con un piede in e un piede out , sempre lo stesso: quello della convenienza e dell’interesse nazionale. Il voto di ieri , pertanto, è solo la conseguenza della presa di coscienza della maggioranza degli inglesi (di destra e di sinistra, attenzione) che in una UE che assomiglia sempre più in una riedizione del Sacro Romano Impero con capitale Berlino, il trucco del “ci siamo e non ci siamo” alla lunga non potrà funzionare. Motivo per cui meglio decidersi per un out definitivo e categorico. Tutto qui. La vicenda britannica per la sua peculiarità dunque non può essere presa ad esempio del fallimento del progetto comunitario, evento la cui genesi va certamente ricercata altrove. Però il caso inglese resta comunque un detonatore, o un abbrivo se preferite, e cioè il primo tassello di un domino devastante per tutto ciò che fu deciso a Maastricht 25 anni fa. Dico Maastricht e non Roma, da tutti universalmente considerata la città natale del sogno europeista, per una ragione molto semplice: il pollice verso sul cantiere comunitario non riguarda il 1956 e ciò che prese vita allora, ossia la vecchia CEE, bensì quel Frankenstein politico, fiscale ed economico che si è preteso di far nascere negli anni novanta, ossia la UE e il parto dei suoi lombi: l’Euro. La CEE, com’è noto, a suo tempo è sorta per un motivo ben preciso: far cessare l’eterno confronto militare fra Francia e Germania, un confronto che nell’arco di un solo secolo (ossia tra gli anni 50 dell’ottocento e gli anni 50 del novecento) aveva prodotto ben 3 guerre devastanti (il conflitto franco-prussiano del 1870 e le due guerre mondiali).L’obiettivo fu raggiunto molto più facilmente e rapidamente di quanto ci si potesse aspettare (anche perché era epoca di confronti est-ovest e figurarsi se a occidente ci si poteva permettere ancora il lusso di litigare per l’Alsazia e la Lorena), dopo di che , manifesto di Ventotene come bussola , crebbe rapidamente la smania di fare della Comunità a sei Stati qualcosa di molto più complesso e ambizioso: gli Stati Uniti d’Europa. Oggi solo a pronunziare una parola del genere brividi di gelo corrono lungo le schiene degli abitanti del vecchio Continente, soprattutto di quelli dell’Europa mediterranea, ma fino a tutti gli anni novanta è sembrata la realizzazione di una splendida utopia. Dal nuovo millennio in poi , però, a poco a poco i popoli europei hanno cominciato a rendersi conto che la famosa “costruzione europea” in soldoni altro non era se non una immensa fusione societaria tra banche, comitati d’affari e potentati politici e finanziari. Una nomenklatura spocchiosa e prepotente brava soltanto a imporre per legge la lunghezza massima dei cetrioli e a smantellare il secolare welfare continentale. La candida vecchina della casa di marzapane si era trasformata definitivamente nell’orrida strega. Cos’era successo nel frattempo?La mutazione genetica del sogno europeo ha una data ben precisa: 9 novembre 1989, giorno della caduta del muro di Berlino. Dopo quella data, i balivati economico-finanziari detentori delle chiavi del Palazzo comunitario capirono che ad oriente si stava spalancando davanti a loro una sterminata prateria di alti profitti a basso costo. Per accaparrarseli occorreva tuttavia smantellare la complessa intelaiatura dei diritti dei lavoratori eretta ad ovest nel corso del novecento. Occorreva, in sintesi, estendere al resto del Continente il modello thatcheriano affermatosi nel Regno Unito nel corso degli anni 80, abbracciando le dottrine economiche neo liberiste di Milton Friedman e della scuola di Chicago, predicando il ritorno allo Stato minimo ottocentesco e la privatizzazione selvaggia dei servizi pubblici, imbavagliando le politiche dei governi nazionali dentro rigidi vincoli di bilancio, spogliando le nazioni di quote significative di sovranità. Tutte decisioni prese nel chiuso delle ovattate stanze dei palazzi di Bruxelles e Francoforte. Tutte decisioni prese non dall’unico organo eletto dai cittadini dei Paesi membri (il Parlamento) ma da organi collegiali controllati in genere dai membri nominati dagli Stati più forti, a cominciare dalla sempiterna Germania. Tutte decisioni che fino alla crisi dei mutui subprime non avevano determinato in apparenza alcuna frattura tra la gente comune e l’ideale europeo. Tutte decisioni che oggi, dopo anni di devastazione sociale e di fronte ad una migrazione epocale dall’Africa che rischia di aggravare ulteriormente in Europa le condizioni di vita delle classi meno agiate, si scrivono UE ma si leggono Brexit, termine onnicomprensivo che possiamo tranquillamente adottare per definire nel suo complesso i sentimenti anti-Euro che serpeggiano in quasi tutte le nazioni aderenti alla UE e non solo tra i sudditi della regina Elisabetta. Brexit è solo questo: è rifiuto di un’Europa dei notabili , dei sangiaccati economici e finanziari, di lobby e camarille varie, dei comitati d’affari, più o meno opachi, delle banche e delle grandi multinazionali. Pertanto, mente sapendo di mentire chi punta il dito contro i partigiani dell’antieuropeismo accusandoli di voler affossare meritorie conquiste comunitarie come Erasmus, normative anti-trust e di tutela del consumatore, libera circolazione (ma dei soli cittadini comunitari: per tutti gli altri, i confini dovrebbero rimanere tali…). Chi rifiuta QUESTA Europa non vuole tornare alle miseria delle piccole Patrie in lotta perenne l’una contro l’altra, vuole semplicemente un’ALTRA Europa, un’Europa rispettosa dei doverosi spazi da lasciare alla sovranità nazionale, che abbia a cuore i problemi delle persone e non quelli di “lor signori”, che non passi il tempo ad emanare editti e placiti volti a rendere più difficile la vita alle economie più deboli. Ma soprattutto un’Europa senza maestrini e primi della classe, che tolga dal piedistallo lo spread per rimetterci gli esseri umani.

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