Intervista all'intellettuale controcorrente

Massimo Fini: "I terroristi sono legittimati a colpirci. L'Occidente è come l'Isis"

"È una guerra tra totalitarismi, quello occidentale e quello jihadista: entrambi vogliono imporre il proprio modo di vivere al resto del mondo. Il modello Isis è attraente perché dà un senso alla vita. Mentre noi viviamo in una società materialista, senza valori"

Marco Dozio
Massimo Fini: "I terroristi sono legittimati a colpirci. L'Occidente è come l'Isis"

Massimo Fini, 72 anni, giornalista scrittore, penna ribelle, rarissimo esemplare di intellettuale libero, non arretra di un millimetro. E c’era da aspettarselo. Anche dopo Nizza, anche dopo Rouen, per lui i terroristi sono legittimati a colpire, come reazione alle guerre scatenate dall’Occidente nei Paesi islamici. Occidente e Isis: per Fini è una lotta tra due totalitarismi.

Ritiene che i terroristi siano legittimati ad agire come stanno agendo? Gli ultimi attacchi dimostrano una virulenza nuova: colpire ovunque e con qualsiasi mezzo.
È la loro unica possibilità, in una guerra asimmetrica. Da una parte ci sono eserciti armati in modo tecnologicamente potentissimo, dall’altra no. L’essersi intromessi in una guerra che era solo locale, tra sciiti e sunniti, ha provocato questa reazione. Non mi sorprendono gli attacchi delle ultime settimane, purtroppo è ovvio che scelgano bersagli ovunque.

Cosa sta succedendo?
Più che una guerra di religione, è una guerra tra totalitarismi. Il totalitarismo jihadista, con Isis che vorrebbe espandere il proprio credo e il proprio modo di essere in tutto il mondo. E il totalitarismo laico occidentale, che questa cosa l’ha già fatta e continua a farla. Con un’accelerazione micidiale negli ultimi 15 anni, durante i quali abbiamo fatto almeno 5 guerre di aggressione a Paesi islamici. E continuiamo una guerra del tutto assurda in Afghanistan contro i talebani, che pur essendo sunniti sono anti Isis. A furia di massacrarli, il Califfato sta penetrando in Afghanistan, come dimostra l’attentato contro gli hazara. Se avessimo avuto un minimo di lungimiranza avremmo dovuto ritenere i talebani degli alleati, almeno indiretti, invece di continuare a massacrarli. Se Isis penetrasse in Afghanistan si aprirebbero strade ancor più insidiosi: dall’Afghanistan si può arrivare al Turkmenistan, all’Uzbekistan e ad altri paesi dell’Asia centrale con forti componenti musulmane, che potrebbero aderire in parte all’Isis. Sono 15 anni che le nostre leadership fanno errori e orrori e non ne traiamo alcun insegnamento.

Molti terroristi islamici sono nati in Europa, immigrati di seconda o terza generazione che poco o nulla hanno a che fare con la situazione nei Paesi d’origine. C’è qualcosa di più profondo oltre alla motivazione geopolitica?
Sì ed è vuoto di valori dell’Occidente. Una parte, per ora minoritaria, ritiene attraente il modello Isis perché dà un senso alla vita. Difficile dare un senso alla vita cambiando una Opel con una Bmw. È un’epidemia ideologica che potrebbe colpire gli occidentali a tutti gli effetti, anche chi è francese o italiano da generazioni. Il nostro problema di fondo è proprio il vuoto di valori: una società totalmente materialista che non offre nulla, se non un benessere assai equivoco. Quindi morire per qualcosa, per alcuni soggetti, è più attraente che strascicare una vita per nulla.

Che sia per le strategie imperialiste o per il vuoto di valori, da qualunque parte la si giri è colpa dell’Occidente?
Bisognerebbe perlomeno analizzare i propri errori e orrori, e da lì trarre delle conseguenze e anche delle logiche di difesa. Eppure continuiamo scriteriatamente ad attaccare questi “mondi altri”. L’Afghanistan per esempio non era un pericolo per nessuno, gli afgani non sono mai usciti dal loro territorio. E ora stanno conducendo una guerra di indipendenza sacrosanta contro le truppe di occupazione del loro Paese. Perché continuare ostinatamente quella guerra? La lunga guerra dell’Occidente contro i Paesi islamici ha acceso la fantasia dell’Isis: i prigionieri decapitati, pratica che non giustifico in alcun modo, vengono vestiti con una tuta arancione, che è un richiamo a Guantanamo. Dobbiamo smetterla di considerarci il bene e considerare tutti gli altri il male.

