Elezioni amministrative in Emilia-Romagna e Calabria

La vittoria di Pirro del Pd

Il voto ha rivelato che il Pd si avvia a diventare una forza sempre più marginale, mentre la disfatta di Forza Italia apre un vuoto che deve essere colmato, a vantaggio di tutto il centrodestra

Pietro Licciardi
La vittoria di Pirro del Pd

Ebbene sì, ci abbiamo tutti sperato. Abbiamo sperato che Matteo Salvini e Giorgia Meloni - “sono una donna, sono italiana…” - potessero compiere l’impresa: strappare l’Emilia-Romagna la rossa all’egemonia clerico-comunista.

Più che altro abbiamo sperato nella vittoria per la possibilità, alquanto remota in verità considerata la scarsa indipendenza dai “poteri forti” del presidente Mattarella, di arrivare alle elezioni anticipate e impedire l’ulteriore devastazione dell’Italia da parte della coalizione giallo-rossa, servilmente funzionale agli interessi di Francia e Germania e sostenuta da George Soros, rappresentante della cupola affaristico-ideologica che ha ramificazioni internazionali.

Speranza andata delusa; ma sbaglia chi pensa che la Lega e Salvini hanno perso e il Pd ha vinto.

Interessante a questo proposito l’analisi pubblicata ieri dal giornale telematico l’Occidentale a firma di Eugenio Capozzi, secondo il quale i vincitori della tornata elettorale in Emilia-Romagna sono stati Stefano Bonaccini e la rete delle cooperative, dei sindacati, dei servizi sociali e delle banche locali. Il “governatore” uscente, infatti, ha condotto la sua campagna elettorale cercando di evitare il più possibile l’ostentazione del suo simbolo di partito, diventato ormai penalizzante se non imbarazzante, e mantenendo il più possibile la contesa su un piano locale, facendosi garante della sopravvivenza del sistema di potere socioeconomico regionale, fondato sul legame tra intervento pubblico (Ue, governo, regione)

Con lui ha vinto Matteo Salvini, il cui partito è arrivato, fatto storico, a pochi punti dal Pd in quella che è ormai una delle sue ultimissime roccaforti.

Inoltre, aggiungiamo noi, ha vinto Fratelli d’Italia, che si consolida attorno al 10%, percentuale più che doppia rispetto al gennaio 2019.

Purtroppo, ha subito una vera e propria disfatta Forza Italia, che si avvia a diventare una componente marginale del centrodestra, con - forse - qualche conseguenza sugli equilibri interni.

Il partito di Silvio Berlusconi sconta indubbiamente l’eccessiva personalizzazione, che poteva funzionare quando il cavaliere conservava il suo smalto dinamico da imprenditore di successo ma non adesso, alla veneranda età di 83 anni.

Con la fine di Berlusconi e di Forza Italia resta sguarnito un presidio importante per una coalizione che si rivolge principalmente all’Italia che lavora, produce, intraprende e che è sostanzialmente esclusa dalle clientele e dalle “mance” gestite dallo Stato e dal parastato. L’Italia che si scontra quotidianamente con la macchina burocratica di stampo sovietico, frutto di oltre mezzo secolo di egemonia social comunista e clerico-comunista, e vessata da una tassazione a livelli di esproprio.

Per questa Italia che non risiede nelle regioni ricche del Nord, il cui modello vincente di amministrazione risulta distante anni luce, occorrono politiche coerentemente antistataliste, capaci di liberare le energie pur presenti nel resto d’Italia e nel Mezzogiorno.

Ma la débâcle di Forza Italia lascia senza rappresentanza anche una componente cattolica moderata che non si riconosce in toto nel “sovranismo” ed è sensibile a temi come la famiglia, la libertà educativa e la tutela della vita nascente e di quella dei malati e anziani. Un vuoto che sarebbe urgente colmare, se non altro perché si tratta di temi che appartengono naturalmente alla destra, non certo alla sinistra, che quando se ne occupa o li stravolge o li usa strumentalmente.

Si è aperto insomma uno spazio politico che potrebbe essere occupato da una nuova forza di matrice cattolica, capace di elaborare e tradurre in proposte realistiche quella Dottrina sociale che la Chiesa “ufficiale” sembra aver in parte dimenticato. Una forza che farebbe un gran bene al centrodestra sia in termini di elaborazione culturale e politica che in termini di voti, riportando alle urne quella massa di astenuti che, lo abbiamo appena visto in Emilia-Romagna e in Calabria, può fare la differenza.

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