Sull’immigrazione la sua posizione è che se possono circolare liberamente le merci, allora debbono poterlo fare anche le persone. Ma i Paesi con il più alto tasso di immigrati, come Francia e Germania, sembrano i più esposti agli attacchi, quantomeno per una questione di numeri e probabilità. Non occorre contingentare l’immigrazione?
Buona parte dell’immigrazione non proviene da Paesi in guerra come Siria e Iraq, ma dall’Africa occidentale. Dove non c’è nessuna guerra, ma la fame. L’Africa era alimentarmente autosufficiente fino agli anni sessanta. Poi essendo diventato un mercato appetibile, per quanto misero, siamo entrati noi e l’abbiamo ridotta alla fame. Da lì arrivano i cosiddetti migranti economici. Cosa facciamo, chiudiamo le frontiere? Per logica allora dovremmo ritirare le nostre aziende che violentano l’identità di quei luoghi, un fenomeno che fa il paio con quello che l’estremismo islamico cerca di fare con noi. La guerra tra poveri esiste, basta vedere la questione delle case popolari. Ma cosa facciamo? Sbatterli fuori tutti non mi pare realistico né auspicabile. Consideriamo ogni musulmano un nemico e lo cacciamo dal Paese? Mi pare impossibile. Si possono schedare gli Imam per esempio, intervenire su chi incita alla violenza, fare prevenzione, ma sono piccole cose di fronte a un problema molto più grande.

È d’accordo con le parole di Papa Bergoglio?
Il Papa giustamente ha detto che questa non è una guerra religiosa, ma è una guerra anche economica. E non solo perché tutti vendono armi a tutti: l’Italia è il più grande esportatore di mine antiuomo, tra l’altro proibite dalla convenzione di Ginevra. Questa è anche una guerra per la conquista di territori, di fonti di energia.

Dovremmo mandare i soldati a combattere contro il Califfato?
Se la consideriamo una guerra vera e propria, si abbia almeno il coraggio di mandare truppe sul terreno, invece di farci difendere dai peshmerga curdi, che peraltro abbiamo contribuito a massacrare per una trentina d’anni: sarebbero gli unici da quelle parti ad avere diritto a costituire una stato, il Kurdistan. Ma anche radere al suolo Raqqa non ci metterebbe al riparo dal terrorismo. Resta il fatto che questa è una guerra di macchine contro uomini. E se mi chiede tra macchine e uomini da che parte sto, io starò sempre dalla parte degli uomini, qualunque ideologia abbiano.

Quindi tra lei tra Occidente e islamisti da che parte sta?
Io sono un europeo, la parola occidentale non mi piace. È chiaro che se anche questa situazione l’abbiamo creata noi, soprattutto americani e francesi, sono un europeo e “right or wrong it's my country”. La mia non è una critica in quanto antioccidentale, la mia opera va nella direzione di salvare l’Occidente da se stesso. Io non sono un antioccidentale, sono un occidentale che nel suo piccolo critica l’Occidente nel tentativo di salvarlo.

La situazione è irreversibile? Se anche dovesse cambiare il quadro geopolitico, resteremmo con il vuoto valoriale e con un’immigrazione dentro la quale maturerà il cancro del terrorismo.
Per molti anni, forse decenni, dovremmo aspettarci una situazione del genere. Essendoci un vuoto valoriale, risalire la corrente da questo punto di vista sarà molto complicato, i processi culturali sono i più lunghi. Dall’altra parte c’è gente disposta ad andare a morire come si fuma una sigaretta, mentre da noi non si trova nessuno nemmeno disposto a rischiare una mano.

Soccomberemo nel lungo periodo?
Non è detto, perché la storia non ha un andamento lineare, ci può essere sempre l’inaspettato. Al momento si può dire che la questione sarà tutt’altro che breve.

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